La sex worker: “Chiediamo la partita iva e i diritti, è un lavoro come un altro”

Tra lockdown e fase 2, parla un’attivista del collettivo 'Ombre Rosse'
Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

ROMA – “’Durante il lockdown ho preso d’assalto i pochi risparmi che avevo. È stato drammatico perché d’un colpo sono crollate tutte le mie apparenti sicurezze e i miei progetti di vita. E da quando ho ripreso a lavorare c’è stato un calo drastico dei clienti, che tornano gradualmente. Io mi sono potuta gestire perché ho un appartamento, sono italiana e ho dei soldi da parte. Il problema è per le lavoratrici marginalizzate che sono in strada, soprattutto le migranti”. A parlare in un’intervista all’agenzia di stampa Dire è Ombretta, 40 anni, tra le migliaia di sex worker che il Covid-19 ha lasciato improvvisamente senza lavoro e oggi è alle prese con una difficile ripartenza.

TERMOSCANNER E MASCHERINE: IL SEX WORK IN FASE 2

Attivista del collettivo di lavoratrici sessuali Ombre Rosse – che ha scelto di usare per tutte l’appellativo anonimo ‘Ombretta rossa‘ come forma di autotutela – dall’inizio della fase 2 Ombretta ha cambiato radicalmente la sua routine di lavoro. Appena entrati nel suo appartamento con la mascherina, i clienti si tolgono le scarpe. Ombretta misura la temperatura, poi appoggia con cura un telo di carta sul letto, la finestra è sempre aperta. Igienizza le mani di continuo, “perché il mio è un lavoro di contatto”, dice, e sanifica la stanza più volte al giorno. “All’inizio avevo tanta paura, poi mi sono abituata- racconta- Facendo attenzione e usando determinate posizioni si possono anche mantenere le distanze”. Il Covid ha cambiato tutto nella vita di chi ha scelto di vendere sesso per professione, svelando le vulnerabilità di un sistema normativo che pur non considerando illegale la prostituzione “di fatto la rende impossibile” e “costringe chi la sceglie al lavoro nero. La legge Merlin vuole tutelare le vittime di sfruttamento, ma colpisce tutte- denuncia Ombretta- Se io lavoro in un appartamento intestato a un mio amico lui può essere denunciato per sfruttamento della prostituzione, semplicemente perché il sex work non è riconosciuto. Il sistema non punisce me ma tutto ciò che mi gira intorno, quando ci dovrebbe essere una distinzione netta tra la persona che abusa, sfrutta e traffica in modo coercitivo e violento e chi svolge questa attività”.

LE NORME ANTI-PROSTITUZIONE: IL ‘CASO’ BRESCIA 

È il caso delle norme anti-prostituzione contenute nel regolamento della Polizia urbana di Brescia, che proprio qualche giorno fa sono finite nel mirino di Non Una Di Meno, dopo che il giudice di pace ha accolto il ricorso di un cliente al quale nel 2017 era stata contestata una sanzione amministrativa, condannando il Comune a pagare le spese. “La norma comunale che prevede la possibilità di sanzionare i clienti di sex worker è stata già dichiarata illegittima dalla sentenza della Corte Costituzionale 115/2011- recita il comunicato diffuso da Csa Magazzino 47, Non Una Di Meno-Brescia, Non Una Di Meno-Lago di Garda e Associazione Diritti per Tutti- Le associazioni di sex worker chiedono da anni la decriminalizzazione delle loro attività e di eliminare multe e ordinanze che reprimono il lavoro di offerta di prestazioni sessuali, norme che rendono le persone che lavorano in questo settore più povere, ricattabili e sfruttabili, non potendo esercitare in un contesto di legalità, sicurezza e autodeterminazione”.

STIGMA E ILLEGALITÀ, UNA REAZIONE A CATENA 

Il risultato di quello che per Ombretta è uno “stigma” è una reazione a catena di illegalità che mette in pericolo le lavoratrici sessuali. “Non c’è accesso all’affitto, per questo la maggior parte di noi cade nel nero con proprietari che conoscono la situazione e ne approfittano, costringendoci a pagare tre volte tanto- sottolinea- Se voglio intraprendere la carriera accademica o lavorare con i bambini e viene fuori che faccio un lavoro sessuale perdo tutto. Così come posso essere attaccata da un partner violento che vuole togliermi i figli usando il mio lavoro in tribunale”. E poi ci sono le ragazze di strada, “la maggior parte terrorizzate dal virus”, le più colpite “da una povertà sociale che è aumentata”. Il Covid, utilizzato come strumento di ricatto al ribasso, le ha esposte ancora di più alle vessazioni dei clienti: “In molti cominciano a chiedere prestazioni per pochi soldi e non protette”, racconta Ombretta, tra le promotrici della campagna di solidarietà ‘Nessuna da sola’ che grazie al crowdfunding ha funzionato come unico vero ammortizzatore sociale per le lavoratrici sessuali disoccupate più povere, gran parte delle quali migranti. “La mia è una realtà privilegiata, perché la contrattazione e la gestione degli accordi che io, come le mie colleghe, ho potuto fare non è paragonabile alla situazione di una persona che non ha documenti europei. Non posso parlare per le migranti coercizzate dalla tratta, ma voglio essere solidale con loro”.

