I bambini massacrati in famiglia e il silenzio delle istituzioni

Di Vanna Iori, docente ordinaria di Pedagogia all’Università Cattolica di Milano, senatrice Pd
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ROMA – Negli ultimi mesi si sono registrati terrificanti episodi di brutale violenza consumati tra le mura domestiche contro i minori: a Cardito, periferia di Napoli, un bambino di due anni è stato picchiato a morte dal compagno della madre perché aveva rotto la sponda del letto nuovo; a Milano, un piccolo della stessa età è stato ucciso dal padre in un modo che lascia annichiliti perché era troppo vivace e non lo faceva dormire. In entrambi i  casi le madri tacevano per paura che quella stessa violenza si rivolgesse contro di loro e gli altri figli.

Se guardiamo alla freddezza dei numeri forniti dall’Istat, si tratta di una strage continua che negli ultimi diciotto anni ha determinato più di 500 piccole vittime. Non si tratta, dunque, di eventi eccezionali ma di una realtà drammaticamente frequente nel nostro tempo e nella quotidianità.

Molti di questi casi celano situazioni di dipendenza dalle droghe, la sudditanza di un partner dall’altro che usa violenza fisica e psicologica, o motivazioni che risiedono nelle biografie personali, come i maltrattamenti cui è stato sottoposto un membro della coppia nel corso della sua infanzia o adolescenza, la condizione di depressione di un genitore e, in particolare, della madre dopo il parto. Parliamo di violenze che in molti casi si consumano in contesi difficili, in nuclei familiari problematici e in realtà dove sono più forti la povertà educativa e la carenza di sostegno materiale.

Alla base di questa violenza, infatti, oltre all’incapacità di accettare e assumere il ruolo genitoriale, c’è una povertà relazionale, accompagnata spesso a difficoltà economiche, che i servizi territoriali non sono in grado di raggiungere, fornendo risposte efficaci. La mera erogazione di un sussidio economico, infatti, non è sufficiente se, contestualmente, non si costruiscono progetti di accompagnamento e di sostegno costante per i genitori e i minori.

Non investire sulla lotta alla povertà educativa aumenta in maniera esponenziale il disagio e l’abbandono e, di conseguenza, la violenza.

Da dove iniziare? Un ambito che spesso è sottovalutato sia per l’intercettazione delle criticità, sia per la possibilità di instaurare rapporti socialmente costruttivi è quello dei servizi sanitari e socio-sanitari che accompagno la fase pre- e post-parto. Lì è possibile iniziare  a supportare la genitorialità fragile e il sostengo alla rete familiare, attraverso una rete tra i servizi servizi sanitari, sociali, educativi.

Nei mesi scorsi il Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza ha pubblicato le osservazioni sull’attuazione della Convenzione di New York in Italia. Un testo nel quale il Comitato delle Nazioni Unite ha manifestato preoccupazioni e ha raccomandato di adottare misure urgenti in materia di distribuzione delle risorse finanziarie che tenga conto dei diritti dei minorenni più vulnerabili, non discriminazione delle persone di minore età sotto ogni aspetto, educazione e istruzione, invitando il nostro Paese a “introdurre un sistema nazionale di raccolta dati in materia di violenza contro i minorenni”.

E’ urgente mettere in campo misure per un approccio multidisciplinare più ampio nella lotta alla violenza minorile. Una collaborazione tra più servizi potrebbe assicurare non solo una strategia integrata per rispondere in modo efficace alla violenza e garantire una strategia di prevenzione costante. Se definiamo i bambini il nostro futuro, dobbiamo investire sul presente?

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1 Giugno 2019
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