Giovani, in Emilia-Romagna 346 teenager sono ‘eremiti’ sociali

BOLOGNA – Cominciano a fare molte assenze, poi non vanno più a scuola e si chiudono in casa. A volte i genitori chiamano l’istituto per chiedere aiuto, perché non riescono a convincere i figli a uscire. I tentativi di contatto da parte degli insegnanti e dei compagni di classe falliscono, il ragazzo o la ragazza non vogliono ricevere nessuno e neppure avere contatti via social network, anche se risultano connessi. Si sentono al sicuro solo a casa, a volte solo nella propria camera, fino a rimanere quasi confinati al letto. Su questi alunni adolescenti che si sono ‘ritirati’ in casa per motivi psicologici l’Ufficio scolastico dell’Emilia-Romagna ha deciso di fare una rilevazione, di cui il 6 novembre ha pubblicato i risultati. Si intitola Adolescenti ‘eremiti sociali’, prendendo a prestito la definizione dello psichiatra e psicoterapeuta Gustavo Pietropolli Charmet.

L’esigenza di una foto più vicina alla realtà è nata dalla sensazione che i dati della Sanità regionale e quelli dell’Ordine degli psicologici fossero insufficienti a descriverla. Ma anche dal fatto che si avverte l’esigenza di studiare il fenomeno per come si sta sviluppando in Italia, con caratteristiche peculiari rispetto a quello degli hikikomori osservato in Giappone a partire dagli anni ’80. È nato così un questionario online, elaborato in collaborazione con la sanità regionale e con l’Associazione Hikikomori, che è stato compilato tra febbraio e maggio 2018 da 687 scuole tra statali (515) e paritarie (172) primarie e secondarie di I e II grado dell’Emilia-Romagna.

Sono 144 le scuole che hanno dichiarato di avere alunni nella condizione che l’Usr stava rilevando e hanno inserito complessivamente 346 segnalazioni (164 maschi e a 182 femmine), la maggior parte in scuole superiori. Quasi il 59% riguarda ragazzi fra i 13 e i 16 anni. Questo ‘conferma che la scuola secondaria di I grado e i primi due anni della scuola secondaria di II grado sono il periodo in cui più intenso dovrebbe essere il supporto fornito agli allievi, in termini sia psicologici, sia relazionali e sociali, sia per l’apprendimento, intervenendo prima che i problemi si cronicizzino o si aggravino’, avverte l’Usr.

Si va da alunni che hanno fatto fino a 40 giorni di assenza (67 ragazzi) fino ad alunni che hanno fatto oltre 100 giorni di assenza (58). A volte senza giustificarle, segno che ‘la famiglia o non si cura del percorso scolastico oppure si sente impotente e ha abbandonato la lotta (ciò sia che si tratti di patologia sia che si tratti di dispersione scolastica)’. Le giustificazioni più frequenti sono depressione, disturbi d’ansia, attacchi di panico, fobia scolare, ritiro, ansia sociale. E non si tratta di alunni con un basso rendimento scolastico, anche se le assenze prolungate, le ansie, l’angoscia, le paure, gli aspetti depressivi inevitabilmente influiscono in negativo fino all’abbandono degli studi.

Fra i cambiamenti osservati in questi ragazzi prima che si ritirassero ci sono, in ordine di segnalazioni, ‘poca o nessuna partecipazione alla vita scolastica‘, ‘tendenza all’isolamento‘, ‘scarsa loquacità’, ‘sguardo sfuggente‘. ‘Diversi ragazzi escono ancora di casa, o con amici o da soli; tuttavia in ben 99 casi si indicano uscite estremamente rare e 63 casi in cui nessuno viene accolto in casa’, aggiunge l’Usr, che segnala come questa scelta che lascia disorientato il mondo degli adulti ruota intorno al timore di fallire, di essere giudicati, al rifiuto di pressioni sociali sentite come eccessive e contrarie alle proprie aspirazioni.

Di qui la chiamata: servono con urgenza approfondimenti, il fenomeno sembra in espansione e non siamo pronti ad affrontarlo o a prevenirlo. ‘A nostro avviso dovrebbe trattarsi di un quadro nel quale, oltre alle interpretazioni di psicologi e psicoterapeuti, siano presenti analisi sociologiche, culturali, ed educative. Ad esempio, occorrono approfondimenti da parte degli esperti della comunicazione, con studi più precisi sul ruolo che i social media hanno sulla formazione dell’identità personale, soprattutto se vi si è esposti fin dalla più tenera età, in modo pervasivo, e sugli effetti che essi hanno sulle personalità in costruzione e su quelle in transizione, cioè soprattutto sugli adolescenti’.

