Sostegno psicologico ai rifugiati, l’esperto: “Pensarlo in termini collettivi”

"Le donne, aiutarle subito a comprendere che non dovranno subire mai più"
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Mar Egeo, Grecia – Greenpeace insieme a MSF durante un’operazione di salvataggio di migranti diretti in Europa. ©Will Rose/MSF/Greenpeace

ROMA – Partono alla ricerca di una nuova vita. Tante e diverse le storie dei rifugiati, ma tutte accomunate dalla stessa condizione d’ingresso in Europa: lo Stress post traumatico. Come aiutarli? “Bisogna strutturare un immediato sostegno psicologico, già dall’arrivo possibilmente nel primo paese d’accoglienza”, afferma alla DIRE lo psicoterapeuta Federico Bianchi di Castelbianco.

Sono traumi diversi e dobbiamo distinguerli in base al genere e all’età– precisa Castelbianco- ci sono gli uomini che, dopo aver sopportato la traversata, si ritrovano chiusi nei campi di accoglienza con un presente incerto e un futuro assente; donne alla mercé di scafisti o trafficanti, picchiate, sessualmente abusate e sole, perché hanno perduto il marito (a volte anche il figlio) durante il doloroso tragitto. Infine i bambini, quelli partiti accompagnati ma poi arrivati soli in terra straniera, dopo aver vissuto la morte di uno o di entrambi i genitori. Si ritrovano adesso spaventati, non conoscono la lingua e non sanno a chi affidarsi”.

Come nei maremoti, terremoti ed eruzioni vulcaniche distruttive, “bisogna pensare in termini collettivi per poter dare una risposta”, chiosa lo psicologo. “Sicuramente i casi più disperati andranno affrontati anche singolarmente, ma l’azione da effettuare deve essere corale. In gruppo è più facile condividere e riconoscere il dolore- sottolinea lo psicoterapeuta- e quindi rielaborare le situazioni aberranti che hanno vissuto sulla loro pelle. Questa modalità aiuterà le persone traumatizzate a far affiorare alla coscienza i loro lutti, reali o derivanti da un sentimento di abbandono”. Tuttavia, “non basta che l’intervento collettivo sia limitato all’interno dello spazio di accoglienza,- ricorda Castelbianco- le persone, man mano che sono ricollocate sul territorio d’arrivo, dovranno essere integrate in un circuito iniziale che gli consentirà di dare un senso alla loro vita quotidiana. Bisognerebbe, dunque, pensare a una triangolazione di relazioni– suggerisce il terapeuta- tra la persona richiedente asilo, uno o due referenti esterni al centro (ad esempio imprenditore/proprietario di un campo agricolo/ responsabile della casa famiglia) e il gruppo di rifugiati. Questi legami innescherebbero un aumento del senso di rispetto dell’altro e di se stessi, grazie a un impegno quotidiano che ridona loro speranza in un futuro, anche se solo immaginato”. Allargare quindi la rete di rapporti “è il vero primo passo, obbligato, per integrare queste persone nella realtà sociale in cui trovano rifugio”.

Per i bambini la situazione è più complessa– avverte lo psicoterapeuta dell’età evolutiva- loro hanno un altissimo grado di resilienza, però il lavoro deve essere mirato e sempre svolto collettivamente attraverso un piccolo gruppo di psicologi. Aiutarli ad affrontare i traumi subiti non è un’attività che si fa in un giorno, ma è importante iniziare il prima possibile- consiglia l’esperto- per quanto le situazioni siano varie da caso a caso, si tratta comunque di tempi abbastanza veloci”.

C’è però un comportamento da evitare assolutamente: Gli adulti non devono continuamente chiedere al bambino di raccontare cosa gli sia accaduto per soddisfare la propria curiosità. L’intervento terapeutico deve puntare a sviluppare nel piccolo una capacità simbolica tale da poter far riemergere e superare il trauma”. Gli strumenti da adottare possono essere vari: “Dal disegno alla danza al racconto, che funziona molto bene con i piccoli. La drammatizzazione e la danzaterapia sono strumenti molto efficaci con le donne”. E su queste ultime che Castelbianco concentra le sue riflessioni finali: “Vanno aiutate subito, affinché prendano atto che non devono mai più ‘subire’. Successivamente è importante evitare che tutti i dolori incamerati nella loro pancia emergano: la paura di essere state ingravidate o infettate da malattie, ad esempio. Tante angosce che se sciolte nell’immediato permettono poi di elaborare i vissuti odiosi e dolorosi dell’essersi sentite come sacchi o bambole gonfiabili- conclude- sofferenze che le avranno sicuramente toccate nel fisico e nella dignità umana”.

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