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Hamas e Netanyahu uniti di fatto contro la pace

L'editoriale del direttore Nico Perrone

Pubblicato:23-10-2023 18:59
Ultimo aggiornamento:23-10-2023 19:20
Canale: Dal Direttore
Autore:
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ROMA – Mentre cresce il numero dei morti, oltre 5mila nella striscia di Gaza, gente inerme, donne e bambini, con l’esercito di Israele schierato in attesa di sferrare l’attacco finale ai terroristi di Hamas, ho letto tutto e il contrario di tutto in questi giorni. Sento l’urgenza di ragionare, superando il facile schierarsi da una parte e dall’altra, con le ragioni e le spiegazioni che gli uni rinfacciano agli altri. Che fare? Dopo l’attacco, e ancora non capisco come i soldati faranno a distinguere la gente normale dai terroristi di Hamas, dopo la sconfitta dei nuovi nazisti, come si potrà tornare a convivere? Domande a cui ancora non so rispondere.

I lettori mi perdoneranno ma in questo spazio oggi voglio riproporre parte dell’articolo pubblicato sul Corriere della Sera qualche giorno fa di Yuval Noah Harari, storico e filosofo israeliano, esperto di storia militare. Insegna all’Università ebraica di Gerusalemme. Lo condivido tutto, penso che nelle sue parole si possa scorgere anche una via possibile, difficile ma possibile, per costruire una convivenza tra due popoli che vivono nello stesso luogo. “… noi siamo cresciuti ascoltando le storie di ebrei inermi che si nascondevano dai nazisti negli scantinati e negli armadi, senza poter contare su nessun soccorso. Lo stato di Israele è stato fondato per far sì che queste cose non si sarebbero ripetute mai più. E allora, come mai è accaduto? Come mai lo Stato di Israele si è rivelato latitante? Per un certo verso, noi israeliani stiamo pagando il prezzo di anni e anni di arroganza, durante i quali i nostri governi, e molti cittadini comuni, si sono sentiti talmente superiori ai palestinesi da permettersi il lusso di ignorarli. C’è molto da criticare nel modo in cui Israele ha rinunciato a ogni tentativo di fare la pace con i palestinesi e per decenni ha tenuto milioni di loro sotto occupazione. Questo, però, non giustifica le atrocità commesse da Hamas, che in nessun caso ha mai ammesso la minima disponibilità a siglare un accordo di pace con Israele e, anzi, ha sempre fatto il possibile per sabotare il processo di pace di Oslo. Chiunque aspiri alla pace dovrà condannare Hamas e imporre sanzioni a questo movimento, esigendo al contempo il rilascio immediato di tutti gli ostaggi e il disarmo completo delle sue milizie. Inoltre, malgrado tutte le colpe che si vorranno addossare a Israele, il mancato funzionamento dello Stato non trova nessuna giustificazione. La storia non è un racconto morale. La vera spiegazione della disfunzionalità di Israele sta nel populismo, piuttosto che in qualche presunta mancanza di senso morale. Per molti anni, Israele è stato governato dall’uomo forte del populismo, Benjamin Netanyahu, che sarà pure un genio delle pubbliche relazioni, ma resta un primo ministro incompetente. Costui ha costantemente curato i propri interessi a scapito dell’interesse nazionale, e costruito la sua carriera aggravando le spaccature del Paese. Ha nominato i suoi uomini in posizioni chiave in base alla loro sudditanza, anziché alle loro competenze, ha rivendicato il merito di ogni successo scansando tutte le responsabilità per i fallimenti, e ha sempre mostrato scarso interesse nel dire o ascoltare la verità. La coalizione imbastita da Hamas e Netanyahu uniti di fatto contro la pace nel dicembre del 2022 è stata di gran lunga la peggiore. È un alleanza di fanatici messianici e opportunisti spudorati che hanno ignorato le molte criticità di Israele — tra cui il degrado della sicurezza — per concentrarsi invece sull’accaparramento di potere per loro stessi. Nel perseguire questo obiettivo, hanno adottato politiche estremamente divisive, diffuso scandalose teorie complottiste sulle istituzioni che vogliono contrastare le loro scelte politiche, nonché accusato le classi dirigenti di essere traditori del deep State. Il governo è stato ripetutamente ammonito dalle stesse forze di sicurezza e da numerosi esperti che le sue politiche mettevano in pericolo Israele, indebolendo le sue forze di deterrenza proprio nel momento in cui si accrescevano le minacce esterne. Eppure, quando il capo di stato maggiore dell’IDF (l’esercito israeliano) ha chiesto un colloquio con Netanyahu per avvertirlo sulle conseguenze delle politiche del governo in materia di sicurezza, Netanyahu si è rifiutato di incontrarlo. Quando il ministro della difesa, Yoav Gallant, ha lanciato l’allarme, Netanyahu lo ha sollevato dall’incarico. Successivamente, è stato costretto a reintegrarlo sotto la spinta dell’indignazione popolare. Un simile comportamento, nel corso di molti anni, ha spalancato le porte alla calamità che ha tramortito Israele. Non conta ciò che uno pensa di Israele e del conflitto israelo-palestinese, ma è innegabile che il modo in cui il populismo ha corroso lo Stato di Israele dovrebbe servire da monito a tutte le democrazie del mondo. Israele può ancora salvarsi dalla catastrofe. Può contare ancora sulla superiorità militare su Hamas e su molti altri nemici. La lunga memoria del dramma degli ebrei in questo momento sta galvanizzando il paese. L’esercito e altri organi dello Stato si stanno riprendendo dallo shock iniziale. La società civile si è mobilitata come mai prima d’ora, riempiendo molti buchi lasciati dall’inettitudine del governo. La gente fa lunghe file per donare il sangue, accoglie in casa gli sfollati provenienti dalle zone di guerra e dona cibo, vestiti e altri generi di prima necessità. In questo momento di bisogno, chiamiamo a raccolta i nostri amici in tutto il mondo affinché si schierino al nostro fianco. Le azioni passate di Israele non sono esenti da critiche, ma il passato non si può cambiare. Si può sperare, invece, una volta assicurata la vittoria su Hamas, che gli israeliani non solo chiederanno conto dell’accaduto al governo in carica, ma saranno pronti a smentire e respingere complotti populisti e fantasie messianiche per impegnarsi seriamente a trasformare in realtà gli ideali fondativi di Israele: la democrazia in patria e la pace con gli altri popoli”.

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