Opinioni

“Libertà è riappropriarsi del lavoro, non liberarsene”

Matteo Angeli per www.ytali.com
Il Sessantotto fu un movimento per la libertà e l’eguaglianza. Ma lo fu anche in rapporto critico rispetto a un mondo allora diviso in due campi, entrambi con forti connotati ideologici autoritari, uno dei quali, il campo socialista, che seppure con tutti le evidenti storture rispetto alle sue promesse originarie, era comunque visto, anche dalla sinistra che lo criticava, come un’utile contrapposizione al campo capitalista. Come sono cambiate oggi politica e società? Siamo più liberi di allora o siamo vittime di una dinamica che promuove il consenso di massa? Esiste ancora qualche forma di pensiero antagonista? E la sinistra, ha tradito i suoi ideali? Ne abbiamo discusso con Alfonso Maurizio Iacono, filosofo e professore ordinario di storia della filosofia presso l’Università di Pisa, dove, fino al 2012, ha ricoperto anche l’incarico di preside della facoltà di lettere e filosofia.

Professor Iacono, quale significato hanno oggi libertà e uguaglianza, in un mondo che non è più diviso tra est e ovest, ma in cui la contrapposizione più rilevante è quella tra nord e sud del pianeta?

Quando il mondo era diviso tra est e ovest c’erano tanti problemi, ma dal punto di vista della libertà c’erano anche dei vantaggi: l’assetto bipolare era una salvaguardia per gli stati più deboli, che lottavano per la libertà.

Può farci qualche esempio?
Come sarebbe andata la guerra in Vietnam in un contesto diverso? Il Vietnam era aiutato e garantito dall’Unione sovietica e dalla Cina. Lo stesso vale per Cuba: è difficilissimo immaginare quanto successo in quegli anni nello scenario attuale. Il mondo bipolare era un freno per gli Stati Uniti.

Oggi viviamo in un mondo multipolare…
C’è stata un’involuzione politica dappertutto, la schiavitù del lavoro si è diffusa ovunque, nessuno controlla più niente. I vestiti che portiamo, per quanto firmati, sono il frutto del lavoro schiavista in qualche parte del mondo.

Quindi si stava meglio durante la guerra fredda?
A me non interessa tornare al vecchio dualismo. Voglio piuttosto far capire che la fine del dualismo e il mondo che lei chiama multipolare ci ha fatto perdere qualcosa sul piano della difesa della libertà.

Pensa che oggi si possa ancora parlare di egemonia del pensiero unico?
Quello che viene definito un po’ genericamente pensiero unico, inteso come ideologia dominante costruita sull’individualismo, sul neoliberismo, sul “diventa imprenditore di te stesso”, sul “devi avere successo”, è un modello ancora dominante, forse più di prima.

Vede uno o più pensieri antagonisti in grado di contrastarlo?
Difficile dirlo. Ci sono dei movimenti estremamente interessanti, come ad esempio alcune esperienze che hanno preso piede in Sudamerica.

A chi si riferisce?
Ho in mente soprattutto il Brasile. Là l’esperienza socialdemocratica di Lula, con tutti i suoi limiti, ebbe un’azione di grande riforma e creò delle alternative possibili. Il problema ora non è un Lula futuro, ma i tentativi di governo alternativo che possono esser fatti.

In un mondo dominato dall’individualismo, da cosa oggi l’uomo ha bisogno di liberarsi?                                                                                                                                                             Oggi come ieri, il lavoro riveste un ruolo centrale in questo discorso. Il vero problema è la libertà del lavoro, non la libertà dal lavoro. Va rivalutato il senso del lavoro e il rapporto che gli uomini hanno con il lavoro, messo in contrasto con la schiavitù del lavoro.

Ci spieghi meglio…
È un errore pensare di liberarsi dalla schiavitù del lavoro liberandosi dal lavoro. Un errore che, peraltro, va incontro al discorso capitalistico dell’iper-sviluppo tecnologico che libera la forza lavoro e la manda sul lastrico. La capacità rivoluzionaria del capitale di cambiare la base tecnologica si accompagna sempre a un olocausto della forza lavoro.

