In Nicaragua l’etica dei ragazzi sfida Ortega - DIRE.it

Opinioni

In Nicaragua l’etica dei ragazzi sfida Ortega

Claudio Madricardo per www.ytali.com
Continuano le proteste capeggiate dai movimenti studenteschi per chiedere giustizia e democrazia. Con l’intervento della Chiesa sembra aprirsi un tavolo negoziale per trovare una soluzione, che però difficilmente potrà prescindere dall’uscita di scena del presidente e di sua moglie Rosario Murillo. Per quanto il lavoro non sia terminato, #Nicaragua è cambiato per sempre. Il silenzio, la sottomissione, il timore, sono rimasti nel secolo passato. L’etica dei nostri ragazzi ci ha liberato dal peggiore dei mali della coscienza che è la paura. Così twittava il 13 maggio lo scrittore Sergio Ramírez, antico vicepresidente sandinista per i cinque anni del primo mandato di Daniel Ortega. E già all’indomani delle prime manifestazioni che hanno travolto il paese dopo la promulgazione della riforma del welfare voluta dal governo e in seguito cancellata, nel ritirare il premio Cervantes il 24 aprile a Alcalá de Henares davanti ai reali di Spagna, Ramírez ha approfittato del palcoscenico internazionale per dedicare l’alto riconoscimento letterario che gli veniva concesso, il Nobel della letteratura in lingua spagnola, alla memoria dei nicaraguensi che negli ultimi giorni sono stati assassinati nelle strade per aver chiesto giustizia e democrazia, e alle migliaia di giovani che continuano a lottare, con la sola arma dei loro ideali, affinché il Nicaragua torni ad essere Repubblica.

Gli ha fatto eco solo poche ore fa Gioconda Belli, poetessa e scrittrice nicaraguense, nonché militante sandinista della prima ora che ha ricoperto cariche importanti nel governo del paese all’indomani della cacciata di Somoza, che ha espresso la sua preoccupazione via twitter per il ripetersi della sceneggiatura venezuelana dei saccheggi, che lì si spiegava per la mancanza di cibo, mentre qui sembra una tattica per terrorizzare la gente pacifica. Sono certa che queste bande sono state istigate. Devono essere fermate SUBITO. Mai prese di posizione sono state più nette e capaci di spiegare quanto sta accadendo in Nicaragua. Tanto più che provengono da due personalità che esprimono la coscienza critica del paese, e che per la loro storia sarebbe difficile accusare di essere al soldo della controrivoluzione o dell’impero. Due voci autorevoli in un coro di proteste che ha in queste settimane isolato moralmente e politicamente il governo della coppia presidenziale Ortega-Murillo.

Ora, dopo che nelle strade del piccolo paese centroamericano sono morte dallo scoppiare della protesta 47 persone, numero che secondo organizzazioni che operano per la difesa dei diritti civili deve essere elevato a 65 vittime, finalmente il governo di Daniel Ortega ha permesso l’entrata nel paese della Comisión Interamericana de Derechos Humanos (CIDH) che investigherà su quanto è accaduto.

Era questa una delle precondizioni poste dal movimento capeggiato dagli studenti per accettare la mediazione della Chiesa e avviare un tavolo di negoziazione per uscire dalla gravissima crisi in cui il paese è precipitato. La riforma in stile neoliberista dello stato sociale che il governo di Ortega ha cercato di far passare lo scorso aprile è stata la miscela che ha fatto scoppiare l’incendio, ma questo ha ormai travalicato le ragioni stesse dell’inizio della protesta e ha come suo obiettivo la fine vera e propria dell’orteguismo, unanimemente accusato di aver reagito con la repressione poliziesca e le violenze delle squadracce sandiniste.

Perso, a quanto pare irrimediabilmente, l’appoggio su cui ha basato il suo regime, che faceva perno sugli industriali del COSEP, cui aveva concesso ampi privilegi e che pur gli hanno organizzato una marcia contro, e sulle gerarchie cattoliche e evangeliche (Daniel ha persino ricelebrato il proprio matrimonio con Rosario Murillo in chiesa), la coppia presidenziale che ha cambiato pelle all’esperimento sandinista tramutandolo in una sorta di dittatura famigliare ha ora davanti a sé l’arduo compito di conservare il potere, evitando, per quanto le sarà possibile, di scivolare sul piano inclinato del tavolo di negoziazione che di certo metterà al centro la sua uscita di scena.

