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Afghanistan, Hasnain (Unire): “Diamo un futuro a chi è in Italia”

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Ne ha parlato all'agenzia Dire il cofondatore dell'Unione nazionale italiana per rifugiati ed esuli nell'ambito di The Last 20
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ROMA – “Vivevo nell’Helmand, Afghanistan del sud. A 10 anni sono scappato, ora dò voce ai profughi qui in Italia”. Esordisce così Syed Hasnain, cofondatore dell’Unione nazionale italiana per rifugiati ed esuli (Unire). Contattato dall’agenzia Dire, è intervenuto a The Last 20, il cosiddetto “G20” dei Paesi più poveri del mondo, partito ad agosto da Reggio Calabria e arrivato ieri per quattro giorni a Milano.

Tra i Paesi “più impoveriti”, come recita la locandina dell’evento, c’è anche l’Afghanistan e Syed è lì per trasmettere la sofferenza di chi è rimasto: “Già durante la tappa in Calabria, quando i talebani non erano ancora al potere, avevamo lanciato l’allarme”. Ora, aggiunge, “non se ne parla già più”.
Lui è arrivato qui nel 2007. Il suo Paese l’ha lasciato anni fa grazie a sua madre, che l’ha salvato dai fratellastri che lo volevano arruolare nella militanza talebana: “prima sono andato in Pakistan, dopo 4 anni in Iran, poi Turchia, Grecia e infine in Italia, nascosto sotto un tir partito da Patrasso”.
Ora ha 32 anni e il suo obiettivo è “sensibilizzare, far parlare le persone rimaste in Afghanistan, aiutarle”.

Insieme al cambiamento climatico, il tema principale di The Last 20 è la salute globale. L’accesso alle cure nei Paesi più poveri è spesso un miraggio. In Afghanistan, dopo l’esodo di questi mesi, “sono partiti tanti medici e funzionari”. “Il diritto alla salute è fondamentale- ha ricordato il responsabile di Unire- e in Afghanistan il Covid-19, come anche la poliomelite, non è sparito. Manca il vaccino, come tante medicine. Nelle zone remote, le donne che devono partorire non trovano assistenza”.
Per Syed è fondamentale l’aiuto della comunità internazionale: “le agenzie delle Nazioni Unite devono portare cibo e medicinali, le Ong sul territorio devono continuare a fare pressione sul regime”.

Anche perché in Afghanistan, oggi, di alternative ce ne sono poche. Lasciare il Paese è ancora complicato, entrare negli Stati limitrofi pure. “Mio suocero-racconta ancora Syed Hasnain- ha dovuto pagare i miliziani, ma non è bastato. È stato respinto all’ultimo checkpoint, quello di Kandahar, al confine con il Pakistan. Poi ha trattato di nuovo con i trafficanti ed è riuscito a entrare nel Paese”.
Per Syed i talebani non sono cambiati, “semmai si sono fatti furbi”. Più attenti all’immagine, forse? “Stanno provando a fregare la comunità internazionale” precisa l’attivista. “A nord-est, nella provincia di Baghlan, maestre coperte con il burqa integrale hanno fatto una manifestazione pro-regime. In realtà, quelle non erano loro sostenitrici, ma donne senza diritti costrette a seguire degli ordini”.

Nonostante le difficoltà, qualcuno è riuscito a fuggire. Quelli arrivati in Italia sono “fortunati”, dice Syed: “non hanno viaggiato su camion e barconi, ma hanno comunque dovuto lasciarsi tutto alle spalle”. Sono 4.000 gli afghani nel nostro Paese. Come vanno aiutati, chiediamo: “Sono persone colte, devono avere le stesse opportunità degli italiani, ma i loro titoli di studio e professionali qui non sono riconosciuti”.
Spesso, come fondatore di Unire, Hasnain viene contattato dai profughi appena arrivati in Italia: “l’altro giorno una donna afghana, che faceva il medico a Herat, mi ha chiesto dove poteva lavorare, le ho dovuto spiegare che non è così facile”.

Secondo il responsabile di Unire, è tanto il lavoro da fare sul territorio, per questo l’associazione sta collaborando con le istituzioni italiane per un nuovo piano di integrazione nazionale: “siamo in contatto con vari ministeri anche perché- conclude Syed- come si può pensare di accogliere senza ascoltare chi ha vissuto questa esperienza sulla propria pelle?”.

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