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DIRE - LE OPINIONI

C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico nella politica italiana

di Paolo Pombeni per www.mentepolitica.it

A dar credito ai discorsi di molti leader politici e anche di vari osservatori le prossime elezioni sarebbero giocate all’insegna di varie novità, ma se guardiamo da vicino quel che sta avvenendo ci pare che tutto sappia molto di déja vu, insomma di antico. Cominciamo da quella che sembrava la più eclatante delle novità, l’avvio ufficiale del nuovo partito che si colloca a sinistra del PD e che adesso sappiamo si chiamerà “liberi e eguali”. Ci vuole molta fantasia per classificarlo come cosa nuova. Segue infatti quasi in tutto la liturgia corrente nell’inventare nuovi partiti: la retorica è quella sentita tante volte, basata sullo schematismo del “noi siamo i buoni, gli altri sono cattivi” perché non solo non ci sono vere proposte innovative (tali non possono essere considerate le riposizioni di vecchie ricette, o meglio parole d’ordine del sinistrismo di maniera), ma i modi di procedere sono più o meno quelli soliti. Si ricorre infatti al solito “papa straniero” (in questo caso Grasso) nella consapevolezza che nessuno dei leader che hanno guidato l’operazione ha la statura per agglomerare abbastanza consenso: se poi il presidente del senato sarà capace di fare il miracolo che riuscì a suo tempo a Romano Prodi è tutto da vedere. La designazione di questa leadership avviene a freddo, prima ancora che si siano fissate le regole di partecipazione al nuovo soggetto, le modalità con cui sarà gestito e via elencando. Infine, tanto per dire quanto erano fondate le critiche al “personalismo” del partito di Renzi, sembra che si metterà addirittura il nome di Grasso nel simbolo. Qualcosa di simile avviene all’altro capo dello schieramento politico. Fratelli d’Italia toglie dal simbolo il riferimento ad AN, che giustamente si fa notare era stata screditata dalla gestione di Fini in vicende come la famosa casa di Montecarlo, ma si lascia ben visibile la storica “fiamma” missina, perché le radici sono là, nonostante i fratelli coltelli tipo Alemanno e Storace. Anche sotto queste bandiere il leaderismo e lo show la fanno da padroni, con la Meloni leader per acclamazione e lo sbandieramento dell’on. Santanché che torna alla casa “della madre” (tanto per un po’ di politicamente corretto …)

Zuffe peraltro ce ne sono dappertutto. Salvini non vuole alleati compromessi con le maggioranze di questa legislatura, mentre Berlusconi è di bocca buona, però anche il leader del Carroccio non va per il sottile quando gli sembra utile e difatti sulle frange di estrema destra non ha intenzione di lanciare alcun anatema (come invece, bisogna dire con coerenza, farebbe Bossi, che ha sempre detto di non voler avere a che fare coi fascisti). Stefano Parisi torna in campo con l’eterno ritornello del partito dei competenti, anche questa non proprio una grande novità (come la modestissima grafica delle tre lampadine coi colori della bandiera). Quali soluzioni rivoluzionarie potrebbero portare questi competenti e chi poi siano in realtà rimane avvolto nelle nebbie padane.

Pisapia non riesce a sbloccarsi dalla trappola delle bandierine da piantare. Anziché lavorare seriamente a costruire quel rassemblement di sinistra che senza avercela col PD di Renzi per ragioni psicanalitiche (e sembra non sia un gruppo tanto piccolo) è disposto ad allearsi con esso, si preoccupa solo di difendersi dall’accusa di voler fare il patto col diavolo (Renzi) spiegando che il patto si farà solo dopo aver celebrato gli esorcismi del biotestamento e dello ius soli. Sembra il vecchio PSI di Lombardi che quando doveva fare il centrosinistra con la DC doveva piantare questioni sulle riforme di struttura , così il PCI non poteva accusarlo di intelligenza col nemico. Si sa come è andata a finire.

Il Movimento Cinque Stelle al momento fa la caricatura della vecchia DC, che parla con tutti e promette tutto a tutti, tenendo dentro destra e sinistra, ovviamente con l’argomento che quelli sono concetti superati, il che è probabile, ma non significa che una cosa e il suo contrario si possano fondere allegramente senza creare ingovernabilità. Ad essere in condizioni difficili è in questo quadro il PD. Berlusconi lavora per delegittimarlo come punto di riferimento anche solo polemico, indicando in M5S il nemico alle porte. Dal suo punto di vista è anche comprensibile, visto che ad azzoppare il partito di Renzi lavorano già in molti e soprattutto la nuova creatura dalemian-bersaniana provvederà a togliergli forza. Meno comprensibile è la strategia che sembra imboccare Renzi in quest’ultima fase, che è quella di fare appello al “voto utile”, cioè a tutti quelli che non vogliono né Berlusconi né i penta stellati. Il ragionamento che spiega come un indebolimento pesante del PD lascerebbe in mano ad essi le sorti del paese è fondato, ma è dubbio che sia sufficiente a spingere alla scelta del voto utile, se quella “utilità” si limita a far vincere il partito di Renzi e non serve anche e soprattutto a garantire al paese un governo capace di portarlo definitivamente fuori dalla crisi. Certo il segretario del PD questo lo replica a destra e a sinistra, ma al momento non riesce a collocarlo sui solidi pilastri di alcune poche grandi riforme che possano davvero mobilitare la formazione di un blocco sociale a loro sostegno.

07 dicembre 2017

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