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L’infettivologo del Gemelli smentisce: “Quest’anno l’influenza non è più aggressiva”

ROMA  – Oltre tre milioni di italiani sono stati messi a letto a causa di un’influenza che quest’anno sembra essere più aggressiva. Ma è davvero così?

Per scoprirlo l’agenzia DIRE ha intervistato Roberto Cauda, direttore della Clinica delle Malattie Infettive al Policlinico Gemelli di Roma. “Noi disponiamo di uno dei migliori sistemi di sorveglianza di influenza al mondo che si chiama InfluNet, un sistema ormai consolidato e validato da molti anni. E se guardiamo a questi dati non sembrerebbe che questa influenza stagionale sia molto diversa da quelle precedenti, o meglio, alcune piccole caratteristiche ci sono, ma non tali da configurare una particolare aggressività”.

È stato superato il picco stagionale e i casi risultano in leggera discesa, anche se il livello di incidenza rimane elevato ed è pari a 7,55 casi per mille assistiti. Non bisogna abbassare la guardia? “L’influenza ha raggiunto il picco nell’ultima settimana del 2016 e questo è un elemento di diversità rispetto alle influenze che sono state osservate e registrate sul sito web InfluNet, in quanto negli anni passati il picco veniva raggiunto più tardivamente tra gennaio e febbraio. E questo è un primo elemento di diversità. Il picco, però, non ha raggiunto livelli molto elevati e si è mantenuto in una scala che prevede il rumore di fondo la bassa, l’intermedia, l’alta e la molto alta nel livello intermedio, tanto per intenderci il colore arancione e non il rosso dell’alto e del molto alto. L’influenza, ribadisco, non è quindi molto diversa per gravità rispetto a quella degli anni passati. La forma più grave che noi abbiamo registrato negli ultimi anni è quella del 2004/2005 in cui il picco è stato più elevato”.

Tra le Regioni in cui rimane una elevata incidenza da codice rosso dell’epidemia influenzale c’è il Lazio: nella seconda settimana del 2017 si è osservato il tasso più alto a livello nazionale, pari ad oltre 114 per mille di assistiti, ossia circa 90mila casi su un totale nazionale di 514mila. Da cosa dipende?“Certamente la numerosità della popolazione può fare in qualche modo la differenza, perché l’influenza è una malattia che si trasmette per via aerea e lo stare in luoghi chiusi favorisce questo. Non dimentichiamo poi che il tasso di incidenza più alto è nell’età pediatrica: se nell’ultima settimana abbiamo avuto poco più di 8 casi di influenza per mille assistiti, nei bambini questo è quasi di 16 casi per mille assistiti”.

Gli operatori sanitari sono a maggior rischio di contrarre il virus influenzale per il loro quotidiano contatto, diretto o indiretto, per la cura e la gestione dei pazienti. Ma possono poi divenire potenziali vettori dell’infezione e trasmetterla, a loro volta, ad altri pazienti, ai propri familiari e ad altri operatori sanitari. Come si fa a prevenire questo? “Esiste un’unica modalità di prevenzione che vale per tutti, quindi anche per gli operatori sanitari, ed è la vaccinazione. È chiaro che alcune determinate categorie che svolgono servizi essenziali per la nazione, quindi medici e infermieri, ma anche vigili del fuoco, polizia o carabinieri, hanno una maggiore responsabilità nell’assicurare questo servizio, quindi la sensibilità nei confronti della vaccinazione dovrebbe essere più elevata. Poi ci sono le usuali categorie nelle quali la vaccinazione viene indicata perché si tratta di soggetti con patologie sottostanti, nei quali l’influenza potrebbe fare la differenza e aggravare la patologia, rendendo molto più grave la prognosi”.

L’influenza rappresenta un problema di sanità pubblica per il numero di casi che si verificano in ogni stagione: in quella 2014/15 in Italia sono stati segnalati 485 casi gravi e 160 decessi da influenza. Solo il 7,6% dei casi gravi segnalati era vaccinato. Come commenta? “L’influenza purtroppo è, come altre malattie infettive, ancora gravata da una mortalità. La mortalità dell’influenza stagionale è più o meno quella che ha descritto, c’è stato poi un elemento di particolare preoccupazione per la pandemia, a partire dal 2009, per cui il nuovo virus H1N1, che aveva la stessa sigla del virus che aveva causato la spagnola, potesse comportarsi in forma più grave. Ma così fortunatamente non è stato. Quindi dobbiamo un po’ sfatare il mito che l’influenza sia di per sé sempre e comunque una malattia benigna; certamente lo è nella stragrande maggioranza dei casi, ma vorrei ancora una volta sottolineare che se il soggetto colpito da influenza magari è portatore di malattia cronica, di broncopneumopatia cronica o di una malattia cronica del fegato, la prognosi potrebbe essere più grave che nel soggetto cosiddetto ‘normale’”.