Proprio perché molti lavori stanno scomparendo, non pensa che in futuro per lavorare tutti dovremo lavorare decisamente meno?
Certo, questo è un obiettivo per il quale mi sono battuto. Ma “lavorare tutti, lavorare meno” è la liberazione del lavoro, non la liberazione dal lavoro. Certamente dobbiamo lavorare meno. Ma il vero problema è un altro. Dobbiamo fare in modo che il lavoro che svolgiamo – nei limiti del possibile – sia soddisfacente, perché fa parte della nostra vita. Se le persone vogliono avere un potere, anche in termini di uguaglianza, si devono riappropriare del lavoro, non lasciarlo andare.

Come riappropriarsi di questo potere in un mondo in cui il lavoro è sempre più frammentato e parcellizzato?
Non sono così sicuro che le professioni siano davvero così molteplici e variegare rispetto a una volta. Più o meno tutti facciamo le stesse cose. Il vero problema è politico. Operai e lavoratori non sono più concentrati in fabbrica. Serve un’organizzazione politica in grado di trovare un terreno unitario, globale, tra i lavoratori. Ad esempio, come si può trovare un terreno unitario tra il lavoratore in nero emigrato e quello non emigrato, che lavora anche lui in nero?

Le nuove tecnologie digitali di comunicazione possono favorire questa unità?
Sono una condizione necessaria ma non sufficiente. Le nuove forme di comunicazione non è detto che portino a un’organizzazione antagonista. Potrebbero portare anche a un consenso di massa. È già successo, si pensi a come la radio venne usata dai regimi totalitari per creare consenso.

Ma oggi internet permette una maggiore interazione…
Non mi venga a dire che i nuovi mezzi di comunicazione sono più democratici perché uno partecipa. Al contrario, sistemi come Facebook possono produrre un consenso facile, con la logica del “mi piace” o, ancora, la solitudine dell’individuo, che un po’ narcisisticamente ha bisogno di parlare di sé e cerca il consenso. Ci vorrebbe una rivoluzione nel modo di utilizzare queste tecnologie.

In che senso?
Con queste scrivi come se parlassi. Quando si scrive vanno rispettate grammatica e sintassi, perché sono vincoli necessari entro i quali le persone gestiscono la propria soggettività.

Parliamo di politica. Il modo di fare politica di oggi non è più quello di una volta?
In Italia i movimenti più importanti per le lotte civili sono stati vinti negli anni Settanta, con divorzio, aborto, stato di famiglia. Allora c’era ancora un antagonismo reale e la politica conteneva ancora un progetto per il futuro, giusto o sbagliato che fosse. Dopo le cose sono cambiate: è venuta fuori la “Milano da bere”, il neoliberismo, l’individualismo. Nel 1989 la fine incredibilmente frettolosa del Pci. La sinistra si è un po’ camuffata, ci siamo trovati per tantissimi anni con una sinistra che aveva la sua ragion d’essere nell’opposizione a Berlusconi, la grande novità, anche sociologica.

Quindi?
In realtà Berlusconi è stata la foglia di fico per nascondere il fatto che a sinistra c’erano altri imprenditori, molto potenti, nemici naturali di Berlusconi, come De Benedetti e Fiat, che si sono mossi in modo tale per cui, operando con mass media molto potenti, come La Repubblica o La Stampa, hanno spostato la sinistra verso una gestione liberista del paese, che in realtà si è rivelata essere una gestione imprenditoriale abbastanza di destra. Andando dietro a una gestione imprenditoriale delle cose, che non aveva niente di socialista, la sinistra ha perso il suo antagonismo.

