Summit Diaspore, Pap Khouma: “Tocca ad afroitaliani, basta disumanizzarli”

Da un'inchiesta del 1989 alle nuove diaspore: parla lo scrittore

ROMA – ‘L’Italia in nero’ il titolo di copertina, a caratteri cubitali. Al centro, da una folla a fumetti spuntano due volti, sorridenti nonostante l’occhiello metta in guardia: “In regola ma emarginati: cosi’ nasce un Paese multirazziale”. Anno 1989, prima pagina dell”Europeo’. A seguire un’inchiesta di dieci pagine, nata dopo lo sgomento e anche le proteste di piazza per l’assassinio di Jerry Maslo, vittima prima dell’apartheid sudafricana e poi di sfruttatori e criminali nei campi di pomodori a Villa Literno. L’inchiesta era firmata da Pap Khouma, cittadino del Senegal, per l’Italia un “clandestino”. Il giornalista e lo scrittore che con ‘Io, il venditore di elefanti’ avrebbe raccontato un’Italia non piu’ Paese di emigrazione ma ormai di immigrazione. Ventotto anni dopo, con l’agenzia ‘Dire’, Khouma parla di africani e afroitaliani. Lo fa da Milano, la citta’ che domani ospitera’ il Summit nazionale delle diaspore, tentativo e impegno (anche) per una narrazione nuova…

– Dottor Khouma, come nacque quell’inchiesta per ‘l’Europeo’?

Era il 1989 “Come fosse un secolo fa, praticamente preistoria. Era stato ucciso da poco Jerry Maslo e si parlava molto di cosa facevamo noi immigrati. A chiamarmi fu Enrico Manucci, un giornalista illuminato. Insieme con Bathily Dia e il fotografo Enzo Schiffo, girai l’Italia, da Venezia a Torino, da Roma a Caserta, da Villa Literno a Catania, per mostrare che lavori facevano gli immigrati. Intervistai Edrissa Sanneh, che poi fece la trasmissione ‘Quelli che il calcio’, un benzinaio originario dello Zaire, una capoverdiana che lavorava come domestica, tanti altrià All’origine dell’inchiesta c’era stato il caso di un senegalese assunto come cameriere in una caffetteria storica di Firenze, credo il Paszkowski. Ne parlavano come di una cosa incredibile. L’inchiesta servi’, fu ripresa dalle televisioni e dai giornali. Dette forse per la prima volta un’immagine dell’immigrazione africana. Fu in qualche modo un biglietto da visita. Intervenne anche il ministro Claudio Martelli, prima dell’approvazione della legge che avrebbe portato il suo nome. Gli immigrati in Italia allora erano 600mila. Fu un modo per prendere la parola e per parlare noi, in prima persona, di noi stessi”.

– E oggi? Quest’opportunita’ c’e’ ancora?

“C’e’ meno spazio nonostante le voci capaci di esprimersi siano tante. All’epoca della mia inchiesta eravamo forse in due o tre. Oggi c’e’ tutta una generazione nata qui, che vive qui, ha 30 o 40 anni e di professione fa il giornalista, il comunicatore o l’attivista: perfettamente in grado, insomma, di parlare di se stessa. Oggi pero’ viviamo un momento difficile, soprattutto per chi e’ immigrato e ha la pelle nera. Nei talk show si va solo a litigare. Si puo’ trovare spazio con il politico di turno che vuol far crescere il propri consensi sparando contro gli immigrati. Spesso ci sono uno o due africani che si difendono, dicendo: ‘Noi non siamo cosi”. Chi attacca e chi difende, insomma, come in un gioco di ruolo. La verita’ e’ che pero’ mancano gli spazi per scrivere e riflettere, perfino su quotidiani come ‘La Repubblica’ o ‘Il Corriere della Sera’. E a parlare sono sempre gli italiani, sia pure di buona volonta’. Le associazioni, poi, vivono una situazione difficile, segnata dall’ostilita’. Mi sembra che un Pap Khouma che dice le cose come sono sia controproducente, oltre che non vendibile. La figura dell’africano nero e’ stata cosi’ tanto disumanizzata che dargli spazio non conviene piu’. I 40enni, Pap Khouma e gli altri, pensano di avere spazio sui social e con i loro bravi follower si sentono la coscienza a posto. Ma cosi’ il dibattito non cresce.
Confidiamo talmente in Facebook e Instagram da dimenticare l’impatto che hanno emittenti come ‘Rete 4’, che con i suoi talk show ha fatto un servizio pessimo agli africani, entrando in tutti i salotti d’Italia e alimentando i pregiudizi di chi non esce, non si informa e non va nemmeno sui social”.

