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Palestina oltre il muro: con gli alunni che sognano il mare


ROMA – “Nel nostro parlamento discutiamo dei problemi che abbiamo a scuola. Quello principale è la mancanza di spazi, ma discutiamo anche dei corsi, proponendo ad esempio laboratori o attività extra-scolastiche. Il nostro sogno però è che la Palestina sia libera, e che possiamo finalmente andare al mare. Non lo abbiamo mai visto”.

Nura, nei suoi 14 anni, parla a una decina di giornalisti stranieri facendosi coraggio dietro ai suoi occhiali e ad un atteggiamento adulto. D’altronde ha un incarico importante: è stata eletta dalle sue compagne presidente del parlamento delle studentesse della scuola.

Siamo nel campo profughi di Aida, stretto tra Betlemme e il lungo muro che divide la Cisgiordania da Israele. Qui circa 1.100 studenti hanno accesso a due scuole finanziate dall’Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi (United Nations Relief and Works Agency for Palestinian Refugees in Near East), la Beit Jalal Basic Coeducational School e l’Aida Basic Boys School.

La prima è femminile, con 749 iscritte, mentre la seconda maschile, con “appena” 328 studenti. Ma ogni classe è composta da 40 o 50 alunni, e costruirne altre è impossibile: “Sappiamo che mancano le risorse, perciò anche se ne discutiamo, non possiamo risolvere il problema”, ammette Nura.

La scuola comunque offre un campo da calcio in cemento, una biblioteca e un’aula di scienze. Secondo il direttore Scott Anderson, i 26 educatori messi a disposizione dalle Nazioni Unite ci tengono ad insegnare “i valori della democrazia, devono impegnarsi nel dialogo per superare i problemi, imparare a scegliere i loro leader ma anche ad esserlo”.

Gli incontri dei due parlamenti – 17 deputate da un lato, 10 deputati dall’altro – avvengono circa una volta la settimana, “sono una buona cosa perché coinvolgono anche bambini più piccoli”, spiega Ahmad, anche lui 14 anni.



Lui sceglie un sorriso grande per mascherare il comprensibile imbarazzo. “Grazie ai deputati – aggiunge – trasmettiamo le comunicazioni più rapidamente agli altri studenti“.

“La mia passione è leggere, ma il mio sogno è poter lasciare il campo, diventare un chirurgo, continuare a suonare il kanun – uno strumento a corde tradizionale, ndr – e vedere il mare”, dice una compagna di Nura.

La spiaggia è anche uno dei sogni del piccolo Fayez, 10 anni, che nel tempo libero gioca a calcio, “ma spesso i soldati israeliano vengono e ci cacciano. A volte lanciano anche i gas lacrimogeni“.

La presenza dell’esercito nel campo – che occupa appena 0,071 chilometri quadrati – è costante, come confermano gli insegnanti. I ragazzi sono ormai abituati, “ma è l’unica cosa che vediamo, insieme al muro”, prosegue Nura.

Il muro di divisione, con le sue torrette di controllo, in effetti è proprio di fronte la scuola: vari murales cercano di diluire il grigiore, ma la barriera in cemento armato che sale otto metri verso il cielo compromette le speranze di questi giovani.



“Ci toglie lo spazio e anche la voglia di studiare. A volte la mattina non vorremmo alzarci, ma restare a letto e basta. Vogliamo poter lasciare il campo, non è giusto vivere così. E poi non abbiamo mai visto il mare“.

Ma nonostante tutto i sorrisi non mancano, e quando andiamo via ci accompagnano, incuriositi da tanti stranieri e felici di potersi cimentare con le prime frasi in inglese imparate a scuola.

I tuoi genitori vorrebbero che da grande proseguissi con la carriera politica? “Sono fieri di me, quando sono stata eletta mi hanno detto che quello che facevo era molto importante – risponde Nura alla DIRE – ma da grande non mi vedo a fare politica: voglio diventare un architetto“.

16 ottobre 2017

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