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Il fringuello alpino è a rischio, minacciato dal turismo e non solo

Il fringuello alpino, ma anche il sordone e la pernice bianca, sono uccelli d'alta quota che sono a rischio di estinzione per una serie di motivi, tra cui il fatto che, anche a causa dei cambiamenti climatici e dell'impatto dell'uomo, gli esemplari si riproducono sempre più spesso tra 'parenti'

Pubblicato:29-01-2024 23:18
Ultimo aggiornamento:29-01-2024 23:18
Canale: Ambiente
Autore:
fringuello
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MILANO – Il turismo e gli incroci ‘tra parenti’ minacciano la sopravvivenza di uccelli d’alta quota come fringuello alpino, sordone e pernice bianca. Oltre ai cambiamenti climatici e le alterazioni degli habitat montani causate dall’uomo, pesano la crescente pressione turistica e le relative infrastrutture. Lo rivela una ricerca nata da una collaborazione tra Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige, Università Statale di Milano, Università di Oulu, Museo delle Scienze di Trento (MUSE) ed Eurac Research, i cui risultati sono stati appena pubblicati sul Journal of Biogeography. Cruciale per valutare le possibilità di sopravvivenza a lungo termine di questi animali è rappresentato dalla possibilità di scambiare individui (e quindi geni) tra zone riproduttive diverse. In particolare, le popolazioni più piccole e periferiche possono risentire fortemente di una diminuzione dell’immigrazione.

LE AREE RIPRODUTTIVE SONO DISTANTI

In base ad analisi genetiche basate su decine di esemplari provenienti da varie aree riproduttive in Trentino-Alto Adige e Lombardia, è emerso che lo scambio di individui tra aree riproduttive (cioè la dispersione) risente della distanza tra di esse, con una forte diminuzione già a partire da 20-30 chilometri. Il 20% degli individui campionati è nato infatti da genitori imparentati tra loro almeno a livello di cugini di primo grado, se non addirittura più strettamente.

TROPPI INCROCI AUMENTANO RISCHIO ESTINZIONE

Questi alti livelli di incrocio sono particolarmente allarmanti, perché possono portare all’espressione di mutazioni recessive deleterie, diminuire la probabilità di sopravvivenza degli individui e il loro successo riproduttivo”, commenta Francesco Ceresa, ornitologo del Museo di Scienze Naturali dell’Alto Adige e primo autore dello studio.
Mattia Brambilla, ecologo presso il dipartimento di Scienze e Politiche Ambientali dell’Università degli Studi di Milano e co-autore del lavoro, da anni impegnato in ricerche sull’avifauna alpina, sottolinea come questi risultati “aggiungano ulteriori elementi al complesso mosaico di effetti dei cambiamenti climatici sulle specie d’alta quota, che già includono contrazioni di areale, alterazione degli ambienti di foraggiamento ed esacerbazione degli impatti delle attività umane. L’effetto combinato di tutti questi fattori, spesso superiore alla somma dei singoli elementi, è alla base dei declini che già si osservano e che diverranno ancora più marcati nei decenni a venire”.

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