Opinioni

Gerry Adams e il prezzo della pace

Di Roberto Di Giovan Paolo per www.ytali.com

Il leader storico del Sinn Féin lascia. Lui e la sua generazione hanno raccolto un Paese in fiamme, guidandolo, nel sangue, nella violenza, nei tentativi di cambiare, nel processo di pace, fino a una dimensione diversa e moderna, quantomeno identica al resto dell’Europa. Appassionato, a volte troppo taciturno (forse anche per se stesso), ai limiti di un’ambiguità che non potrà mai sciogliere (ma noi possiamo comprendere).

Potrebbe avere passato il fine settimana nella brughiera a passeggio con il suo cane e sarebbe davvero una gran notizia. Non che sia difficile vedere passanti nella pioggerellina e nei campi verdi d’Irlanda con un bel cane saltellante a fianco… no, ma vedere Gerry Adams con fare da pensionato, una notizia lo è certamente. Un’altra giornata di cielo azzurro brillante. Una mattina fatta apposta per scavare, piantare, andare a cavallo”. Un tweet di @GerryAdamsSF Perché questo è stato il primo fine settimana libero – anche da interviste da “ex”- da 34 anni a questa parte (e circa cinquanta dall’inizio della sua militanza), da che il leader riconosciuto del Sinn Féin ha fatto “il passo indietro” e ha lasciato la leadership del partito-movimento con cui è passato dai giorni della “Bloody Sunday” al governo misto di oggi giorno Unionisti-Repubblicani di Stormont Castle.

In questi 34 anni Gerry Adams è stato radiografato e vivisezionato, soprattutto per capire quale ruolo reale avesse svolto nell’Ira ai tempi delle bombe nei pub e degli assalti tra l’ Ira e bande paramilitari unioniste. In alcuni casi uscendone indenne in maniera chiara, in altri lasciando una scia spiacevole di “area grigia”, di cui peraltro non si è mai curato molto. Ha sempre detto di non essersi mai occupato di questo o quell’attentato e tantomeno di ferimenti o uccisioni. Ma questo non può voler dire molto per un uomo che è presente in tutte le immagini degli anni Ottanta e Novanta fino all’accordo e al cessate-il-fuoco del Good Friday, nel 1998, accanto a Martin McGuinness in tutti i funerali repubblicani di Derry e Belfast sullo sfondo di militanti Ira con la “cagoule” e la divisa da combattimento verde.

Martin McGuinness, lui sì, disse esplicitamente che era stato un comandante dell’ Ira, e peraltro di lui c’erano anche foto in quella stessa divisa verde degli altri suoi compagni, e lo confessò mentre allo stesso tempo diceva con Gerry Adams che la lotta militare doveva lasciar spazio alla politica; e firmò l’Accordo di Stormont con Blair e fu vice addirittura dell’ “acerrimo nemico”, il reverendo Ian Paisley, prima di assumere l’ incarico di premier del Nord Irlanda e condurre, al suo funerale lo scorso marzo 2017, non solo quattro Taoiseach (primi ministri) dell’Eire e il presidente della repubblica Michael Higgins ma anche l’ex presidente degli Usa, Bill Clinton, che fu artefice di quell’accordo assieme a Blair.

Gerry Adams invece non ha foto in divisa dell’Ira, ma è presente nelle foto di tutti i funerali di leader e militanti semplici dell’Ira, assieme a McGuinness; comincia a intervenire pubblicamente dopo il bagno di sangue del corteo pacifista e per i diritti civili (quattordici solo i morti, colpiti dal 1mo reggimento parà britannico),raccontato dagli U2 in “Sunday Bloody Sunday” (e prima da John Lennon e perfino Paul McCartney…) e prosegue a intervenire sempre più in pubblico, prima limitandosi a parlare di West Belfast (dove sarà eletto, anni dopo, al parlamento britannico, … e non andrà, ovviamente, come tutti i repubblicani irlandesi dello Sinn Féin per evitare il giuramento alla Regina), poi di tutta la lotta nelle sei contee ed infine si segnala quasi come il portavoce dei detenuti ai tempi del tragico sciopero della fame iniziato da Bobby Sands contro la Thatcher.

In breve tempo egli è, ufficialmente, “il portavoce dello Sinn Féin” e inevitabilmente deputato a parlare in qualche modo con il comando dell’Ira, cosa che non dovrebbe riuscirgli difficile visto che anni dopo scopriremo, direi senza stupircene, naturalmente, che egli era divenuto “Chief” del consiglio politico, a cui si riferiscono tutte le cellule, tutte debitamente compartimentate, politiche o militari, dell’Ira.

Oggi noi diamo tutto questo per scontato (e peraltro senza alcuna dichiarazione puntuale in merito dell’ interessato) ma nella contemporaneità esistevano molte sottili e talvolta invece, spesse ed invalicabili, differenze, tra capi politici e militari dell’ Ira, e tra militanti Ira di città e campagne.

