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Addio Cassini, finisce su Saturno la missione dei record

La missione di Cassini è terminata il 15 settembre 2017 alle 12:00 italiane con quello che la Nasa ha da subito ribattezzato il gran finale, un tuffo in picchiata verso il suolo di Saturno. Alle sue spalle lascia un’eredità enorme fatta di 599 giga di dati, quasi 380mila foto scattate, 243 orbite completate, 157 flyby ravvicinati e 3,5 milioni di chilometri percorsi.


Sono passati 20 anni da quel 15 ottobre del 1997 quando da Cape Canaveral una sonda con a bordo l’orbiter Cassini della Nasa e il lander Huygens dell’Esa partiva alla volta dello spazio con il compito di studiare il sistema di Saturno con le sue lune e i suoi anelli. Avrebbe dovuto impiegare sette anni per arrivare a destinazione per poi orbitare intorno a Saturno per altri quattro. Sette anni di viaggio contro quattro di osservazione. Passando due volte attorno a Venere e poi di nuovo attorno alla Terra per sfruttare la sua attrazione gravitazionale e quindi quell’effetto fionda teorizzato per primo dall’astrofisico italiano Gaetano Crocco.

Poi dal 2008 la fine prevista della vita di Cassini fu spostata al 2010. E poi nel 2010 fu ancora rinviata al 2017. Se si pensa agli inevitabili fallimenti che l’aerospazio affronta ogni giorno per avanzare di un passo, la missione Cassini è stata davvero una missione particolare e fortunata, di certo una delle più riuscite nella storia dell’esplorazione spaziale. Cassini è stato un gioiello nato dalla collaborazione fra Nasa, Esa e Asi, in cui ognuno ha fatto la sua parte.

Quando Gian Domenico Cassini verso la fine del Seicento iniziò a studiare Saturno e i suoi anelli forse non immaginava che poco più di 400 anni dopo un orbiter con il suo nome sarebbe entrato proprio nella sua orbita. Cassini infatti è stata la prima sonda ad essere entrata nell’orbita di Saturno, il 1º luglio 2004 (ore 04:12 GMT). Mentre la sonda Huygens separata dalla nave madre il 25 dicembre 2004 si è occupata soprattutto di studiare la principale luna di Saturno, Titano. Come se idealmente dovesse finire quel lavoro iniziato da Christiaan Huygens, l’astronomo olandese che nel XVII secolo grazie al suo telescopo scoprì Titano.

Cassini si è tuffata per evitare che il lento esaurirsi del carburante la potesse rendere incontrollabile e potesse farla finire su Titano o su Encelado, per evitare di contaminare altri mondi e precludere la possibilità di studiarli intatti in un futuro magari prossimo.

La Nasa e il Jet Propulsion Laboratory di Pasadena, il grande centro che ha gestito la missione, mandano un messaggio chiaro: non finisce qui e bisognerà tornare a controllare se laggiù ci siano altre forme di vita. Da Marte a Titano, dalle comete ai pianeti extrasolari, che questo sia il sacro graal è chiaro. I tempi sembrano maturi.

Sotto la crosta gelata di Encelado, ad esempio, c’è probabilmente un oceano di acqua: Cassini ha visto sprigionarsi getti altissimi dal polo sud della luna e c’è persino passata in mezzo per capire di che cosa sono fatti. Ecco perché nonostante la mole di dati raccolti, il record di permanenza nello Spazio, il lavoro di Cassini è solo all’inizio.

di Edoardo Romagnoli, giornalista professionista

18 settembre 2017

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