La sinistra rischia di non risollevarsi mai più?
La questione non è soltanto squisitamente politica, ma anche sociologica. Basta guardare come sono state fatte le liste: il dato sociologico sta nel fatto che purtroppo una percentuale elevata di uomini politici di sinistra sono dei fannulloni. Sono persone che non sono in grado di fare nulla nella vita se non fare i politici. Nel fare le liste, i candidati territoriali sono saltati per difenderne quelli che c’erano. Questi comportamenti deformano l’obiettivo. Faccio fatica a credere ai discorsi sull’uguaglianza quando vedo comportamenti contraddittori.

Il problema politico è un riflesso di una crisi sociale. Siamo forse troppo liberi?
Io del Sessantotto mi porto dietro non solo gli ideali di libertà ma anche quelli di uguaglianza. Continuo a pensare che l’uguaglianza sia la vera possibilità per affermare davvero la propria individualità e la propria diversità. Solo in condizioni di uguaglianza possiamo davvero affermare noi stessi.
Lo sanno bene le donne, per le lotte che hanno fatto, o tutte le minoranze, etniche e non. Se devi continuamente farti riconoscere, tutti i tuoi sforzi saranno legati a questo e non potrai mai essere davvero uguale. Quello che ci hanno insegnato i movimenti dei neri e delle donne oggi è che la vera uguaglianza viene dal fatto di poter affermare la propria diversità.

Come si batte l’individualismo?
Bisogna tornare a un discorso cooperativo. Non possiamo affidare la cooperazione al volontariato, in un contesto dove è tutto individualismo e poi abbiamo la coscienza sporca e facciamo delle ore di volontariato. Dobbiamo ribaltare le cose: la cooperazione fatta con progetto è la grande facoltà della specie umana. In tal senso, in pedagogia gli psicologi hanno capito che un bambino si differenzia dallo scimpanzé perché è meno individualista è ha un maggiore senso sociale.

Come si promuove la cooperazione?
La grande sfida è coordinarla. Le faccio un esempio. Prenda il jazz: si può fare musica insieme, senza un direttore d’orchestra che coordina, ma ciascuno che suona il suo strumento e riesce a cooperare con gli altri. Questo si può fare in tante altre cose, anche con le nuove tecnologie e i nuovi sistemi di lavoro.

E poi?
Va riaperto un discorso sull’elevazione umana e sull’amore. Dovrebbe essere un terreno politico, nel senso buono del termine. Vanno ripresi i temi religiosi sull’amore, non solo quelli laici. Contro i modelli del talebanismo delle religioni, esistono anche grandi ideologie in cui la violenza viene negata. Ad esempio, andrebbe riproposto il tema del perdono, proprio della tradizione cristiana. E poi, la ricerca del proprio sé con tempi lenti, che ci viene insegnato dalla tradizione orientale. La meditazione per contrastare la perdita di attenzione a cui si assiste oggi.

A ciò si aggiunge il problema dell’apprendimento a scuola…
Dobbiamo ritornare all’idea che il sapere deve essere di tutti. Deve consentire una crescita per tutti, non solo per alcuni, le famose “eccellenze”, per usare una brutta parola. Bisogna tornare al vecchio modello, che è anche quello del Sessantotto. Questa non è un’utopia, ma una possibilità. Il senso comune, quello che creano i mass media, senza una tensione critica verso i valori condivisi che rappresenta diventa pregiudizio e il pregiudizio porta al razzismo.

Quindi?
Sapere e cultura devono funzionare in questa chiave: spingere perché valori condivisi si trasformino e si allarghino e abbiano al contempo un elemento di critica.

Centrale resta comunque il discorso sul lavoro…
Bisogna lottare contro precariato, perché ci uccide come persone. Dopo vent’anni di lavoro precario sei schiavo dentro, non riuscirai mai ad avere una tua autonomia. Qual è il senso di una vita di questo genere? Dovremmo tornare a discutere della vita, mettere in discussione, criticare quello che vogliono che siamo, il perfetto consumatore, più o meno scemo, entusiasta, che va a comprare quello che non deve.

9 marzo 2018
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»