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Roma capitale del Bondage: quei nodi tra eros e sport

ROMA – Il confine tra pratica erotica e disciplina sportiva: questo è il bondage. Tante le tecniche per praticarlo, ma tutte aventi un unico fine: impedire la capacità di compiere movimenti liberi a chi si presta ad essere legato.

Performer da tutto il mondo sono arrivati in settimana nella Capitale per prendere parte al ‘Rome bondage week’, primo festival italiano dedicato al bondage, iniziato con la presentazione dei maestri e del programma degli eventi che si terranno prossimi giorni. Quello di mercoledì è stato infatti solo l’inizio di una serie spettacoli che andranno avanti fino a domenica 17, presso la discoteca Qube.

Resta ancora poco conosciuto ai più nel nostro Paese il mondo del bondage, identificato dagli esperti del settore con la lettera ‘b’ della sigla bdsm.

Cavi, corde, ganci e l’affidarsi completamente al proprio ‘rigger’, per un dolore che a molti appare ingiustificato, ma che viene descritto dai praticanti della disciplina come uno strumento di conoscenza dei limiti e delle potenzialità del proprio corpo. Anche l’utilizzo di bende e catene permette di realizzare suggestive ‘composizioni’ in cui chi si fa legare, grazie appunto a ganci appesi al soffitto, resta legato e sospeso in posizioni più o meno comode alla mercè del suo ‘rigger’.


Il mondo delle sessualità mi ha sempre intrigato. Ho conosciuto la mia insegnante a un seminario di sessuologia, mi sono iscritta al suo corso di bondage e da quel momento non me ne sono mai andata”. Queste le parole di Alice, giovane studentessa di Psicologia clinica in procinto di laurearsi, e allieva della ‘rigger’ Red Lily.

“Ogni modo di legare è diverso- spiega ancora Alice- ogni ‘rigger’ utilizza differenti tecniche, ma c’è un grande studio dietro alla realizzazione di ogni nodo. Le corde sono solo un mezzo che usiamo per ‘liberarci’, per sperimentare fiducia nel prossimo e autoconsapevolezza. Ci vuole un grande allenamento per poter migliorare, come nell’attività sportiva servono passaggi graduali”.

Molti gli stili e altrettante le fusioni, tutte traenti origine dall’arte tradizionale giapponese dello shibari. “In America l’immaginario erotico possiamo associarlo a personaggi sensuali come Bettie Page (negli Anni 50 una delle prime e più note pin-up, ndr), mentre in Giappone al mondo dello shibari- spiega Pedro Cordas, maestro di Lisbona venuto in Italia per seguire l’evento- Questa tecnica trae origine dall’hojojutsu, un’arte marziale nata con lo scopo di tenere immobilizzati i prigionieri di guerra con delle corde. L’hojojutsu è più pericoloso, c’è un alto rischio di mortalità perché molte delle legature vengono fatte a partire dal collo, per questo viene praticato poco. Nello shibari i rischi sono invece fortemente ridotti. Nella nostra arte ricerchiamo l’estetica in perfetto accordo con la filosofia giapponese, è quasi paragonabile a un rituale il metodo con cui realizziamo i nodi. Vogliamo che oltre ad essere bello per noi che leghiamo e per chi si fa legare, risulti spettacolare anche per chi osserva, un po’ come la cerimonia del tè”.

Complesso dunque il filo che lega le pratiche erotiche al mondo del bdsm: “Il benessere che si prova nel bondage per chi si fa legare è una sensazione di liberazione” le parole di Red Lily, direttrice artistica di Ritual Lab, ideatrice e direttrice artistica del festival e coautrice del libro ‘Bondage, la via italiana all’arte di legare’.

Secondo lei la dimensione del sesso e quella del bondage possono essere vicine, ma non sovrapponibili: “Il bondage non è più legato al mondo della sensualità rispetto a quanto non lo siano altre attività con forte carica erotica, come il tango. Si tratta dunque di una disciplina che secondo me è oltre il sesso”, conclude la ‘rigger’.

15 settembre 2017

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