Etiopia, Carpanelli (Panafrica): “Violenze per una lotta di potere”

Per l'esperta di relazioni internazionali Aster Carpanelli le proteste delle ultime settimane in Etiopia hanno uno scopo ben preciso: Indebolire il primo ministro Abiy Ahmed
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ROMA – Indebolire il primo ministro Abiy Ahmed Ali in vista delle elezioni, solo rinviate a causa della pandemia, e innescare un crisi tale da far saltare i negoziati per la diga sul Nilo che l’Etiopia porta avanti da mesi con Sudan ed Egitto. In definitiva, “una questione di potere, più che di appartenenza etnica”. Sono queste, secondo Aster Carpanelli, esperta di relazioni internazionali, artista e fondatrice a Roma dell’associazione culturale Panafrica, le dinamiche chiave della crisi e delle violenze cominciate ad Addis Abeba e nella regione circostante di Oromia la settimana scorsa.

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Nata a Gondar da padre friulano e madre etiope, in Italia dal 1991, Carpanelli parla con l’agenzia Dire cominciando dall’omicidio del cantante e attivista oromo Hachalu Hundessa, ucciso da un colpo di pistola nella capitale il 29 giugno. L’assassinio, per il quale ci sono stati arresti ma di cui ancora non si conoscono né mandanti né esecutori, ha scatenato manifestazioni e disordini tra esponenti della comunità oromo, la più popolosa del Paese, e forze dell’ordine: negli scontri hanno perso la vita almeno 166 persone.

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Carpanelli premette che le crisi politiche “non sono una novità per l’Etiopia” e che, anche questa, nonostante l’intensità, ha tutta l’aria di essere “passeggera”. Per l’esperta, la lettura che è stata data da molti media occidentali non è corretta ed è condizionata da un pregiudizio comune sull’Africa. “Ci si è concentrati molto sulla questione delle comunità, gli oromo contro gli ahmara e cose simili – dice Carpanelli – mentre la crisi è figlia di una lotta di potere”.

In gioco ci sarebbe il ruolo guida di Abiy Ahmed, primo ministro e premio Nobel per la pace. Secondo la fondatrice di Panafrica, la speranza dei suoi oppositori è che “la situazione degeneri e diventi ingestibile”. Facilitare l’insorgere di una crisi di apparente natura comunitaria sarebbe la chiave per “far saltare i negoziati con l’Egitto per la diga sul Nilo”, nonostante, sottolinea Carpanelli, “la stragrande maggioranza del popolo etiope creda che usufruire delle acque del fiume sia un diritto ed è quindi dalla parte del premier”.

Tra i principali responsabili di questo disegno, secondo l’attivista, ci sarebbe Jawar Mohammed, imprenditore delle telecomunicazioni con cittadinanza americana, personalità di spicco tra gli oromo. Mohammed ora è in carcere, arrestato la settimana scorsa per il coinvolgimento nei disordini. Carpanelli lo definisce “un’analista politico acuto e carismatico”, ma soprattutto, un personaggio “pericoloso e ambiguo”. “Gioca di continuo la carta identitaria e poi ogni tanto si appella all’unità del popolo etiope” accusa la fondatrice di Panafrica.

“Sulla questione della diga dice di aver sempre sostenuto Abiy Ahmed ma la stampa locale ha più volte evidenziato la sua ambiguità di fondo”. Secondo Carpanelli, il primo ministro avrebbe dovuto prendere misure drastiche contro di lui, anche “dichiarandolo ‘persona non grata’ impedendogli l’ingresso del Paese, da cui entra ed esce vivendo soprattutto negli Stati Uniti”.

In questa prospettiva la repressione messa in campo da Abiy Ahmed è stata anch’essa frutto di una strategia politica precisa. “Lo hanno lasciato senza alternative” dice Carpanelli, secondo la quale il primo ministro “è spesso criticato per essere troppo democratico e poco autoritario”. La fondatrice di Panafrica è convinta però che proprio in questa priorità data al dialogo risiede la forza del governo, in carica dal 2018. “Abiy Ahmed ha sempre detto – ricorda Carpanelli – che sarebbe stato diverso dai suoi predecessori e che ci sarà sempre la volontà di dialogare, altrimenti l’Etiopia non cambierà”.

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7 Luglio 2020
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