L’Istat avverte il governo: “I numeri della manovra possono cambiare”

"Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica, in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi"

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ROMA – “La variazione acquisita per l’anno corrente è +1,0%. In termini meccanici, sarebbe necessaria una variazione congiunturale del Pil pari al +0,4% nel quarto trimestre dell’anno in corso per raggiungere gli obiettivi di crescita presenti nella Nota di Aggiornamento al Def per il 2018 (+1,2%)”. Lo ha detto il presidente facente funzioni dell’Istat, Maurizio Franzini, nel corso dell’audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio riunite alla Camera.

Per il 2017 è confermato un deficit “pari al 2,4% del pil e un debito pari al 131,2%. Per l’anno in corso e per quelli successivi si conferma quanto espresso nell’audizione sulla Nota di aggiornamento al Def 2018, pur sottolineando che un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica, in modo marginale per il 2018 ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.

REDDITO CITTADINANZA, 40% FAMIGLIE POVERE HANNO CASA PROPRIETÀ

La casa di proprietà va considerato un ‘privilegio’ che potrebbe escludere le famiglie povere dall’accesso al reddito di cittadinanza? L’Istat illustra che “le famiglie in povertà assoluta che non sono in affitto (56,3%) si dividono in due sottogruppi: coloro che abitano in case di proprietà (40,7%) e coloro che hanno case in usufrutto o in uso gratuito (15,6%)”. Tra le famiglie che vivono in una casa di proprietà, spiegano i rappresentanti dell’Istat nel corso dell’audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio riunite alla Camera, “quasi una su cinque paga un mutuo, di importo mensile medio pari a 525 euro (564 euro Nord; 480 euro Centro, 387 euro Mezzogiorno)”.

Insomma, spiega l’Istat, “il titolo di godimento dell’abitazione incide in misura rilevante sulle condizioni di vita, poiché il canone sottrae risorse che potrebbero essere destinate ad altre spese necessarie. Queste evidenze pongono, dunque, un problema di equità che potrebbe essere risolto in diversi modi ed in particolare fissando soglie di accesso che tengano conto oltre che dei diversi livelli di reddito anche delle condizioni di godimento dell’abitazione”.

DA REDDITO CITTADINANZA IMPATTO SU PIL FINO A 0,3%

“Sotto l’ipotesi che il Reddito di cittadinanza corrisponda a un aumento dei trasferimenti pubblici pari a circa 9 miliardi, secondo le simulazioni effettuate il pil registrerebbe un aumento dello 0,2% rispetto allo scenario base. Questa reattività potrebbe essere più elevata, e pari allo 0,3%, nel caso in cui si consideri l’impatto del Reddito di cittadinanza come uno shock diretto sui consumi delle famiglie”. Lo ha sottolineato l’Istat nel corso dell’audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio riunite alla Camera.

6 MLN PERSONE RINUNCIANO A VISITE PER ATTESA O SOLDI

“La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione), mentre sono oltre 4 milioni le persone che vi rinunciano per motivi economici (6,8%)”. Lo ha sottolineato l’Istat nel corso dell’audizione sulla manovra davanti alle commissioni Bilancio riunite alla Camera.

“Le liste di attesa inducono a rinunciare alle citate prestazioni quasi il 5% di coloro che hanno un’età compresa tra i 45 e i 64 anni e il 4,4% degli ultrasessantacinquenni”, si legge nel documento consegnato in commissione.

Inoltre “tra quanti dichiarano che le risorse economiche della famiglia sono scarse o insufficienti l’incidenza della rinuncia alle prestazioni specialistiche è complessivamente pari al 5,2%, a fronte dell’1,9% tra le famiglie che dichiarano di avere risorse ottime o adeguate. Sono forti le differenze territoriali tra Nord e Centro-Sud. La percentuale più bassa si rileva infatti nel Nord-est (2,2%) e la più elevata nelle Isole (4,3%). Distinguendo le prestazioni sanitarie, la rinuncia per liste di attesa è più frequente per le visite specialistiche (2,7%) rispetto agli accertamenti specialistici (1,6%).
Queste situazioni rappresentano un segnale di vulnerabilità nell’accesso alle cure che riguarda in particolare i meno abbienti”.

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12 Novembre 2018
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