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Il senso della sinistra per la crisi

Matteo Renzi
Il centrosinistra sembra avere una certa esperienza in fatto di crisi di governo: da quella del 1998 che portò alle dimissioni di Prodi, fino al 2014, quando fu proprio Renzi a giurare al Quirinale al posto di Letta
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ROMA – Negli anni il centrosinistra italiano ha maturato una innegabile esperienza in fatto di crisi politiche. Al punto che si può salutare la prossima con un colpo d’occhio a quelle di una volta. Quante somiglianze nell’album dei ricordi… A cominciare dai protagonisti. Il nome di Matteo Renzi rimanda giocoforza agli inizi del 2014. Allora a Palazzo Chigi c’era Enrico Letta. Il 18 gennaio del 2014, Renzi lanciava l’arcinoto hashtag #Enricostaisereno, ispiratore di molti commenti mordaci sui social. “Ma come ti viene in mente, Enrico, di sospettare del segretario del tuo stesso partito?”, s’indignava il fiorentino. Esattamente un mese dopo Renzi giurava al Quirinale al posto di Letta.

Benedette riforme. Se oggi il problema è il Recovery plan, anche nel 2014 a dividere erano le riforme, che oggi come allora dovevano essere la base di un nuovo patto di legislatura. Da premier Letta le aveva preparate e battezzate ‘Impegno Italia’. Le presentò alla stampa in un clima surreale in cui lui sorrideva ai fotografi giurando che “il governo non aveva data di scadenza”, e i giornalisti gli chiedevano quanto avrebbe resistito a Palazzo Chigi. “Ma io sono un uomo del Pd”, rispondeva Letta. Come a dire: il Pd non lo permetterà.

Il Partito democratico, invece, lo permise. Con una decisione che non passò neppure per la mitica assemblea costituente, quella delle primarie – a proposito, che fine ha fatto?- ma venne presa direttamente dai gruppi parlamentari che scelsero quasi all’unanimità. Anche oggi sono i gruppi a scalpitare.

CORRERE!

Fu una crisi lampo, quella, perché oggi come allora la parola d’ordine è ed era “correre”. “Dobbiamo accelerare, il Paese non aspetta”, ripetevano e ripetono i protagonisti che propongono la crisi come rimedio allo stallo sostanziale nel quale versa il paese. Per inciso, a sette anni di distanza il cuore di quelle proposte – sistema elettorale, abolizione del Senato elettivo e riequilibrio dei poteri tra Stato e Regioni – deve ancora essere realizzato.

SFIDA ALL’ULTIMO VOTO

Ma le somiglianze con l’ultima crisi, finiscono qui. Questa volta, infatti, Renzi non gioca in proprio, ma per conto terzi. Molti scommettono anzi che la crisi possa cadere su un nome del Pd, e a quel punto i Democratici che oggi giurano lealtà a Conte potrebbero ripensarci. Sette anni fa, poi, Enrico Letta scelse di non parlamentarizzare la sua destituzione, di non passare per la sfiducia. Oggi, invece, Giuseppe Conte minaccia di farlo. A questo punto, ai aprirebbe uno scenario che rimanda a un’altra crisi del centrosinistra: quella del primo governo Prodi, in carica dalla primavera de 1996 all’ottobre 1998. I consiglieri dei partiti sono pronti a scommettere che alla prova del Senato i voti per Conte ci sarebbero. Ma i prof della politica spesso zoppicano in aritmetica. Lo sa bene il professor Arturo Parisi, che il 9 ottobre del 1998 teneva ‘il pallottoliere’ per Romano Prodi. Dopo l’uscita di Rifondazione Comunista dalla maggioranza, Parisi strinse le maglie del centrosinistra e rassicurò Prodi. “Ce la facciamo”. Il governo venne battuto alla Camera per 313 voti a 312. Prodi salì al Quirinale e si dimise.

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