Africa, il reporter-scrittore Van Beemen: “Disumane multinazionali”

Intervista a Olivier van Beemen, giornalista e scrittore olandese, autore di 'Heineken in Africa' | Di Brando Ricci
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ROMA – Se gli si chiede dello sfruttamento di ragazze mandate in bar e discoteche con vestiti succinti a promuovere il marchio l’amministratore delegato di Heineken risponde che “la sensibilita’ verso le molestie del movimento ‘Me Too’ e’ cosa occidentale e che in Africa la si pensa diversamente”. A parlare e’ Olivier van Beemen, giornalista e autore olandese. Per descrivere l’operato della multinazionale della birra nel continente, ricorda piu’ volte le testimonianze delle “promoter”.

La vicenda di queste ragazze, impiegate da anni in numerosi Paesi per fare pubblicita’ al marchio di Amsterdam e spesso costrette praticamente a prostituirsi durante il loro lavoro, e’ una delle tante in cui si e’ imbattuto il reporter in oltre sei anni di lavoro in Africa.

L’agenzia Dire lo intervista in occasione della sua partecipazione al Festival di Internazionale, a Ferrara: sette finesettimana di dibattiti ed appuntamenti, al via domani, attorno al mondo del giornalismo.
Van Beemen, autore per giornali come il britannico Guardian o il francese Le Monde, racconta del lavoro che ha portato al libro ‘Heineken in Africa’, uscito in Italia per Add edizioni. Il cronista ha visitato 30 Paesi, dalla Nigeria all’Etiopia, dal Kenya all’Algeria, e tra questi anche i 16 dove il marchio olandese possiede gli oltre 40 birrifici con i quali lavora nel continente. Per Heineken l’Africa e’ una storia di conquista commerciale che va avanti da piu’ di un secolo, con un guadagno netto del 42 per cento piu’ alto rispetto a quelli ottenuti nel resto del mondo.

Secondo van Beemen, le ragioni di questo successo sono diverse. “La birra e’ un bene ancora relativamente conveniente da comprare, non e’ come una macchina” sottolinea, specificando che rappresenta pure “uno status simbol per la nuova classe media dei Paesi africani” ed e’ “molto ricercata”.

Van Beemen elenca alcune delle ragioni che spiegano il livello dei profitti: “In Africa il sistema di monitoraggio dell’operato delle aziende e’ molto limitato. Diciamo che si puo’ fare tutto, sia a livello di marketing che di distribuzione”. Una condizione favorevole per Heineken, che per il giornalista si comporta come tutte le multinazionali: “Piu’ che alla responsabilita’ sociale, bada al profitto degli azionisti”.

Il cronista ha intervistato diversi manager di Heineken e dice che di segni di pentimento, o di una nuova consapevolezza, non sembra esserci traccia. “Ho parlato con il responsabile di un programma che mirava a portare al 60 per cento la quota di materiali locali impiegati nel processo di produzione della birra entro il 2020” ricorda van Beemen. “Quando l’ho intervistato il traguardo era lontano, erano addirittura scesi dal 48 al 44 per cento. Gli ho chiesto se era consapevole dell’impatto che tutto questo avrebbe avuto sui coltivatori locali e lui mi ha parlato dell’impatto che avrebbe avuto sui suoi bonus di fine anno“.

Il giornalista cerca di essere cauto nel dare giudizi. “Sembrava una brava persona, ragionevole, ma cosi’ funzionano le multinazionali” dice: “Era chiaro che era inserito in un mondo iper-competitivo che finisce per disumanizzare”.

Un mondo che puo’ lasciare ferite. “Sono rimasto colpito da quanto ho scoperto sul comportamento di Heineken in Ruanda durante il genocidio del 1994” racconta van Beemen. “Hanno continuato a produrre nonostante fossero consapevoli che la loro birra venisse usata per pagare e ricompensare i guerriglieri hutu autori del’eccidio“.

Anche in questo caso, denuncia il reporter, la multinazionale si e’ rifiutata di prendersi responsabilita’: “Quando gliene ho parlato mi hanno detto che i ribelli avevano preso il controllo degli stabilimenti e che praticamente li obbligavano”. Una ricostruzione, questa, secondo van Beemen, “priva di qualsiasi riscontro sul campo”.

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4 Ottobre 2020
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