Muore una stella, nasce una leggenda: addio a Lomu

ROMA  – “Il rugby mi ha preparato ad affrontare le sfide della vita”. Sul campo. Purtroppo non nella vita: Jonah Lomu non c’è più. Il più grande, il più famoso, il più forte giocatore di rugby della storia, colui che ha dato una svolta a questo sport, prendendolo per mano e portandolo fino ad una svolta professionistica, ha perso la sua battaglia con la malattia: a nefrite diagnosticatagli a metà Anni 90, alla fine del 1996. La malattia lo ha debilitato inesorabilmente, mentre in tutti i modi ha cercato di reagire, anche con il supporto dei suoi tantissimi fans, con l’aiuto di chi gli stava vicino. Nel 2004 un trapianto di rene si sperava avesse potuto cambiare il corso delle cose.

lomu

In Nuova Zelanda, dove era nato il 12 maggio del 1975, la sua vicenda aveva creato commozione e apprensione totale: a offrire ben più di una mano a Jonah fu il connazionale Grant Kereama, presentatore radio e amico di Lomu. Una piccola luce, diventata motivo di speranza per l’ala più forte della storia. A gennaio 2005 addirittura il ritorno in campo, anche se non in una gara ufficiale: in Inghilterra prese parte ad una sfida amichevole-celebrativa per salutare Martin Johnson, il capitano dell’Inghilterra campione del mondo nel 2003 in Australia. Dopo di allora tentativi su tentativi per tornare al rugby, per tornare alla vita. Il 9 agosto il passaggio ai neozelandesi del North Harbour anche se un infortunio alla spalla lo aveva messo ko.

Per consentirgli di riprendersi, la sua franchigia gli permise di trasferirsi in Europa, una sorta di evento per un All Blacks, visto che era praticamente impedito ai giocatori della Nazionale di lasciare l’Emisfero Sud. Si trasferì quindi in Galles ai Cardiff Blues ed esordì giocando con una squadra italiana, i bresciani del Calvisano, in una gara di Heineken Cup, la Champions league del calcio. In campionato, nella Celtic League, la prima meta segnata per un club europeo. Ma l’esperienza gallese si interruppe nell’aprile del 2006 per un infortunio. A settembre il ritorno in patria, per giocare di nuovo con il North Harbour: ma anche qui poca fortuna, il club annunciò l’intenzione di puntare sui giovani. Ma il rugby per il Re era la vita. Del resto per uno che era stato capace di segnare 37 mete in 63 incontri con gli All Blacks, ben 15 in due sole edizioni di Coppa del Mondo (1995-1999) non poteva essere altrimenti. Dopo un primo ritiro nel 2007, decise di tornare due anni dopo, partendo dal basso, a dimostrazione della passione che aveva per il rugby: giocò 7 incontri con il Marsiglia, in Francia, formazione di terza divisione. Dopo questa esperienza l’addio definitivo. Ma non fu l’unica brutta notizia. Nell’ottobre 2011, la notizia che il rene trapiantato stava iniziando a cedere dopo ‘soli’ 7 anni. Inevitabile la dialisi e le terapie. Recentemente, lo scorso 16 settembre, ha preso parte ad un flash mob emozionante a Londra: una haka davanti ai suoi due figli che “io voglio vederli crescere, diventare uomini e spero che il mio stato di salute me lo permetterà”. Quello il suo saluto al suo sport. È morta una stella, è nata una leggenda.

di Adriano GasperettiGiornalista peofessionista

18 Novembre 2015
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