Avvocato e attivista Pci, in un libro le “memorie disorganiche” di Bruno Andreozzi

ROMA - Correva l'anno 1948. E il 14 luglio
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libro_andreozziROMA – Correva l’anno 1948. E il 14 luglio al liceo Mamiani c’erano gli esami di maturità. Gli studenti affrontavano la prova di greco. Galvano Della Volpe presidente di commissione, tra i banchi un giovanissimo Bruno Andreozzi. A mezzogiorno la notizia dell’uccisione di Togliatti. Un gruppo di ragazzi schizzava fuori dalla scuola. Destinazione Rai, passando per la sezione Pci di piazza Mazzini. Obiettivo, irrompere nel servizio pubblico e mandare in tv un proclama. “Il massimo dell’incoscienza politica”, perché Togliatti era vivo. “Ce ne andammo con la coda tra le gambe”. È questa la prima di tante ‘Memorie disorganiche e inesatte di un ultraottantenne disordinato‘, poco meno di 400 pagine a cui Bruno Andreozzi affida la sua storia di avvocato penalista e attivista politico del Partito comunista italiano.

Tutto in un gran miscuglio“, dice la quarta di copertina, e in effetti non poteva che essere così: un intreccio continuo di professione e impegno politico e sociale, che ha visto Andreozzi difendere i compagni (ma non solo) nelle aule di Tribunale e partire in crociera (finta) per aiutare Panagulis a fuggire. “Candidati in Parlamento”, gli suggerì Petroselli. “Sì, ma se mi eleggono subito dopo mi dimetto”, rispose lui. “‘Sei matto’, mi disse Petroselli. Ma io volevo fare il mio lavoro”. Un episodio che forse aiuta – insieme a tanti altri – a capire perché della politica di oggi Andreozzi salva poco. Certamente, non il Pd di Renzi. “Non ho aderito al Partito democratico, poi mi sono iscritto solo per un anno”, ammette Andreozzi intervistato dall’agenzia Dire subito prima della presentazione del suo libro alla libreria Koob di Roma. Ma esiste un filo rosso che lega il Pci al Pd? “Il Partito comunista, con tutti i suoi errori, era tutta un’altra cosa. No, non vedo alcuna continuità- risponde- Il Pd è un partito che non è un partito. Basti dire che non esiste nel mondo un segretario di partito che sia stato eletto dai non iscritti”.

Un giudizio netto, espresso da “una figura originale e diversa”, quella dell’avvocato Andreozzi, tutta raccontata nel libro: “Lui è riuscito a mettere insieme un grande impegno e una grande passione politica, insieme alla capacità professionale. Queste cose- dice il professor Franco Scarnati, arrivato alla Koob per moderare l’incontro- in lui hanno trovato un’unione”. E forse è proprio questo che manca al Partito democratico di oggi.

Andreozzi è stato uno straordinario protagonista della vita democratica di Roma– aggiunge Antonio Rosati, esponente del Partito democratico romano citato nelle memorie dell’avvocato e presente alla libreria- con una idea di militanza e partecipazione che ha incrociato famiglia, professione e politica in maniera costante. Il suo insegnamento è proprio questo: la divisione tra società civile e politica prima per tanti non esisteva. La sua coerenza e il suo rigore denotano una grande nobiltà. Abbiamo militato nella stessa sezione- quella di piazza Mazzini- e devo molto a uomini come lui. Quando nasce il Pd- ricorda Rosati- lui non ci si riconosce. Ma lui lo sa, io invece penso ancora che sia una grande occasione”.

Ma Rosati proprio in questo vede “la vera sfida che lancia Andreozzi e che a mio avviso dobbiamo raccogliere: Renzi e tutto il gruppo dirigente del Pd deve capire che questa passione ha formato non solo quel Paese democratico e moderno che è l’Italia, ma è ancora necessaria per la terza fase della democrazia italiana: il saldarsi, finalmente, del popolo e dello Stato. Perché oggi c’è un divario sempre più grande tra rappresentati e rappresentanti. E questo è il motivo per cui i Cinque stelle hanno successo. Questa terza fase, di cui parlava Moro, è proprio qui: recuperare un Paese che diventa Stato. Una grande forza democratica e progressista- riflette il democratico- se vuole inverare la sua missione, deve essere una grande voce per chi non può farcela. E Bruno Andreozzi lo dimostra: queste energie sono necessarie. Senza, il Pd non può farcela. Renzi deve coglierla, perché questa passione per noi è vitale. Altrimenti, il rischio – che avverto nell’Italia e nell’Europa di oggi – è di una svolta autoritaria che mi preoccupa molto”.

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