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Stadio della Roma. Torri, ponti e cubature: ecco tutte le tappe del progetto


ROMA – Finalmente ci siamo. Con il via libera da parte della conferenza dei servizi, caduti anche gli ultimi vincoli di carattere paesaggistico e artistico, il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle ha la strada spianata. E i cantieri, come annunciato dal patron della squadra, James Pallotta, potranno aprirsi nei primi mesi del 2018.

Non è stato facile. Il nuovo impianto dei giallorossi, prima di arrivare all’approvazione di oggi, ha subito una pesantissima bocciatura della precedente conferenza dei servizi regionale, cambiato letteralmente forma con il taglio delle iconiche torri di Libeskind, ed è passato attraverso le analisi e le critiche di due sindaci e un commissario straordinario. Senza contare l’apposizione dei vincoli da parte della Sovrintendenza paesaggistica, le bordate di parte del M5s romano, oltre che di varie associazioni pronte a farlo deragliare dai binari in modo irreversibile a colpi di ricorsi.

Alla fine, però, lo stadio si farà. Ecco allora come è cambiato il progetto in questi anni. Di un nuovo stadio di proprietà della Roma si inizia a parlare più frequentemente già ai tempi della giunta Alemanno, quando la proprietaria della Roma, Rosella Sensi, presenta un primo progetto firmato dall’architetto Gino Zavanella, che localizza l’impianto tra via Aurelia e via della Monachella. Era il 29 settembre 2009. E’ solo durante l’amministrazione Marino e l’arrivo degli americani, però, che si inizia a fare sul serio. E dopo mesi di rumors e almeno un paio di anni di lavoro passati a individuare l’area e a limare l’opera, il 15 giugno 2015 viene presentato in Campidoglio il progetto definitivo dell’architetto Dan Meis.

L’area scelta per il nuovo stadio della Roma è quella di Tor di Valle, con l’arena dei giallorossi al posto del fatiscente ippodromo del trotto. La società presenta un primo progetto molto ambizioso: di fianco allo stadio è prevista una zona commerciale detta ‘Convivium’ e un business park con tre grattacieli firmati dall’architetto Daniel Libeskind, destinati ad accogliere grandi società italiane e internazionali.

Queste cubature sono la moneta di scambio concordata con il Comune dopo le pretese del sindaco Marino sulla necessità di dotare l’area di una metropolitana (allora si pensava alla diramazione della linea B o a un forte potenziamento della Roma-Lido), ma anche del ponte di Traiano (oltre al ponte dei Congressi già previsto e a carico dello Stato), della nuova stazione di Tor Di valle, di un ponte pedonale per collegare l’area dello stadio alla stazione della Fl1 dall’altra parte del Tevere, di opere idrauliche di messa in sicurezza del fosso di Vallerano e dell’accorpamento parziale della via del Mare alla via Ostiense da Roma a Tor Di Valle.

Lo stadio viene descritto come una sorta di Colosseo moderno anche se la nuova arena non ha nulla a che vedere con l’antico simbolo di Roma. L’impianto, una volta costruito, potrà ospitare poco meno di 60.000 spettatori. Avrà una copertura e due anelli, esclusa la curva sud, immaginata come un muro unico di tifosi a pochi metri dalla porta. Ovviamente sono previsti palchetti vip e ristoranti interni, come in ogni stadio moderno. In totale il progetto prevede 354.000 metri quadrati di superficie utile lorda con 445 milioni di investimenti a carico dei privati per realizzare tutte le opere pubbliche elencate.

La stagione di Marino, però, dura poco e con l’arrivo di Virginia Raggi in Campidoglio il progetto è messo sotto accusa. Da tempo i pentastellati romani contestano l’opera, sia per la localizzazione a Tor Di Valle (per presunti rischi idraulici) che per l’eccessiva cementificazione. Il nemico numero uno diventano i tre grattacieli di Libeskind. E l’ariete dei grillini per sfasciare tutto, e semmai ripartire da zero, è l’assessore all’Urbanistica Paolo Berdini.

Lo scontro è durissimo e il 5 aprile 2017 la conferenza dei servizi che si era aperta per approvare il primo progetto targato Marino non può che prendere atto della situazione, compreso l’arrivo di un avvio di procedimento per l’apposizione del vincolo paesaggistico sull’area voluto dall’allora soprintendente Margherita Eichberg (vincolo che poi non sarà mai apposto). I suoi lavori si chiudono quindi con un esito negativo.

Dopo un’infinita trattativa tra i proponenti e il Comune, il 22 maggio scorso viene depositato il secondo progetto, quello approvato oggi. E il 6 giugno arriva il primo via libera da parte della giunta. L’area resta Tor Di Valle, così come non cambiano la forma dello stadio e la capienza fissata a 55mila spettatori. Ma la differenza più clamorosa con la prima versione è la scomparsa dei tre grattacieli previsti nel business park. La superficie utile lorda scende a 212.000 metri quadri di cubature complessive così distribuite: 52.000 metri destinati allo stadio, 20.000 per l’area commerciale e 139.000 per il business park.

La riduzione finale è del 40% delle cubature, ma con queste sparisce anche una serie di importanti opere pubbliche. E gli investimenti scendono a 143 milioni. A differenza del precedente progetto, escono di scena il ponte di Traiano e la riqualificazione della stazione Tor Di Valle, mentre viene ridimensionato il potenziamento della Roma Lido: i treni da acquistare per migliorare la vita di tifosi e pendolari, dagli iniziali 16 diventano 5-6. Restano il ponte pedonale verso la Fl1, le opere di messa in sicurezza idraulica e viene prolungata l’unificazione della via del Mare con la via Ostiense da Roma fino al GRA.

Ma proprio l’assenza del ponte di Traiano, ritenuto indispensabile da Regione Lazio e Stato, rischia di far saltare definitivamente il progetto, ormai arrivato all’ultimo miglio. Il 24 novembre arriva il colpo di scena finale che sblocca la situazione: il ponte di Traiano lo paga lo Stato. Grazie a questa decisione, oggi è arrivato l’esito positivo della conferenza dei servizi. Ed entro pochi mesi le ruspe saranno in azione, subito dopo il necessario ma veloce passaggio in Campidoglio della delibera con la conseguente variante urbanistica.

05 dicembre 2017

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