Emilia Romagna

L’hamburger? Di cinghiale andrebbe benissimo a scuola. E così il problema ungulati…

BOLOGNA – La creazione di una filiera della carne selvatica, promossa dalla Regione in Emilia-Romagna, è nata da un decennio su idea di Michele Milani, autore di un libro sulla cucina della carne selvatica e ideatore di “Filiera selvatica“, evento di promozione e degustazione di prodotti culinari provenienti dai boschi che si terrà nel weekend a Zola Predosa, in provincia di Bologna. E’ Milani che sogna di “vedere hamburger di cinghiale, dagli ottimi valori nutrizionali, nelle mense delle scuole”.

L’Emilia-Romagna è stata la prima regione d’Italia a dare vita ad una filiera ad hoc per la carne di selvaggina derivante da attività venatoria. Milani, che ne è stato tra i promotori, spiega che la filiera  “ha permesso di regolarizzare il commercio della selvaggina da piuma e da pelo, assicurandone la qualità con continui controlli sulla salubrità delle carni, limitando il bracconaggio e tracciando il percorso, dal punto di vista fiscale, dall’abbattimento fino al consumo nei ristoranti”.

Eppure, anche se questo ‘piano’ potrebbe dare una grande aiuto agli agricoltori contro il flagello degli ungulati, a quanto pare i ristoratori emiliano-romagnoli storcono il naso e continuano a comprare all’estero.

LA CARNE CHE SI MANGIA ARRIVA DA ROMANIA O BULGARIA, UN PARADOSSO

Simona Caselli

“È paradossale che i ristoratori debbano importare cinghiali dalla Romania o dalla Bulgaria quando in regione abbiamo un problema con gli ungulati impattanti che devastano le coltivazioni in montagna”. A sottolineare la contraddizione è stata oggi Simona Caselli, assessore regionale all’Agricoltura e alla Caccia, a margine della presentazione della due giorni organizzata da “Filiera selvatica“; in altri termini, l’Emilia-Romagna va all’estero per qualcosa che ha in abbondanza e che anzi le causa parecchi problemi: i cinghiali infatti devastano l’Appennino (e non solo), ma si potrebbe “trasformare il problema in una opportunità per il territorio”, ragiona Caselli. Se ne è discusso: il problema del sovrannumero di cinghiali e della mancanza di un commercio di filiera è emerso, ‘dal basso’, “da tre gruppi di azione locale (i Gal, ndr) che vorrebbero promuovere il consumo della carne selvatica”, spiega l’assessore.

IL FLAGELLO DEGLI UNGULATI E LA ‘SOLUZIONE’ DELLA FILIERA AD HOC

I dati regionali sull’eliminazione di cinghiali, per controllo o attività venatoria, parlano di oltre 22.000 abbattimenti nella stagione 2015-2016, con le province di Parma, Forlì-Cesena e Bologna che ne contano più di 4.000 a testa. “Rispetto agli anni ’70 si è avuto un aumento del 20% della superficie boschiva in regione, speculare all’inurbamento delle popolazioni- spiega ancora Caselli- e ciò ha determinato, oltre alla crescita della fauna, anche un problema per l’agricoltura, con una conseguente spesa di denaro pubblico per riparare i danni alle coltivazioni”. Nasce così l’obiettivo di far finire la selvaggina sui piatti di tutta Italia e degli emiliano-romagnoli attraverso una filiera ad hoc, appunto “Filiera selvatica”, la prima nel suo genere che controlla e certifica il percorso della carne ottenuta dalla caccia.

IL PROGETTO STENTA A DECOLLARE: I RISTORATORI COMPRANO ALL’ESTERO

Le tagliatelle al ragù di cinghiale

Finora però il progetto della filiera della carne di ungulato stenta a decollare: c’è il rispetto del territorio, degli animali che lo abitano e degli uomini che lavorano e ci vivono; ma l’idea non sfonda sul mercato. E difatti i ristoratori preferiscono comprare all’estero i cinghiali o direttamente dai cacciatori. L’Emilia-Romagna però non demorde. Caselli guarda avanti e prepara “l’approvazione in Assemblea legislativa, nei prossimi mesi, del nuovo piano faunistico regionale (in sostituzione dei vecchi piani provinciali) per minimizzare l’impatto sulle attività dell’uomo e gli incidenti stradali, causati dalla presenza di animali selvatici, che sono aumentati notevolmente negli ultimi anni”.

IL PIANO HA OTTENUTO L’OK DELL’ISPRA

Il piano, che ha avuto il parere favorevole dall‘Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, prevede anche “azioni di conservazione della fauna unite a quelle di gestione dei numeri, in quanto un eccesso di presenza di cinghiali rappresenterebbe un problema per tutti gli animali già presenti sul territorio”, evidenzia Caselli. L’Emilia-Romagna è la prima regione d’Italia ad avere una filiera delle carni ottenute dall’attività venatoria e “parte dei fondi potrebbe essere destinata al settore o spesa nella riparazione dei danni alle coltivazioni” auspica l’assessore. Ma “nonostante la regione si sia dotata di tutto l’apparato amministrativo che occorre, su come macellare la selvaggina e sul trattamento dell’animale ai fini di sanità pubblica manca la parte finale della catena, quella della vendita con cui non si è mai innescato questo meccanismo”.

di Giuseppe Gabrieli

7 novembre 2017
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