Cultura. Da Ghira a Foffo, ecco ‘La scuola cattolica’ di Albinati

scuola_cattolica_albinatiROMA – Roma, anni Settanta: un quartiere residenziale, una scuola privata. Sembra che nulla di significativo possa accadere, eppure, per ragioni misteriose, in poco tempo quel rifugio di persone rispettabili viene attraversato da una ventata di follia senza precedenti. Appena lasciato il liceo alcuni ex alunni del San Leone Magno, il principale istituto cattolico del quartiere Trieste, si scoprono autori di uno dei più clamorosi crimini dell’epoca: il delitto del Circeo. Edoardo Albinati era un loro compagno di scuola e per quarant’anni ha custodito i segreti di quella ‘mala educación’. ‘La scuola cattolica’, edito da Rizzoli, è l’ultimo romanzo dello scrittore romano che con le sue quasi 1.300 pagine sbalordisce per l’ampiezza dei temi e la varietà di avventure grandi o piccole: dalle canzoncine goliardiche ai pensieri più vertiginosi, dalla ricostruzione puntuale di pezzi della storia e della società italiana, alle confessioni che ognuno di noi potrebbe fare qualora gli si chiedesse: ‘Cosa desideravi davvero, quando eri ragazzo?’. Adolescenza, sesso, religione e violenza; il denaro, l’amicizia, la vendetta; professori mitici, preti, teppisti, piccoli geni e psicopatici, fanciulle enigmatiche e terroristi. Mescolando personaggi veri con figure romanzesche, Albinati costruisce una narrazione potente e inarrestabile che ha il coraggio di affrontare a viso aperto i grandi quesiti della vita e del tempo, mostrando il rovescio delle cose. L’Agenzia Dire lo ha intervistato.

Com’è nata l’idea di questo romanzo?

“Più che da un’idea il mio romanzo è nato da un dato anagrafico, perché sono andato a scuola insieme con due dei tre autori del delitto del Circeo. Loro erano più grandi di me di un anno, ma all’epoca frequentavo casa di Izzo perché il fratello di Angelo era nella mia stessa classe. Questi ricordi sono rimasti sepolti nella mia memoria e nell’eco che il caso ebbe per tutti, non soltanto per noi ex compagni di scuola, fin quando poi nel 2005 ci fu il nuovo delitto commesso da Izzo quando si trovava in condizione di semilibertà: è stato allora che mi sono sentito chiamato in causa dal ritorno del passato. A quel punto ho pensato che potevo provare a costruire intorno a quella vicenda un libro che raccontasse l’ambiente, la scuola, il quartiere, il tipo di famiglia e i personaggi, alcuni veri molti di invenzione, che appartenevano più o meno alla mia generazione, essendo nati negli anni Cinquanta”.

Che ricorda di quel delitto? Come reagirono gli studenti della scuola?

“In realtà quando il delitto avvenne eravamo già tutti ex alunni. Io mi trovavo in Inghilterra e vissi da lontano la strana congiuntura tra i due delitti, quello del Circeo e quello di Pasolini, che oltre ad essere due casi di cronaca nera rappresentano anche una spaccatura verticale nella storia e nella società italiana. Ne fui certamente colpito e ricordo al mio ritorno lo sconcerto e lo sgomento della società intera e in particolare del quartiere Trieste, dove noi tutti abitavamo e dove fu ritrovata la macchina con le due ragazze. Allora il tutto fu infiammato da una retorica mediatica, e non solo, accesissima; per questo nel mio libro provo a raccontare da un punto di vista narrativo e sociologico le vite dei ragazzi di quell’istituto, partendo soprattutto dal fatto che frequentavano una scuola esclusivamente maschile”.

Può aver influito, secondo lei, l’aver frequentato un istituto esclusivamente maschile?

“La scuola maschile ha prodotto migliaia e migliaia di studenti normali, ma credo che il delitto del Circeo sia stato il prodotto di un’educazione separata. È strano come in quegli anni parecchi studenti del ’55 diventarono delinquenti; a questo proposito ricordo un ragazzo, di nome Esposito, che divenne poi un famoso rapinatore. Di colpo accadde così che i figli della borghesia romana si trasformarono in criminali, anche sessuali, svelando che anche dietro la buona educazione e le famiglie per bene covava una violenza che normalmente non si esprime o non si attribuisce a quel ceto”.

