I riders bolognesi: “Ora basta pagarci quattro euro l’ora”

I riders restano in attesa di vedere se "nel pratico" verrà qualcosa "di positivo" per loro della nuova legge e soprattutto se da una "base di diritti minimi si arriverà ai diritti pieni"
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BOLOGNA – Se “carta canta, la legge dice cose molto chiare su assicurazione e compenso orario minimo” e quindi, a breve, “ci aspettiamo di non essere più pagati quattro euro all’ora e, se ci facciamo male, che ci possiamo rivolgere all’Inail per avere un importo di risarcimento”. Anche se non è tutto quello che speravano, anche se il lavoro subordinato resta un obiettivo ancora da conquistare, i ciclofattorini bolognesi si preparano ad ‘incassare’ le novità del decreto che, dopo tanto, fa fare “passi avanti” al loro modo di lavorare, come riconoscono gli stessi diretti interessati. Ma sotto le Due torri, Riders union Bologna, la sigla dei fattorini auto-organizzati resta comunque in guardia: Lorenzo Righi (esponente di Riders union Bologna), parlando oggi a 7Gold, spiega appunto che ora i ciclofattorini vogliono davvero una paga minima garantita (sulla base dei minimi tabellari definiti dai contratti nazionali) e l’assicurazione, ma “bisogna capire anche come reagiranno le aziende, come si organizzeranno e come commenteranno”, dice ricordando che alcune avevano anche ventilato anche la possibilità di “andare via dall’Italia” se le regole d’ingaggio dei ciclofattorini fossero cambiate.

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Resta però anche un po’ di amaro in bocca, perché tanto tempo è passato dalla prima promessa di Luigi Di Maio, allora ministro del Lavoro, e il decreto di cui ieri lo stesso Di Maio ha celebrato la firma. E perchè “il dubbio vero” che resta, è capire “se da questa legga possono arrivare sentenze del Tribunale o altri provvedimenti legislativi che garantiscano i pieni diritti del lavoro dipendente o si limiteranno a confinarci in un regime di autonomia”, spiega Righi. 

In pratica, i riders restano in attesa di vedere se “nel pratico” verrà qualcosa “di positivo” per loro della nuova legge e soprattutto se da una “base di diritti minimi si arriverà ai diritti pieni” di cui parlava Di Maio che, “all’epoca del suo insediamento, diceva di volerci assicurare”. A Di Maio però i riders rimproverano la “mancanza di coraggio” nel produrre l’avanzamento di diritto sperato dai ciclofattorini: con il precedente Governo il decreto non iniziò nemmeno la discussione alla Camera e al Senato. Meglio, dunque, Nunzia Catalfo, fanno capire i riders. Peraltro ieri nell’annunciare la svolta Di Maio nel suo post ha messo la foto di “tre operai di Pomigliano…”. Infatti, vedere “Di Maio che si fa bello e rivendica l’approvazione del decreto come tutta farina del suo sacco pare ingiusto e pare grottesco che in un post dove si parla di riders ci sono altri lavoratori”, osserva Righi. “Non avevano un minimo orario, non avevano tutele assicurative, non avevano rimborsi spese, non avevano tutela pensionistica e non avevano neanche un datore di lavoro. Erano schiavi di un software che in base al punteggio li faceva lavorare di più o di meno, senza orari. Da oggi sono lavoratori con le stesse tutele le di un lavoratore dipendente”, aveva detto ieri Di Maio.

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