Veneto

Pfas, l’indagine Iss: “Sostanze tossiche nel sangue dei veneti”

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VENEZIA – Ci sono sostanze perfluoroalchiliche tossiche, principalmente Pfoa, nel sangue dei cittadini veneti delle zone interessate dalla contaminazione da Pfas. Fino a 70 volte le concentrazioni ritenute tollerabili. Lo ufficializza la direttrice del dipartimento ambiente dell’Istituto superiore di sanità Loredana Musmeci, presentando i dati relativi al primo biomonitoraggio effettuato in alcuni comuni veneti, nelle cui acque è stata rilevata la presenza di sostanze perfluoroalchiliche. Le analisi hanno ricercato 12 biomarcatori, concentrandosi su Pfos e Pfoa, sostanze molto utilizzate nell’industria attuale, rese molto pericolose da una serie di caratteristiche: non si biodegradano, sono idrosolubili e quindi si diffondono facilmente attraverso l’acqua, sono molto persistenti nell’organismo umano e quindi sono bioaccumulativi e, soprattutto, sono tossici.

Pfas - Coletto_VenetoIl biomonitoraggio, il cui obiettivo era definire la correlazione tra esposizione a Pfas e presenza di Pfas nell’organismo, ha riguardato 507 cittadini. Gli ultimi campioni sono arrivati in laboratorio lo scorso 5 aprile e i risultati sono stati comunicati il 13 aprile. “I dati dimostrano che lo studio è stato condotto nel modo corretto” commenta Musmeci, “infatti è stato possibile cogliere la differenza tra soggetti esposti e soggetti non esposti, che c’è”. Si parla di una concentrazione media nella zona definita “esposta” pari a 12 nanogrammi di Pfoa per grammo di siero contro un valore medio nazionale nelle zone non esposte pari a circa un nanogrammo di Pfoa ogni grammo siero. Ma sono valori medi. Guardando i valori reali la situazione appare diversa. Infatti si hanno 70 nanogrammi di Pfoa per grammo di siero nei campioni prelevati dai comuni di Brendola, Sarego, Lonigo e Montecchio Maggiore, e 5 nanogrammi di Pfoa per grammo di siero nei campioni prelevati dai comuni di Sovizzo, Creazzo e Altavilla Vicentina. La differenza notevole tra i campioni dei diversi comuni sembra essere dovuta alla vicinanza con la fonte della contaminazione, ovvero con l’azienda Miteni spa. Anche nel caso degli Pfos la concentrazione nel sangue deriva direttamente dall’esposizione alle sostanze, ma la concentrazione rilevata nei campioni è risultata minore, assestandosi su 7 nanogrammi per grammo di siero in media e toccando un picco di circa 11 nanogrammi per grammo di siero.

“Queste sostanze- conclude Musmeci- non sono classificate come cancerogene, ma come potenziali cancerogene, anche se possono comunque causare malattie dismetaboliche“. Per conoscere l’incidenza di queste malattie, o assistere a un’eventuale riclassificazione delle sostanze da parte dell’Istituto Oncologico Veneto, che si sta occupando di monitorare la situazione, sarà necessario attendere le prossime fasi del biomonitoraggio, che si protrarrà per almeno dieci anni, considerando che i Pfas sono sostanze che rimangono nell’organismo umano per circa quattro anni. Sono infatti espulsi molto lentamente attraverso le vie urinarie, ma i reni tendono a riassorbirli e rimetterli in circolo, rallentandone ulteriormente l’eliminazione.

di Fabrizio Tommasini, giornalista

20 aprile 2016
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