FOTO | VIDEO | Il Teatro Comunale di Bologna avvolto da foto che raccontano l’emergenza Covid-19

27 scatti al posto delle reti da cantiere: dal lockdown all'apertura
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BOLOGNA – Anonime reti arancioni, addio. Il Teatro comunale di Bologna approfitta del cantiere aperto lungo il portico per mettersi in mostra e, in particolare, raccontarsi nell’emergenza coronavirus: questo grazie a 27 fotografie firmate da Michele Lapini, riprodotte in grande formato per fasciare lo stabile da largo Respighi fino a via del Guasto.

“Il Teatro e’ stato chiuso per molti mesi, senza mai fermarsi realmente, una macchina complessa- scrive il Comunale su Facebook- che pur nell’immobilismo ha sempre bisogno di tenere vive alcune sue parti. Oggi, a pochi giorni dal primo spettacolo dopo il lockdown, e’ stato realizzato un ‘abbraccio’ fotografico”. Un vero e proprio “documentario per immagini” realizzato da Lapini, “che negli ultimi tre mesi ha esplorato il Teatro ai tempi del Covid”, si legge nel post.

Le 27 fotografie “documentano i vari momenti di vita del Comunale”, racconta l’autore: “La totale chiusura senza presenza umana durante la quarantena, i primi rientri e i lavori di riconversione di alcuni reparti e infine i preparativi per la riapertura”. In questo modo, “dal vuoto iniziale di un Teatro solitamente popolato- scrive Lapini- ho documentato l’adattamento emergenziale del Comunale, in cui la sartoria sanificata ha iniziato a produrre mascherine, mentre il laboratorio scenografico produceva strutture di legno con il plexiglas”. Infine, la pulizia e la trasformazione del Teatro per poter riaprire in sicurezza. Le immagini fanno parte del progetto “Silenzio”, nel corso del quale Lapini e’ andato anche a casa dei musicisti “che in questi mesi hanno continuato a lavorare, studiare e praticare a casa. Lavoratori spesso invisibili- sottolinea il fotografo- ecco perche’ li avevo vestiti da concerto, perche’ per loro e’ impossibile fermarsi”. 

Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DiRE» e l’indirizzo «www.dire.it»

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