AUDIO | Storia di Alice, sopravvissuta a una notte di violenza

“La prima volta che mi ha messo le mani addosso ero incinta. Mi strappo’ tutta la camicetta perché secondo lui era troppo sexy"
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ROMA – “La prima volta che mi ha messo le mani addosso ero incinta. Mi strappo’ tutta la camicetta perché secondo lui era troppo sexy. Dipendevo economicamente da lui, non avrei avuto i soldi nemmeno per acquistare il biglietto aereo per tornare a casa”. E’ solo l’inizio della violenza che porterà Alice, nome di fantasia, a un passo dalla morte per mano di suo marito.

“Sono arrivata in Italia, dalla Russia, nel 1995 e ho incontrato subito l’uomo che sarebbe diventato mio marito”. Alice, intervistata dall’agenzia Dire, in occasione presentazione del progetto Reama per le vittime di violenza, promosso dalla Fondazione Pangea, ha ripercorso l’escalation delle percosse, le umiliazioni psicologiche: “Tu senza di me sei niente, dipendi da me per il permesso di soggiorno e per tutto”; fino all’arrivo del secondo figlio, quando lui inizia a dirle che e’ “grassa e brutta e soprattutto una cattiva madre”, e a quella notte del 2014 in cui Alice sfiora la morte.

“Mi prese per i capelli e mi tiro’ giu’ dal letto, poi dalle scale e fuori, in campagna dove abitavamo, mi inizio’ a picchiare. Mi buttai nel canale per sfuggirgli e piena di fango e sangue scappai sulla strada principale, ma rimasi bloccata nel guardrail e mi raggiunse. Mi spacco’ le gambe, lo sterno, la mia pelle era nera dopo 1 ora e quaranta di botte. La mia salvezza fu che mi continuo’ a picchiare mentre chiamava dal mio cellulare l’ultima mia telefonata, fatta ad un cliente del bar, convinto che quello fosse il numero del mio amante. Così riuscirono a rintracciarmi. A lui chiedevo solo di poter salutare i miei figli prima di morire, mentre rispondeva di no, che a una ‘madre puttana’ non poteva esser concesso. Tornammo a casa e continuo’ a picchiarmi. Ogni tanto andava a lavarsi le mani dal sangue, poi ricominciava, ma tanto io non sentivo piu’ dolore. Arrivarono i carabinieri, io non ricordo nulla e mi portarono all’ospedale Maggiore”.

Il carnefice di Alice è libero e “fuori dal tribunale è andato a festeggiare”. “Gli hanno dato 1 anno e dieci mesi, tra rito abbreviato e patteggiamento e l’unica cosa che ho ottenuto- sottolinea Alice- è che lui non debba passare davanti alla mia abitazione e al mio posto di lavoro, ma 6 mesi dopo ha provato a strangolarmi, entrando in casa. Solo che non l’ho denunciato. Sappiamo come vanno le cose in Italia”. La vita di Alice è ancora in salita. Difficoltà economiche: “Il mutuo è su di me”, solitudini: “Tutti gli amici sono scomparsi e anche i genitori di lui”. E sulla separazione e i figli “lui ha gli stessi miei diritti- ricorda Alice- e loro vogliono vederlo… ha i soldi e il bancomat, perché no?”. Oggi Alice è libera, ma quasi paga il prezzo di essere sopravvissuta, rimasta appesa “a quel filo di vita” in una notte di tre anni fa.

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7 Marzo 2019
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