Caso Vannini, in Cassazione il procuratore chiede un nuovo appello: “Fu omicidio volontario”

Questa mattina è iniziato il processo di terzo e ultimo grado sull'omicidio del ventenne avvenuto nel 2015 a Ladispoli
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

ROMA – Quello di Marco Vannini fu omicidio volontario e per questo è necessario un nuovo processo di appello. “Annullare con rinvio ad altra sezione” la sentenza di secondo grado. Questa la richiesta del procuratore generale Elisabetta Ceniccola al termine della requisitoria davanti alla Prima Sezione penale della Corte di Cassazione di Roma, dove questa mattina iniziato il processo di terzo e ultimo grado sull’omicidio del ventenne avvenuto nel 2015 a Ladispoli, sul litorale a nord di Roma.

VICENDA DISUMANA DATI I RAPPORTI CON LA VITTIMA

“Una vicenda gravissima per la condotta degli imputati, e addirittura disumana, considerati i rapporti con la vittima. Marco era un ospite in quella casa e come tale andava trattato”, dicew il procuratore generale, Elisabetta Ceniccola, durante la requisitoria.

Marco non è morto per il colpo di pistola, ma per i 110 minuti di ritardo nell’allertare i soccorsi. Tutti- ha detto il Pg- per ben 110 minuti mantennero una condotta omissiva, menzognera e reticente. La gravità della situazione era sotto gli occhi di tutti loro. Se metto una bomba su un aereo, non posso dire che non volevo far morire delle persone. Nel caso di Vannini il proiettile che aveva in corpo è come quella bomba sull’aereo”.

IL CASO

Vannini venne ucciso con un colpo di pistola la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015, a casa della fidanzata a Ladispoli, sul litorale capitolino. Al vaglio della prima Sezione penale i ricorsi presentati dalla Procura generale di Roma, dai familiari della vittima, parti civili, e dalla difesa. Al centro della decisione, la sussistenza o meno del reato di omicidio volontario riconosciuto in primo grado, ma non in appello, dove il sottufficiale della Marina Militare e padre della fidanzata di Marco, Antonio Ciontoli, ha visto la pena ridursi da 14 a 5 anni. Sia in primo che in secondo grado, invece, sono rimaste immutate le condanne per omicidio colposo a tre anni di reclusione ciascuno per Maria Pezzillo, moglie di Ciontoli, e per i loro figli Federico e Martina, fidanzata di Marco Vannini.

Secondo quanto ricostruito nelle precedenti udienze, tutti gli imputati erano in casa quando Vannini venne colpito mentre era nella vasca da bagno da un proiettile che dalla spalla arrivò al cuore. Passarono circa 4 ore prima che qualcuno diede l’allarme. Durante il dibattimento, Antonio Ciontoli aveva detto di essere stato lui a sparare al fidanzato di sua figlia spiegando però che il colpo sarebbe partito per errore.

LA MAMMA. “MARCO SI POTEVA SALVARE, QUI C’È IL SUO ESERCITO”

Gli imputati “se hanno una coscienza dovranno pensare a quello che hanno fatto. Mio figlio si poteva salvare. Oggi qui c’è l’esercito di Marco che ci ha sostenuto in questi anni: familiari, amici e tanta gente che ha scelto di essere con noi, c’è anche chi arriva dall’estero. Ringrazio tutti quelli che sono qui accanto a noi in questa giornata”. Queste le parole di Marina Conte, la mamma di Marco Vannini, prima di entrare in Cassazione dove questa mattina è in corso il terzo grado di giudizio sull’omicidio del giovane.

IL LEGALE DELLA FAMIGLIA: “MARCO HA URLATO PER 110 MINUTI, COSA È SUCCESSO?”

“Urla disumane” quelle di Marco Vannini, “dal momento del ferimento fino all’arrivo del 118”. A dirlo è Celestino Gnazi, legale della famiglia della vittima, ai giudici della prima sezione penale della corte di Cassazione dove è in corso l’udienza per la morte del ventenne avvenuto nel maggio del 2015. Nel contestare la sentenza di appello che ha ridotto le pene degli imputati, l’avvocato ha posto l’accento su “quei 110 minuti in cui nessuno si è chiesto che cosa è stato fatto. È presumibile pensare che in quei 110 minuti siano stati messi in atto tentativi programmati, cinici e lucidi di ripulire il sangue di Marco“.

Nel verificare la presenza della famiglia Ciontoli all’interno del bagno dove è avvenuto l’omicidio di Marco Vannini, la difesa ha ribadito che “la prova sulle particelle derivate dallo sparo ritrovate nei nasi delle persone coinvolte, è stata effettuata a distanza di circa 9 ore dagli eventi e che quindi non si può escludere la presenza di Martina (ex fidanzata della vittima, ndr.) nel bagno. La corte d’Appello – ha spiegato il legale della famiglia – ha usato questa prova senza tener conto di questo lasso di tempo e senza tener conto delle dichiarazioni fatte dalla stessa Martina in cui lei stessa ribadisce, in una occasione, di ‘aver visto’, di delirare e di ripetere quello che diceva il padre”. Per questo ed altri motivi la difesa dei familiari di Marco Vannini ha chiesto ai giudici della Suprema Corte di associarsi alla richiesta della Procura Generale, e quindi di annullare la sentenza di appello in virtù di un nuovo processo per poter analizzare il caso in termini di dolo e non di colposità.

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su email
Condividi su print

Leggi anche:

7 Febbraio 2020
Le notizie del sito Dire sono utilizzabili e riproducibili, a condizione di citare espressamente la fonte «Agenzia DIRE» e l'indirizzo «www.dire.it»