Anche Manuel Foffo, uno dei due presunti assassini di Luca Varani, ha frequentato il San Leone Magno. E sono in molti a parlare di un ‘nuovo delitto del Circeo’…

“Non so se i due crimini possano essere accostati tra loro. Credo che l’unico elemento comune sia quello dell’estrazione sociale e non quello sessuale in senso stretto: nel caso Varani c’è infatti un altro genere di sessualità, ben diverso da quello del Circeo, dove c’è stata una prevaricazione dell’uomo sull’emancipazione femminile. Un’altra analogia, che credo abbia colpito tutti, è l’avere in balia un altro essere umano o altri esseri umani nella propria piena disponibilità e per un tempo molto lungo. Sembrerebbe che quando qualcuno è completamente padrone di un altro o di un’altra, poi non possa fare a meno che infierire sul suo corpo. È una specie di legge crudele”.

Sadismo, masochismo e fascino della crudeltà: si parla anche di questo nel suo libro. Ma perché quando si vuole fare del male a qualcuno spesso lo si fa fino in fondo?

“Rispondo ovviamente non come criminologo, ma come persona che da molti anni frequenta il carcere in qualità di insegnante: nei crimini molto efferati la modalità dell’infierire su un corpo così a lungo si deve al fatto che l’assassino non si immagina quanto tempo ci vorrà per far morire qualcuno. È un dettaglio tecnico spaventoso ma effettivo. Soprattutto il criminale non professionista non sa che le vittime cercano di rimanere attaccate al proprio corpo il più a lungo possibile; da qui, come molto spesso accade, scatena una sequela di sevizie e torture con colpi di martello e pugnalate”.

Volevamo uccidere qualcuno solo per vedere che effetto fa’, hanno d’altronde detto Prato e Foffo agli inquirenti…

“Esatto, c’è molta curiosità verso un elemento estremo come la morte. Indipendentemente dai due crimini, in generale ci sono persone che riescono a sentirsi vive solo distruggendo. Quando non si riesce a fare qualcosa di positivo, come per esempio amare o farsi amare, far provare dolore è la cosa più semplice: se colpisci una persona quella urlerà e l’effetto sarà garantito al cento per cento. Nella crudeltà, quindi, c’è una specie di scorciatoia verso la sensazione; fare del bene, invece, è molto più complicato e non è detto neppure che riesca sempre. Il male, al contrario, riesce sempre e può darti un piacere immenso dovuto al semplice fatto che la tua azione porta nell’immediato a qualcosa. Insomma, è più facile fare del male che del bene”.

Da moltissimi anni ormai insegna in carcere. Ha notato in questi ultimi anni un cambiamento nei giovani detenuti?

“Mi sembra che ci sia una sempre maggiore difficoltà da parte degli studenti a prestare attenzione, ma quando mi confronto con gli insegnanti che lavorano nelle scuole normali mi dicono la stessa cosa. È come se ci fosse una sorta di frenesia e impazienza, nonostante in carcere non ci siano distrazioni come il telefonino: diciamo che si passa dall’interesse al disinteresse molto rapidamente, cosa che non pensavo potesse accadere anche a studenti così diversi. Ma evidentemente il mondo esterno somiglia a quello carcerario”.

Edoardo Albinati è nato a Roma nel 1956 e da oltre vent’anni lavora come insegnante nel penitenziario di Rebibbia, esperienza narrata nel diario ‘Maggio selvaggio’. Ha tradotto testi di autori inglesi e americani tra cui Vladimir Nabokov, Ambrose Bierce, Robert Louis Stevenson e John Ashber. Nel 2002 ha lavorato presso l’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati in Afghanistan e nel 2004 ha partecipato a una missione dell’Unhcr in Ciad, pubblicando reportage sul Corriere della Sera’, ‘La Repubblica’ e ‘The Washington Post’. Ha scritto film per il cinema di Matteo Garrone e Marco Bellocchio. Tra gli ultimi libri pubblicati, ‘Tuttalpiù muoio’ con Filippo Timi e ‘Vita e morte di un ingegnere’.

di Carlotta Di Santo, giornalista professionista

30 Mar 2016
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