I problemi frequenti evidenziati sono la fobia scolare, il non riuscire ad andare a scuola anche quando si vorrebbe; l’isolamento come effetto di delusione di sé e degli altri, da non confondere con la fisiologica ricerca della solitudine; la timidezza spinta fino al ritiro sociale; la dipendenza da internet e dai social; il fenomeno dei ‘ragazzi d’oro’, buoni e bravi a scuola, che pure smettono di andarci. L’isolamento sembra autoalimentarsi, durante le assenze da scuola i contatti che i ‘ritirati’ mantengono coi compagni di classe sono sui social (115), nessuno (112), al telefono (69), di persona (57), via mail (16). ‘In oltre la metà delle situazioni, la scuola esprime una rilevante preoccupazione.

Stupisce però, non positivamente, la percentuale di scuole che non hanno inserito risposta alla domanda, evidenziando scarsi approfondimenti prima di inserire i dati’. L’Usr ha deciso di usare i propri strumenti per realizzare ‘la prima azione di rilevazione delle situazioni di ritiro sociale, e dei suoi prodromi, effettuata in Europa da una amministrazione scolastica su base regionale‘. Fino ad allora i numeri a disposizione su questa realtà complessa e ancora sfuggente erano quelli del Sistema Informativo dei Servizi di Neuropsichiaria dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che nel 2010 contavano 51 persone prese in carico per fobia sociale dal servizio sanitario regionale, diventate 78 nel 2015 (+53%). 65 su 78 erano casi di ragazzi fra gli 11 e i 17 anni, in prevalenza maschi.

Questi dati non bastavano: ‘Come evidente, la rilevazione del solo codice ICD10 F40.1 [fobia sociale] non riesce a rendere conto della complessità del quadro. Inoltre, dai rapporti con le famiglie e con le scuole, risulta emergere che molti ragazzi sono seguiti privatamente, da psicologi scelti dalle famiglie, e non dal servizio pubblico’. Per questo l’Usr aveva deciso di interpellare l’Ordine degli psicologi dell’Emilia-Romagna, che ha chiesto ai propri iscritti di compilare una rilevazione online sui casi seguiti nel 2016. Di 258 casi, 124 riguardavano ragazzi dai 14 ai 17 anni e 69 dagli 11 ai 13 anni; 41 son in età pre-adolescenziale, dai sei ai 10 anni e in generale il rapporto maschi/femmine è paritario. ‘La rilevazione sicuramente non censisce tutte le condizioni che vanno dalla ridotta socializzazione al ritiro vero e proprio’, fa presente l’Usr riguardo al proprio studio, aggiungendo che per le scuole non è facile individuare questo fenomeno ancora così poco conosciuto all’interno del quadro generale della dispersione scolastica. E la natura stessa del fenomeno non aiuta: ‘Nella grande varietà di problemi che oggi sono presenti nelle classi, i ragazzi che ‘non menano’, che cercano di non farsi vedere, che non fanno rumore, che tendono a scomparire, rischiano di riuscire a raggiungere più facilmente il loro scopo, che è proprio l’invisibilità’. 

Come agire quando è chiaro che un alunno o un’alunna manifestano una fobia scolare e una fobia sociale? Dalla rilevazione emerge che per 145 ragazzi le scuole hanno proposto un piano didattico personalizzato, a volte accompagnato ad altri tipi di intervento. ‘La scuola può proporre forme di insegnamento a distanza, di personalizzazione delle modalità di frequenza, nelle valutazioni, nella quantità dei materiali da studiare, cercando in ogni modo di tenere aperto un legame comunicativo con l’alunno’, suggerisce l’indagine, che infine fa notare come il fenomeno del ritiro sociale abbia a che fare ‘con il problema dello sguardo dell’altro, lo sguardo che definisce chi sei, chi non sei, a che livello sociale ti poni, al limite che dice se esisti oppure no. Quante persone, anche adulte, oggi sostengono che non essere su Facebook significa non esistere?’.

(Benedetta Aledda) (Dires – Redattore Sociale)

8 novembre 2018
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