    Così il presidente della Conferenza Episcopale nicaraguense Leopoldo Brenes ha potuto finalmente annunciare che mercoledì 16 si aprirà il tavolo di dialogo nazionale, nonostante che tutte le richieste avanzate dal movimento per il suo avvio non siano state ancora accolte, e che conseguentemente le condizioni per il suo avvio “non siano le più idonee”. Se è vero infatti che l’esercito ha recentemente assicurato che non interverrà contro i manifestanti, e ha smentito attraverso il suo portavoce Manuel Guevara di aver preso parte alla repressione delle proteste, le più recenti e violentissime nella città di Masaya, bisognerà capire nei prossimi giorni quanto la mano tesa di Ortega sia accorgimento tattico, per la debolezza oggettiva di cui il regime soffre e il continuare delle manifestazioni, e quanto invece sia, la sua, vera volontà di dialogo.

Se e quanto, in altre parole, sia riformabile l’orteguismo, qualora una sua ipotetica riforma appartenga ancora all’orizzonte politico di chi in queste settimane gli si è opposto. E quanto invece il tavolo del dialogo non sia un passaggio obbligato per cercare di mettere fine a Daniel Ortega e consorte nel modo meno cruento per il paese. Bisognerà capire, infine, quanto l’obiettivo sia raggiungibile da una volontà popolare che sembra non avere intenzione di mollare. Un braccio di ferro, insomma, i cui esiti potrebbero anche essere drammatici per il paese. Le intimidazioni delle squadracce filogovernative nei giorni scorsi non hanno risparmiato nemmeno la cattedrale di Managua, dove motociclisti sono entrati nella chiesa, probabilmente rea di aver dato rifugio ai manifestanti. E sono state denunciate con vigore da Silvio José Báez, vescovo ausiliario dell’arcidiocesi, che più volte ha invocato la fine della repressione violenta contro gli studenti. Così ha scritto sul suo seguitissimo account twitter: Nulla di violento è durevole. L’intimidazione e l’aggressione non sono la via. Báez ha pure ben spiegato che l’appello della Chiesa al dialogo non è un’alternativa alla pressione popolare pacifica, non è una capitolazione davanti alla repressione di cui soffre il popolo, non è un tentativo per tornare alla tranquillità artificiale di qualche settimana fa. Il dialogo è una porta in più per cambiare il Nicaragua.

Cambiare il Nicaragua, perché è a tutti evidente ormai come in queste settimane il paese abbia vissuto un salto di qualità che, portando in piazza gli studenti sempre più radicalizzati contro il governo e risvegliando il “gigante addormentato” come qualcuno l’ha definito, gli ha impresso un cambiamento profondo. Facendo aprire gli occhi della gente su tutti i limiti della “democrazia orteguista”, sui suoi odiosi privilegi, sui suoi crimini contro la popolazione e le libertà.

Dopo l’annuncio del presidente della Conferenza Episcopale, la Coalición Universitaria, la struttura che rappresenta i tre movimenti studenteschi, ha annunciato di essere “aperta a partecipare al dialogo nazionale”, pur esigendo che si arrivi finalmente alla pace e alla giustizia. Laddove per giustizia, da tutte le numerose piazze in cui la gente ha sfilato sventolando solo la bandiera nazionale, s’intende in primo luogo punizione dei delitti e della corruzione di cui si è resa colpevole la coppia presidenziale. E come soluzione si è prospettata la sua definitiva uscita di scena.

Attraverso la scelta di dialogare gli studenti hanno saputo dimostrare la maturità politica del loro movimento e come i processi sociali intensi, nati anche sole poche settimane fa, abbiano potuto trasformare il gigante addormentato nel protagonista del tavolo di trattativa che domani si apre. Un movimento che, come ha scritto Sergio Ramírez , scendendo in piazza senza paura è riuscito a liberare un intero paese dal male fatale della paura. Nella quale Ortega, ridotto il sandinismo a sua immagine e somiglianza, era riuscito a precipitarlo.

16 maggio 2018
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