– Che contributo dovrebbero dare oggi, nell’era dei social, i giornalisti?

“Rispondo da giornalista, iscritto all’Ordine dal 1994. In gioco c’e’ la liberta’ di opinione e di espressione. Non pretendo che un collega non parli, chiedo solo di avere spazio anch’io. Quando usci’ ‘Io, il venditore di elefanti’, vedevo che tanti italiani scrivevano di noi. Non ho mai pensato di bloccare i giornalisti che scrivono che gli africani sono cannibali. Voglio solo poter dare anch’io la mia versione sull’Africa, gli immigrati e gli italiani”.

– È uno spazio che va conquistato?

“Dobbiamo crearcelo, per poter entrare nelle case, non soltanto criticando ‘Italia 1’ o ‘Rete 4’. Facciamo come la rivista ‘Ebony’, che negli Stati Uniti espresse la visione degli afroamericani su se stessi e la societa’ Usa. Se oggi parliamo e lo facciamo utilizzando i nostri strumenti rendiamo un servizio alla societa’ e anche a chi cerca un’informazione diversa”.

– Il Summit nazionale delle diaspore, finanziato dalla Cooperazione italiana, puo’ essere d’aiuto?

“Ci sono tante iniziative e a volte c’e’ il rischio di disperdersi, di coltivare solo il proprio orto. Il mese scorso, a Milano, c’e’ stato ad esempio un incontro promosso da Otto Bitjoka, un amico. L’intento e’ lodevole pero’ mi ha colpito e disturbato la presenza del governatore della Lombardia, Attilio Fontana, una persona che parla di ‘difesa della razza bianca’. Non c’e’ da fidarsi di un amministrazione che parla di difesa della razza, con lui non posso e non voglio progettare nulla. Altra cosa e’ il Summit delle diaspore, coordinato da Cleophas Dioma. Anzitutto bisogna dire che l’Italia a fare cooperazione con l’Africa ci ha provato. Dai tempi di Craxi di cose ne sono state fatte. Ora pero’ il mio dubbio riguarda l’interlocutore africano in Africa. I governi africani e i politici africani oggi non sono credibili. Di piu’, sono ostacoli”.

– Come bisogna fare cooperazione allora?

“La premessa e’ che per riscattare l’Africa bisogna far si’ che le sue materie prime siano trasformate almeno in parte in loco per dare lavoro e non piu’ pagate quattro lire, caricate su navi o aerei e consegnate alle industrie occidentali o cinesi. Il paradosso e’ che una volta divenute prodotti finiti ritornano in Africa e il consumatore locale le paga a un prezzo superiore rispetto a quello europeo. Poi, tornando all’Italia: in questi ultimi 30 anni c’e’ stato uno spreco enorme. Partono iniziative positive che pero’ si arenano una volta arrivate a sud del Sahara. Alcuni imprenditori sono riusciti a realizzare progetti partendo da qui. La condizione indispensabile e’ essere li’, non lasciarli in mano a politici corrotti. Cio’ detto, il Summit va nella direzione giusta, perche’ gli africani e gli afroitaliani vogliono davvero portare sviluppo nei loro Paesi d’origine”.

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14 Dicembre 2018
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