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Editoria, Staino: “Renzi voleva Bobo, ora ci incontri”

ROMA – “Quando Renzi mi chiamò a dirigere l’Unità mi disse ‘te e il tu’ Bobo siete un brand…’. Vero, ma poi questo brand non l’ha mai sostenuto… Dopo un primo incontro affettuoso e gioioso non l’ho più visto, sono passati quattro mesi”. Sergio Staino, direttore dell’Unità da settembre del 2016 assieme al condirettore Andrea Romano, lamenta di essere stato abbandonato dal segretario del Pd. E oggi che il socio che possiede l’80% del giornale (Pessina) annuncia licenziamenti, Staino chiede un incontro “al segretario del Pd”. Cosa vorrebbe da Renzi? “Al Pd io non voglio chiedere soldi, che per carità fanno comodo, ma chiedo di sostenere questo giornale. L’aiuto si dà col sostegno politico, non solo quello finanziario. Io rivendico quanto fatto dal mio giornale in questi mesi, ma un’impresa editoriale non può essere solo una iniziativa di propaganda per il governo. Di fronte all’azione estremamente violenta della Pessina voglio che Renzi dica cosa vuol fare con questo giornale. Come fai a mettere su un partito diffuso senza giornale? Ogni giorno mi arrivano decine di mail e di lettere di persone che si lamentano che il giornale non arriva nella loro edicola, la distribuzione non funziona. Però sono la dimostrazione che una comunità esiste ancora”.

Staino dice di sentirsi abbandonato: “Alla Leopolda non hanno fatto entrare il giornale, non hanno fatto entrare l’Unità. Abbiamo litigato, alla fine hanno lasciato centinaia di copie fuori, sotto la pioggia, come fossi un privato che voleva distribuire volantini pubblicitari. Un rapporto col partito ci deve essere, invece io lavoro isolato, ho chiesto, chiesto, chiesto. Ma non ho visto nessuno. Il Pd ha mostrato solo superficialità. Un segretario che non ha avuto un’ora per venire a fare un forum al suo giornale. E’ andato da cani e porci, ma da me non è voluto venire. Vi pare giusto? Altro che il mio brand… Sono cose che mi demoralizzano”.

Il giornale, che quando tornò in edicola nel giugno del 2015 vendeva 60mila copie, oggi secondo dati “ufficiosi” ne vende 6.800, esclusi gli abbonamenti. La redazione è composta da 29 giornalisti. “Quando mi hanno nominato direttore ero consapevole della situazione finanziaria difficile- aggiunge Staino- ci siamo detti disposti ad accettare un piano più soft, tagliandoci gli stipendi ma senza licenziare nessuno. L’azienda non ci ha ascoltati”. Su questo punto insiste molto il cdr: “E’ da novembre che aspettavamo di aprire una trattativa: ci hanno convocato oggi, alla vigilia dell’assemblea dei soci, per dirci che di fronte alla nostra ‘chiusura’ avrebbero proceduto con una ‘riduzione progressiva del personale’. Sui numeri non hanno detto nulla, sui tempi hanno detto che ‘si procederà immediatamente'”.

Il comportamento di Pessina viene giudicato “superficiale, violento”. Di più: “Stavolta non c’è nessuna ragione finanziaria che giustifica la chiusura del giornale. Difenderemo in ogni sede politica, sindacale e giudiziaria i nostri posti di lavoro e i nostri diritti”. Ora il cdr chiede un incontro a Renzi: “Questo giornale gli è utile? Gli serve? Senza una risposta questo giornale non ha futuro. Riportarlo in edicola non è bastato, era doveroso”. C’è un’altra richiesta: “Il Pd utilizzi i prossimi 30 giorni per valutare nuovi ingressi nella proprietà “che non siano dettati dall’improvvisazione. Soci che sappiano di editoria, perché distribuire acque minerali non è come fare un giornale. Eventuali ingressi siano scelti su progetti e idee, è l’unico modo per salvare l’Unità”. Infine: “Ogni ulteriore azione sarà decisa nelle prossime ore, ma stavolta non staremo buoni, ci difenderemo in tutte le sedi, in questi 18 mesi di motivi ne abbiamo accumulati a bizzeffe”.

di Antonio Bravetti, giornalista professionista

11 gennaio 2017

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