Opinioni

La carenza di leadership nelle presidenziali degli Stati Uniti

di Barbara Varchetta Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali

 

Stati Uniti d’America: 44 presidenti dal 1789 ai giorni nostri; tra mediocrità ed eccellenza, ciascuno si è distinto per il contribuito teso a rendere gli USA la più forte democrazia del mondo, simbolo di una cultura di integrazione e partecipazione che non conosce eguali.

Da George Washington, primo presidente, a Thomas Jefferson, principale autore della Dichiarazione di Indipendenza e tenace sostenitore di alcuni dei diritti inalienabili (vita e libertà, in primis); da Abraham Lincoln, primo repubblicano a ricoprire questo ruolo ed incoronato dagli storici come colui che abolì la schiavitù, a Theodore Roosevelt, premio Nobel per la pace ed annoverato (insieme agli altri tre) tra i padri fondatori della nazione; da Franklin Delano Roosevelt, l’unico ad aver governato per ben quattro mandati, e forse il miglior presidente degli USA: in quegli anni gli Stati Uniti riuscirono, per merito di un leader forte e carismatico, a superare la grande crisi economica, divennero la prima potenza militare, consolidarono durature alleanze internazionali e diedero l’impulso per la costituzione delle Nazioni Unite; a John Fitzgerald Kennedy, l’uomo della guerra a favore dei diritti civili e contro le discriminazioni razziali, noto per aver introdotto norme miranti alla diffusione dell’istruzione in tutto il Paese, barbaramente ucciso nell’attentato di Dallas; da Ronald Reagan, il presidente che chiuse la lunghissima stagione della guerra fredda: celebre il suo discorso davanti alla porta di Brandeburgo nel quale egli invitava il suo omologo russo Gorbaciov ad abbattere il muro di Berlino; a Barack Obama, primo presidente afroamericano e anch’egli premio Nobel per la pace, che con due mandati alle spalle ha guidato la ripresa economica deli USA, tentato una riforma più equa del sistema sanitario, realizzato il tanto atteso disgelo con Cuba…

Una storia gloriosa che consegna questi uomini all’eterna memoria storica sottraendoli all’oblio del tempo. Ma cosa succederà fra qualche mese, quando gli americani saranno chiamati alle urne per sceglier il loro 45° presidente, presumibilmente tra Donald Trump ed Hilary Clinton?

Secondo i politologi più accreditati, entrambe le figure non sono da ritenersi all’altezza di cotanto ruolo e se la Clinton non ha ancora ottenuto i voti sufficienti a decretarne la matematica candidatura, Trump l’ha appena guadagnata ufficialmente, avendo dalla sua le preferenze (destinate ad aumentare) di ben 1238 delegati.

Cosa spinga gli americani ad apprezzare la sua linea politica, manifestata senza pudore urbi et orbi, non è dato sapere: lo stesso Obama lo ha definito sprezzante ed ignorante; note ormai, quasi quanto la smodata disponibilità finanziaria, le sue inclinazioni xenofobe e sessiste. Il suo gradimento appare quasi come un fenomeno sociologico da indagare ed approfondire: può una società multietnica e culturalmente ben strutturata immaginare che Trump “invada” la Casa Bianca, luogo simbolo di equilibrio e virtù politica, già occupata da personaggi del calibro di quelli poc’anzi citati?

E se, come alcuni sostengono, la sua candidatura è il semplicistico tentativo di agevolare la scalata della Clinton (senz’altro ben vista nei contesti internazionali) così da renderle più agevole la vittoria, è certo che gli elettori, non sempre avvezzi all’analisi dettagliata degli eventi, risponderanno come da previsione?

Il mondo non può permettersi una carenza di leadership americana: ne andrebbe dell’equilibrio geopolitico internazionale!

28 maggio 2016
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