Welfare

Minori e suicidio, lo psichiatra: “E’ la seconda causa di morte tra i 15 e 29 anni”

ROMA – ‘È un fenomeno che già conoscevo, è una sorta di ‘Grande Fratello’ che organizza le sfide e ti porta a un epilogo tragico. Coinvolge una tipologia di persone di per sé vulnerabili, considerando che il suicidio è la seconda causa di morte nei giovani dai 15 ai 29 anni’. Risponde così, Maurizio Pompili, responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio nell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma e professore associato di Psichiatria della ‘Sapienza’ Università di Roma, interpellato dalla Dire sul fenomeno dellaBalena blu‘: il gioco al suicidio ospitato in alcuni social che, con le sue 50 regole, ha spinto molti adolescenti a superare sfide sempre più estreme. L’ultima è quella di morire lanciandosi nel vuoto dal palazzo più alto della propria città. Nella sola Russia si contano 157 vittime, ma il terribile fenomeno è probabilmente dilagato anche in altri Paesi. ‘La mente dell’adolescente è in via di sviluppo, in definizione, ed è quindi una mente fragile- continua Pompili- in questa fase della vita l’essere plagiati è un qualcosa di agevolato e facilitato, fermo restando che chi si coinvolge in questi giochi ha delle caratteristiche che noi dovremmo conoscere meglio. Dobbiamo studiare i gruppi di persone che diventano preda di simili giochi. In questo caso- afferma il professore- il suicidio diventa quasi un gesto eroico finale, per aver concluso una sfida ed essersi sottomessi a un qualcosa di grandioso. Il fatto che queste persone si filmino, o si facciano filmare, rappresenta l’aberrazione più grande della cultura della morte. La società e tutte le istituzioni dovrebbero essere fermamente compatte nell’opporsi a un tipo di fenomeno del genere’.

‘Blue Whale’ non è una novità.

‘Lo abbiamo già visto, in un’ottica conoscitiva e positiva, attraverso il documentario ‘The bridge’, dove i registi filmavano i suicidi dal Golden Gate Bridge a San Francisco- fa sapere il medico- e poi andavano a raccogliere le storie dei familiari creando un’autopsia psicologica. Anche le Iene sono andate ad intervistare le famiglie e i familiari di questi poveri ragazzi vittime del gioco al suicidio’. Pompili ha una certezza: ‘Di suicidio, più se ne parla in chiave preventiva e meglio è, perché si toglie potenza a un fenomeno aberrante, paralizzante e totalizzante’. Parlarne in chiave preventiva ‘significa immaginare che la persona che pensa al suicidio si trovi come in un tunnel. Nel gioco avviene la stessa cosa- spiega l’esperto- è una sorta di morsa depressiva per la quale la persona non vede altra opzione, per liberarsi dalla sofferenza, che il suicidio’. È questa la caratteristica tipica della mente suicida, ‘quando trovandosi di fronte a una sofferenza incolmabile prova tutte le opzioni, ma poi, pur di liberarsi da questa sofferenza, pensa al suicidio come opzione finale, e non perché vorrebbe morire ma perché vorrebbe vivere’. Il caso degli adolescenti intrappolati nella ‘Blue Whale’, ‘deve essere conosciuto meglio. È una fattispecie molto peculiare che ha delle comunanze con la mente suicida, ma anche con delle eccezionalità da approfondire: il sensazionalismo del farsi filmare e dell’andare in un posto alto. Lo scegliere un modo cruento che detterà la fine, la loro morte’.

Sono coscienti questi adolescenti?

‘C’è un dubbio su questo- risponde lo psichiatra- sottolineo che si tratta di una fattispecie di soggetti da approfondire. Non sappiamo fino a che punto la realtà virtuale e il mondo reale vengano distinti o sovrapposti completamente. Quello dell’atto eroico, come si ritrova nella storia del suicidio, è un elemento da considerare per aver compiuto qualcosa di grandioso che gli altri devono vedere. Non deve passare inosservato il fatto che siano riusciti a fare qualcosa che rappresenta un tabù, una atto aberrante per la maggior parte degli uomini’. Pompili parla di un fenomeno che ‘ci pone di fronte alla necessità di creare delle misure preventive soprattutto nella fascia di età giovanile – che è di per sé più a rischio – tanto che molte organizzazioni internazionali si dedicano a fare campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei campus universitari, cercando di aiutare le persone a riconoscere il soggetto a rischio decodificando dei segnali di allarme’. Anche per ‘Blue Whale’ la ‘sfida finale si gioca sul riconoscimento dei segnali di allarme da parte di genitori, insegnanti e della collettività su tutte quelle persone che in qualche modo possano destare un sospetto, mostrare dei cambiamenti nelle abitudini (ad es. sonno e appetito), o possano dire frasi del tipo ‘Non ce la faccio più‘, ‘A che serve vivere’, ‘Sarebbe meglio morire‘, ‘Vorrei essere morto’. Non bisogna sottovalutare mai questo tipo di affermazioni. A volte le persone che hanno idee suicidarie danno via cose care, fanno una sorta di testamento simbolico’.

Si possono quindi identificare dei cambiamenti nella persona che pensa alla morte?

‘Si. Nel momento in cui ci sono dei cambiamenti dell’umore, delle abitudini o dell’umore (la persona è più triste, agitata, inquieta). Questi cambiamenti dovrebbero destare l’attenzione degli adulti, o comunque dei pari e degli insegnanti. Agire d’anticipo- chiarisce Pompili- significa insinuarsi in questo gioco perverso che altrimenti va dritto verso un’unica direzione’.

Come mai tanti adolescenti sono così attratti dai giochi mortali?

