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DIRE - LE OPINIONI

Sinistra rosso antico in un mondo nuovo

di Aldo Garzia per www.ytali.com

C’è un facile ritornello che si aggira tra le sinistre: Meglio l’originale che la fotocopia. La sinistra ha smesso di fare la sinistra, rinunciando al propri ruolo storico di difesa del lavoro e delle classi subalterne. Questo mutamento di collocazione apre perciò varchi nuovi alle destre e ai populismi. Secondo questo schema, la sinistra di origine socialdemocratica e laburista (con l’eccezione del Labour party di Jeremy Corbin che gode di ritrovata verve) sarebbe perciò fotocopia della destra neoliberista. Siamo tuttavia sicuri che questo schema di ragionamento, che certo racchiude alcune verità (l’acritico blarismo che ha egemonizzato a lungo la sinistra moderata), sia del tutto persuasivo? Siamo proprio certi che basti recuperare radicalità programmatiche e collocazione sociale per risolvere i problemi identitari?
La questione è molto più complicata.

Il 1989 ha cambiato la geopolitica. Da allora sono andate in pezzi le certezze comuniste e pure quelle socialdemocratiche. Al 1989 è seguito un processo di globalizzazione e di unificazione dei mercati che continua tuttora non recando con sé automaticamente sviluppo e democrazia. Anzi, dal 2007 siamo immersi in una crisi economica prolungata senza precedenti che ha reso impotenti le tradizionali bandiere progressiste di piena occupazione e redistribuzione dei redditi paralizzando inoltre il progetto di unità europea.

Nuove diseguaglianze hanno sostituito le vecchie. Nuovi conflitti armati e non (vedi la Catalogna) hanno fatto la loro comparsa. Il liberismo dominante dagli anni ottanta (Reagan, Thatcher) ha piegato il proprio antagonista, facendogli introiettare molte delle sue ragioni (Blair, Schroeder). Il tutto accompagnato da una rivoluzione digitale che ha mutato nel profondo i lavori, a iniziare da quello salariato, oltre ai saperi e alle tecniche di comunicazione. I parametri di riferimento che disegnano le identità individuali e collettive sono stati sconvolti. Si assiste al declino delle forme tradizionali della democrazia politica e della rappresentanza. Siamo dunque immersi in un mutamento d’epoca. Difficile orientarsi, proponendo antichi paradigmi. E abbiamo ormai una vasta letteratura a disposizione su ciò che è cambiato in questi tre decenni. Se non c’è accordo sull’analisi e sulle terapie, sulla dimensione dei problemi è però difficile dissentire.

Il confronto tra le sinistre dovrebbe incentrarsi dunque sulla fase decostruens per proporne una costruens: possono esserci risposte diverse a quesiti comuni. Con questo approccio sono possibili inediti rapporti tra le nuove sinistre europee – Podemos, Linke, Tsipras, eccetera – e le sinistre dei partiti storici. Dalle esperienze più avanzate della socialdemocrazia (Svezia, Danimarca, Germania) ci viene infatti consegnato il tema sempre attuale della mediazione tra Stato e mercato, oltre quello – da aggiornare in continuazione – di come si possano perseguire politiche keynesiane di welfare, che resta la conquista sociale più avanzata del secolo scorso.
Nuove e vecchie sinistre sono di conseguenza destinate a gareggiare in un rapporto di distinzione organizzativa e di competizione politica. A condizione di non frequentare troppo gli antiquari. Senza le une e senza le altre (o peggio, con le une contro le altre) il tema del “governo” resterà una chimera.

30 ottobre 2017

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