Lei è un sostenitore dei vaccini… Cosa si sente di dire a chi ancora oggi li sconsiglia? “L’uso dell’acqua pura, quindi l’uso delle acque pulite, ma anche l’igiene personale e gli antibiotici hanno rappresentato dei passi in avanti per l’umanità. Dico allora che dobbiamo sfatare la falsa convinzione secondo cui i vaccini siano di per se dannosi. Le procedure che ho ricordato sono quelle che hanno contribuito ad aumentare la vita media delle persone e non dobbiamo dimenticare che prima dell’introduzione della vaccinazione si moriva per determinate malattie come il morbillo o si avevano gravi conseguenze dalla poliomielite. Sono nato negli Anni 50 e ricordo sempre che quando frequentavo le elementari e le medie a Genova non c’era scuola, forse classe, in cui qualcuno non portasse i segni della poliomielite intesa come difficoltà alla deambulazione. Tutto questo oggi non c’è più. Eppure le grandi scoperte e i grandi benefici della medicina hanno reso le persone ipercritiche verso procedure che chiaramente non sono scevre esse stesse di qualche effetto collaterale per lo più minimale; se però noi andiamo a ingigantire questi effetti collaterali che, ripeto, ci sono in qualunque procedura medica sanitaria, in potenza e non nella realtà, certamente avremo problemi nel futuro”.

Bambini, adulti e anziani: il vaccino va bene per tutti? “La vaccinazione certamente va bene per tutti, addirittura anche nelle donne gravide, ovviamente con determinate caratteristiche e precauzioni. Non può essere esistere la vaccinazione ‘fai da te’, però è chiaro che grazie ad un buon rapporto con il proprio medico di medicina generale, con le strutture sanitarie territoriali e con gli ambulatori ospedalieri le persone possono rendersi edotte della opportunità di vaccinarsi. La vaccinazione deve poi essere sempre lasciata competenza del medico, per cui io dico sempre: è bene vaccinarsi per l’influenza, ma non si può farlo da soli iniettandosi il vaccino. Insomma deve esserci sempre una valutazione sanitaria, che nel 99,9% dei casi sarà positiva”.

La meningite è una malattia piuttosto rara, letale nel 7-10% dei casi, ma lei ha detto che è sempre meglio vaccinarsi. Lo conferma? “Sotto la dizione meningite vengono raccolte molte malattie. Intanto esistono meningiti di tipo batterico e meningiti di tipo virale: le più frequenti sono quelle virali che hanno usualmente una prognosi benigna e guariscono senza terapia; nell’ambito delle meningiti batteriche ci sono invece meningiti da pneumococco, meningococco ed haemophilus, solo per citare le tre influenze maggiori, mentre nell’ambito di queste la meningite meningococcica, legata all’individuo malato e in larga misura ai portatori sani, è quella che si trasmette attraverso le goccioline e un contatto stretto (meno di un metro) e ravvicinato. Quando i media parlano di meningite il più delle volte si riferiscono a quella meningococcica, che peraltro è quella gravata da una letalità più elevata rispetto alle altre; ma quello che spaventa, soprattutto, è che un caso o dei portatori nell’ambito di un’area ben definita potrebbero fare la differenza. Per questo motivo, e mi capita molto di frequente in queste settimane, consiglio soprattutto alle persone più giovani, ai bambini e quindi ai loro genitori, di considerare la vaccinazione nei confronti del sierogruppo gruppo B e C che sono quelli che circolano in Italia. Le persone più adulte, fatto salvo non vivano in Toscana (dove la Regione ha apportato un ottimo piano di sorveglianza, anche attraverso una vaccinazione piuttosto estensiva per le persone più anziane), possono effettuare la vaccinazione antimeningococcica su base volontaria, a meno che non ci siano condizioni sottostanti. Concludo ricordando (e di questo se ne parla meno forse perché non è trasmissibile, quindi non contagiosa come la meningite meningococcica) che c’è un’indicazione per i molto piccoli, le persone attorno all’anno, e i soggetti oltre i 65 anni di età a essere sottoposti alla vaccinazione antipneumococco: anche in questo caso la vaccinazione è sicura ed efficace e le persone dovrebbero seriamente considerare, attraverso il contatto con il proprio medico nei centri ottimi di vaccinazione che esistono, di operarla a se e ai propri cari”.

di Carlotta Di Santo, giornalista professionista

26 gennaio 2017

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