Sette contadine siriane a ‘scuola’ in Italia con Fao e Slow food

Un viaggio studio tra Piemonte e Liguria per osservare da vicino come i colleghi italiani preparano alcune specialità locali, dal miele al burro
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GENOVA – Slow food e Fao fanno squadra per aiutare l’agricoltura siriana a rilanciarsi e hanno organizzato per questa settimana un viaggio-studio nelle comunità agricole di Piemonte e Liguria per sette piccole produttrici alimentari arabe. L’obiettivo è aiutare le comunità siriane a ripristinare o a rafforzare i mezzi di sussistenza e rilanciare il settore agricolo del paese. Le sette donne visiteranno realtà italiane che producono e promuovono specialità locali, biologiche e artigianali, note per l’alta qualità nel rispetto delle tradizioni. Verranno illustrati tutti gli aspetti della produzione, della commercializzazione e della catena del valore di vari alimenti, tra cui prodotti lattiero-caseari, miele, olio, cereali, pane e verdura. Le donne saranno anche inserite nel progetto di rete globale per agricoltori locali di Slow Food, affinché possano continuare ad imparare e condividere conoscenze ed esperienze.

Le agricoltrici provengono dai governatorati di Homs, Hama, Lattakia, Tartous, Aleppo, Sweida e Al Qunatra e ognuna di loro si occupa di un particolare tipo di prodotto locale, dai fichi secchi al miele. Possiedono piccoli appezzamenti di terreno (meno di mezzo ettaro) in cui coltivano cibo per nutrire le loro famiglie e si occupano della preparazione di marmellate, sottaceti, concentrato di pomodoro, formaggio e di altri prodotti alimentari per il sostentamento delle loro famiglie. Le donne siriane incontreranno agricoltori appartenenti a sei presidi dedicati alla produzione del burro dell’alta valle dell’Elvo, di olio extra vergine d’oliva, di miele di alta montagna, del formaggio Robiola di Roccaverano, dell’agnello Sambucano e dell’aglio di Vessalico

Otto anni di crisi hanno devastato l’agricoltura siriana, creando instabilità nella forza lavoro. In molti casi le donne sono diventate la sola fonte di reddito e si sono dedicate all’agricoltura, prima del conflitto di assoluto dominio maschile. Oggi si ritrovano costrette ad affrontare molte sfide, spesso non conoscono le regole del commercio, hanno esperienza e capacità limitate per poter coltivare e rivendere i loro prodotti e non hanno alcun accesso a informazioni su finanziamenti e opportunità di formazione.

“Usiamo gli stessi attrezzi rudimentali che abbiamo in casa fin da quando eravamo ragazzine- spiega Afaf Jafaar, una delle donne siriane in viaggio in Italia, madre di cinque figli, che coltiva ed essicca fichi- desideriamo incrementare il nostro lavoro utilizzando attrezzature e dispositivi moderni per poter confezionare i nostri prodotti e misurarne l’umidità e l’acidità, affinché soddisfino gli standard globali. I nostri fichi hanno un alto valore nutrizionale, sono naturali al 100% e sono alimentati da acque piovane”.

Aicha Dalati, apicoltrice di Aleppo, in seguito al conflitto è stata costretta a fuggire lasciandosi alle spalle tutti i suoi alveari, ripartendo da zero in un villaggio non distante dalla sua città. Per lei, il mercato è solo quello strettamente locale: “I problemi sono il trasporto e il profitto, che non è immediato, in quanto mi pagano un po’ alla volta- spiega- se potessi vendere regolarmente i miei prodotti, avrei una vita migliore. Voglio imparare dagli agricoltori italiani e scoprire come posso sviluppare la mia attività”.

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27 Agosto 2019
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