E tra l’Ira e una forza politica come il Sinn Féin, in cerca di identità; dichiaratamente, al tempo, di prospettiva socialista, ma impegnata in una lotta nazionale ed a tratti nazionalistica L’Ira era amata da irredentisti nazionalisti e da fautori della guerriglia socialista; aveva un background culturale e storico (“tutta” la simpatica Irlanda con scrittori e folclore annessi, per l’appunto) che pochi nel mondo possedevano; ragioni da vendere e una disciplina che mancava a molte gruppi armati nel mondo degli anni Settanta e Ottanta, e soprattutto un territorio con un popolo schierato. Aggiungeteci i soldi dei milioni di irlandesi o discendenti irlandesi nel mondo, che saranno due o tre volte quelli che vivono lì… e soprattutto negli Usa.

Bene, tutto questo tuttavia non faceva uscire dai “Troubles”. 3500 esseri umani furono uccisi tra il 1969 e il 1998, donne, bambini, innocenti non schierati, che prendevano una birra al pub, tanto quanto – per dirne una di tante – il padre di Conlon che muore in carcere, rappresentato nel film “In the name of the Father” perché imprigionato ingiustamente per la strage nel pub a Guilford (imprigionato ingiustamente il figlio – scagionato dopo quindici anni dalla giustizia inglese stessa – e ancor più ingiustamente il padre, che era a casa sua a Londra solo per caso). E feriti, invalidi, orfani, vedove, e città sconvolte, divise, inabitabili.

Serviva una assunzione di responsabilità politica che, va detto, iniziò con Blair (non può aver fatto tutto male no? Forse un po’ di storiografia in più e meno, solo ideologica, damnatio memoriae servirebbe di più… ndr) e una trattativa per riaprire un dialogo sul Nord Irlanda e riproporre, nell’ambito della riforma dei poteri locali britannici un inizio di cammino, ovvero la riapertura all’autogoverno locale di Stormont Castle.
Arrivò Clinton a dare man forte.

Ma è evidente che nel 1998 solo un forte leader politico avrebbe potuto imporre all’Ira il cessate il fuoco. E solo un comando politico riconosciuto nell’Ira avrebbe potuto garantire allo Sinn Féin il mantenimento della tregua, la repressione dei “colpi di testa” (the “real Ira”… i singoli che usando liberamente la violenza poi imparano ad amarla…). Quale fosse il ruolo di Gerry Adams poco importa ora.

O forse lo sappiamo o l’abbiamo capito. È evidente che – con l’aiuto di McGuinness – lui riuscì a imporre la sua linea politica, un fatto che noi registriamo come logico, oggi, ma allora era una scommessa che poteva costargli non solo la popolarità o la leadership… da Michael Collins in poi in Irlanda si può essere eroi e traditori in pochi giorni… Ora è inutile ripercorrere gli anni dal “Good Friday” a oggi, conosciamo le difficoltà ma anche la sorpresa di un Nord Irlanda economicamente in ripresa con governo “rudemente concorde” e con la prospettiva, diciamolo, che solo la diversa natalità regolerà i conti in un futuro referendum sull’unità dell’isola, quando i protestanti unionisti (qualche anno fa un figlio di media contro cinque dei cattolici…) saranno divenuti minoranza (anche se la contraccezione liberalizzata anche in campo cattolico ormai, potrebbe allungare i tempi…) Va detto che la generazione di McGuinness e di Gerry Adams ha raccolto un Paese in fiamme e l’ha guidato, nel sangue, nella violenza, nei tentativi di cambiare, nel processo di pace, fino ad una dimensione diversa e moderna, quantomeno identica al resto dell’Europa.

Non è solo Adams che, come aveva promesso da anni, mantiene la promessa del ricambio e lascia. È una generazione che passa il testimone a dirigenti politici che non sono passati attraverso i “Troubles” direttamente; che sono divenuti dirigenti, dopo il cessate il fuoco dell’Ira e non hanno mai militato in una organizzazione paramilitare: Mary Lou McDonald è la nuova leader, nata a Dublino ed eletta al Sud. Ed era già al fianco di Adams al funerale di McGuinnes a marzo, insieme alla vicepresidente, anch’essa donna, Michelle O’Neill, leader invece in Nord Irlanda.

E Gerry Adams, nell’ultima intervista di domenica scorsa, con un pizzico di vanità ha ricordato questa crescita a Nord come al Sud; in generale, non parlando di sé, ma ben sapendo che lui è eletto deputato alla House of Commons a Londra ma anche al parlamento irlandese di Dublino contemporaneamente, una cosa occorsa raramente… forse solo a Éamon de Valera, padre fondatore con Collins dello stato irlandese e presidente per oltre un decennio da fine anni Cinquanta ai primi anni Settanta. Non è decisamente un modo per dire che Gerry andrà d’ora in poi a funghi e a spasso col cane e si ritiene in pensione! Nonostante abbia fatto ciò che aveva promesso: contribuire a fermare i “Troubles”, andare verso un processo di pace, portare lo Sinn Féin al governo (nel nord Irlanda ma potrebbe andare in coalizione presto anche in Eire); continuare la lotta con mezzi pacifici. Per avere questi risultati Gerry Adams ha deciso di porta e sempre con sé il prezzo della necessaria e necessitata ambiguità della sua figura. E non ci dirà nulla di più, non vuole e non può. Con coerenza, senza dubbio.

27 febbraio 2018
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