Il sentiero stretto del Quirinale

Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it

Fase di stallo quella della politica. Già, ma in attesa di cosa e perché? Queste le domande da farsi, trovando poco credibile ridurre tutto alle impuntature capricciose dei vari personaggi politici (che non mancano, ma che sono solo il contorno).

La risposta sarebbe persino banale: tutto dipende dal fatto che nessuno ha davvero vinto, ma nessuno può ammetterlo. Di conseguenza non è possibile al momento, in attesa di qualcosa che dall’esterno costringa tutti a far finta di trovare un accordo solo per piegarsi a ragioni di salvezza nazionale, avviare una mediazione. Rimane invece che tutti ragionano nei termini di una partita in cui si è combattuta una prima battaglia importante, ma non si è arrivati alla fine della guerra: si dovrà dunque attrezzarsi per la battaglia finale, quella della rivincita per alcuni, o del consolidamento della vittoria per altri.

Il rinvio attuale all’esito delle elezioni regionali in Molise e Friuli è solo un assaggio della convinzione che “la guerra continua” e che dunque ogni battaglia serve per consolidare posizioni e fornire premesse sull’esito finale dello scontro. Non che consideriamo la cosa come una prospettiva intelligente, ma questo è, e conviene prenderne atto, capendo che tutti agiscono in vista di una legislatura che prevedono breve e che sfocerà in un nuovo confronto finale, da preparare magari sfruttando intanto le scadenze elettorali eventualmente intermedie (amministrative ed europee).

Al Quirinale lo sanno benissimo ed è questo che rende stretto e scivoloso il terreno su cui Mattarella è costretto ad inerpicarsi. Come sempre, pesano la storia precedente e il contesto di quello che una volta veniva chiamato lo “spirito pubblico”: due elementi di cui non sempre si tiene il dovuto conto da parte degli analisti.

Cominciamo dal secondo elemento. Difficile che il Presidente della Repubblica non tenga conto di una opinione pubblica profondamente disorientata e che giustamente ritiene suo dovere non concorrere a disorientare ulteriormente. In prima istanza c’è da capire quanto il voto del 4 marzo sia stato una reale investitura a nuove forze politiche o sia stato un voto di reazione alle inconcludenze della politica tradizionale. Ovviamente i due elementi si sono mescolati, anche se è difficile dire in quale proporzione. In seconda istanza c’è da fare i conti con il mito che si è instaurato nell’opinione pubblica per cui sarebbe l’elettorato che decide chi deve andare al governo, come è nei sistemi elettorali maggioritari. Da noi non è così, anche se alcuni meccanismi di opinione sviluppatisi durante la seconda repubblica hanno favorito il nascere di questa convinzione: soprattutto la spaccatura fra berlusconismo e antiberlusconismo. Così adesso è tutto un rincorrersi di pretese su chi ha ricevuto 11 milioni di voti come premier e se la coalizione di centrodestra può davvero sommare i suoi consensi oppure no. Comunque si risolvano questi dilemmi non c’è modo di sostenere che l’elettorato sia titolato per incoronare un premier e neppure che l’abbia fatto, ma quella è la leggenda che si continua a far circolare.

In queste condizioni Mattarella ha difficoltà a scegliere il politico a cui affidare il compito di formare il governo, perché sa bene che potrebbe avere sulla testa l’accusa di aver fatto nascere “l’ennesimo governo non scelto dal popolo” (e qualche mea culpa quei commentatori che hanno sostenuto questa tesi potrebbero anche farlo). Certo gli rimane la strada del dovere, cioè il compito che inevitabilmente gli tocca di provare a promuovere lui un esecutivo se i partiti non sono in grado di farlo e se sarebbe rischioso per il paese uno spensierato ricorso ad un rapido scioglimento della legislatura.

Qui però deve misurarsi con il precedente del governo Monti. Napolitano allora si assunse la gravosa responsabilità di sbloccare una situazione estremamente critica promuovendo un governo che era davvero un “governo del presidente” (come testimoniava la nomina di Monti a senatore a vita, un atto di per sé non strettamente necessario). Come si sa non solo il giudizio su quell’esperimento è controverso, ma il suo esito finale  è stato poco soddisfacente, poiché Monti anziché fare il Cincinnato, cosa che lo avrebbe nobilitato, si buttò in una traballante avventura politica che non portò alcun frutto.

Oggi Mattarella si trova nella infelice situazione di avere difficoltà a promuovere l’iniziativa di dare un governo di tregua al paese perché il timore del pasticcio di un Monti-bis è molto diffuso. Alcuni lo usano strumentalmente per non vedere compromesse le loro posizioni (Salvini, ma in parte anche Di Maio), altri sono sinceramente preoccupati per la difficoltà di trovare quello che davvero servirebbe, cioè un autentico Cincinnato (con un po’ di compagni d’avventura), altri infine vedono la soluzione come un escamotage per ritornare in partita (Berlusconi, alcuni del PD).

Eppure al momento, a meno di un poco probabile sblocco delle trattative su una maggioranza tra i partiti presenti in parlamento (che comunque darebbe vita ad un governo a rischio continuo di implosione), un autorevole governo “di servizio” sarebbe una soluzione di un certo interesse. Perché nasca c’è però bisogno di un atto di responsabilità dei partiti, perché non si può caricarne il peso solo sul Presidente della Repubblica. E anche questo non sembra molto probabile.

18 Aprile 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»