IL SEX WORK COME SCELTA AUTODETERMINATA 

Il discrimine, per Ombretta, sta nei diritti acquisiti, nella possibilità di autodeterminarsi, stabilire prestazioni e tariffe, contrattare col cliente, “avere il potere di dire no, lavorare alle mie condizioni. Mi sono avvicinata a questo mestiere perché avevo difficoltà a mantenere quello precedente e avevo bisogno di soldi- racconta ancora la sex worker, che come molte affianca il lavoro sessuale ad altre occupazioni- Avevo un’amica che lavorava nei night, ho conosciuto l’ambiente e ho iniziato anche io, in modo molto graduale. Da femminista, però, avevo molte resistenze e paranoie rispetto al fatto che la mia scelta non sarebbe stata accettata dalle mie compagne e amiche”. Il lavoro sessuale “è ancora oggi un argomento tabù- sottolinea Ombretta- considerato dalle abolizioniste una scelta sbagliata per il genere femminile, sfruttamento dei corpi delle donne al servizio dei maschi”. Si tratta di una “critica ipocrita: proprio perché siamo contro lo sfruttamento- spiega- vogliamo il riconoscimento dei nostri diritti. Più ci sono diritti più c’è scelta, più lo sfruttamento viene depotenziato”.

LO SCONTRO CON LE ‘ABOLIZIONISTE’ 

Alcune realtà ‘abolizioniste’ hanno rilanciato le proprie posizioni in una lettera scritta in polemica con un articolo sul lavoro sessuale apparso il 12 maggio sul Manifesto a firma di Shendi Veli, a cui il collettivo Ombre Rosse aveva risposto sul sito pasionaria.it. Il loro “è un femminismo molto moralista e paternalistico, perché ci vittimizza da una parte e ci disprezza dall’altra, ciò che solitamente fa il patriarcato”, sostiene Ombretta. Quello “emergente, invece, il transfemminismo, vuole essere inclusivo, un movimento di pensiero e di pratiche che, partendo dalla condizione personale, arriva a quella delle altre, rispettando le reciproche differenze”. Per la sex worker il punto è che “le abolizioniste devono smetterla di decidere al posto delle altre” e di porsi alla testa “di chi vuole introdurre in Italia il modello nordico svedese che parte dal presupposto che il lavoro sessuale è uno stupro”, con “clienti criminalizzati da multe molto severe e un percorso obbligatorio di assistenza psicologica” e “prostitute ancora più ai margini, costrette a lavorare di nascosto”. Anche il modello tedesco, secondo il collettivo, è da bocciare: “Ti costringono a figurare in un albo, il che ha ricadute molto pesanti, perché anche se regolamenti il lavoro lo stigma non scompare. Ti tolgono la possibilità di gestirti in modo indipendente, puoi esercitare in appartamento con condizioni pratiche tali che solo chi è benestante lo può fare. Noi non siamo per questa regolamentazione autoritaria e statale- sottolinea Ombretta- Siamo per rendere il sex work un lavoro come un altro”, dando la possibilità alle prostitute di “aprire una partita Iva, creare una cooperativa, o lavorare da libere professioniste”. Come in “Nuova Zelanda, ad esempio, dove pagano le tasse, hanno accesso ai diritti ed è garantito l’anonimato”.

“IL NOSTRO OBIETTIVO? DECRIMINALIZZARE IL SEX WORK”

“Noi vogliamo semplicemente una decriminalizzazione del lavoro sessuale, poter accedere a tutti i diritti delle altre libere professioni, pagare le tasse, accendere un mutuo- racconta Ombretta- E poi vorremmo una sensibilizzazione al rispetto del lavoro sessuale e di presa in cura reale dei diritti delle persone migranti, senza contrapporre italiani e clandestini, donne per bene e donne per male, femministe buone e femministe cattive”. Perché “in fondo il sex work è un lavoro di relazione, anche intima, in cui ci vuole la sapienza fisica di interagire perché hai a che fare con un corpo altro. Il potere erotico e sessuale è il mio, io divento protagonista. Non sono oggetto ma soggetto e tu, uomo, mi devi pagare, su qualcosa che decidiamo in modo consensuale. L’importante- conclude Ombretta- è poter decidere”.

Share on facebook
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on email
Share on print

Leggi anche:

3 Luglio 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»