Siti che istigano al suicidio non sono una novità, ce ne sono tanti e anche consolidati. Su questi sono state fatte numerose indagini e approfondimenti, tuttavia è difficile anche rintracciarne l’origine. Gli adolescenti sono attratti perché identificano spesso la morte con un atto eroico, con qualcosa di grandioso che non è per tutti ma per i più coraggiosi. È una cosa molto fallace e non deve essere validata’, risponde il responsabile del Servizio per la Prevenzione del Suicidio nell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea. Il suicidio dagli ‘anni ’50 a oggi ha avuto un’escalation soprattutto nei maschi – con dei picchi elevatissimi fino a farlo diventare la seconda causa morte – e meno nelle femmine. Le storie di ‘Blue Whale’ mostrano una nuova tendenza- rivela il medico- il gioco è molto rappresentato tra le ragazze, e anche questa è una peculiarità che dovrebbe essere studiata. È ovvio che ci sono molti fattori di rischio che portano gli adolescenti attuali ad essere a maggior rischio di suicidio: l’abuso di sostanza, la disgregazione del sostegno familiare, una maggiore disponibilità economica che permette di cimentarsi in attività che altrimenti non sarebbero possibili’.

L’ideatore del tragico gioco è un 22enne studente di psicologia che ha dichiarato di aver ‘purificato la società’. Cosa possiamo dire ?

‘la storia ci insegna che non è la prima volta che vediamo questo approccio. Molte volte la paranoia, il sospetto e il ritenere veri alcuni propri pensieri, come quelli più nobili e prioritari, fa compiere delle azioni aberranti. Molte volte l’avere un’estrema certezza soggettiva che le proprie idee siano quelle che salveranno il mondo ci fa capire che non parliamo di una mente normale’.

Considerare la debolezza umana un errore può essere molto pericoloso?

‘Assolutamente sì. È facile riconoscere soggetti deboli, perché in certe situazioni emergono più facilmente le debolezze- rivela lo psichiatra- soprattutto negli adolescenti, dove le certezze e i punti di forza si realizzeranno grazie al sostegno della famiglia, della scuola e della società con la crescita e lo sviluppo. Quando parliamo di un adolescente, parliamo di una mente che si sta sviluppando e che ha delle fragilità intrinseche’.

Cosa possiamo fare in Italia per evitare che giochi del genere possano insinuarsi tra gli adolescenti?

‘Dobbiamo creare un coinvolgimento in loro stessi, promuovere un aiuto tra i pari e una cultura che si estenda orizzontalmente senza necessariamente dei dettami dall’alto. Favorire delle campagne di sensibilizzazione è sicuramente un punto di forza. Il fenomeno non è più qualcosa di subdolo- ricorda Pomnpili- emerge chiaramente ed è aberrante. Purtroppo troppo spesso ci si scontra con la paura del trattare il tema del suicidio, come se nel trattarlo possa emergere il rischio che diventi un’opzione percorribile. Parlare di suicidio non è un fatto negativo se lo si fa in chiave preventiva e in un’ottica di sostegno. Parlarne in maniera preventiva può aiutare un individuo in crisi – quale che sia la sua crisi – a creare un varco nella sofferenza, sia se indotta o se causata da qualsiasi altro tipo di situazione’.

Tutti possono parlare di suicidio in chiave preventiva o è meglio rivolgersi a degli esperti?

‘L’ideale sarebbe che tutti sappiano parlarne adeguatamente, ma è vero che non necessariamente ci si improvvisa esperti di una tematica così difficile. Si possono fare delle domande tipiche e semplici- consiglia il professore- e sulla base di queste rivolgersi poi ad un esperto per approfondirne il contenuto. Si può chiedere cosa preoccupa o, ad esempio, se si ha avuto l’idea di voler morire. Per un sostegno e su come agire in modo propositivo è, invece, opportuno rivolgersi agli esperti’.

Mai prendere alla leggere una persona che dice ‘voglio farla finita’.

‘Abbiamo dimostrato con uno studio che la maggior parte delle persone che lo dice, spesso lo fa. In maniera aneddotica si è sempre detto che era vera questa informazione, ma noi lo abbiamo dimostrato con i numeri. Lo abbiamo fatto con uno studio che ha preso in considerazione tutti i suicidi pubblicati nella letteratura internazionale di sempre- fa sapere Pompili-. Abbiamo considerato, in particolare, gli studi dove si riferiva che il soggetto avesse parlato di voler morire. È emerso che circa il 50% di coloro che si erano suicidati aveva comunicato l’idea di voler morire. Questa però è una sottostima, poiché per molti studi si tratta solo di una variabile che non viene rilevata. Il dato del 50% è quindi una sottostima del fenomeno, seppure rappresenti una percentuale alta’. Statistiche ufficiali sul numero di suicidi nel 2016 non ci sono ancora, ‘possiamo dire però che in Italia ci sono oltre 4.000 suicidi ogni anno. Il rapporto è di 3 a 1 (3 uomini e 1 donna) e la fascia di età più a rischio è quella dei giovani adulti (45-55 anni), in particolare laddove si era verificato il fenomeno della crisi economica. Se andassimo comunque a vedere le diverse fasce d’età troveremmo situazioni diverse, ricordo che nell’adolescenza è la seconda causa di morte’.

Il Servizio per la Prevenzione del Suicidio si trova al terzo piano dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea. ‘Esiste da alcuni anni e vengono ricevuti soggetti in crisi o che hanno tentato il suicidio. Le seguiamo con diversi approcci, dando una possibilità di speranza. Vediamo tanti giovani che hanno tentato il suicidio, è un fenomeno dove la soglia dell’età si abbassa- conclude- non parliamo più dell’adolescente in senso stretto, ma anche del preadolescente’.

di Rachele Bombace, giornalista professionista

16 maggio 2017
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»