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DIRE dire...tta sanremo

DIRE…tta dall’Ariston – #sanpedro – Story: gli anni ’90

di Matteo ‘Pedro’ Pedrini

Quando Manuel Agnelli cantò Non si esce vivi dagli anni ’80 credo fermamente si riferisse non tanto alla gente e al decennio in senso lato, quanto a me e all’articolo su quel lasso della kermesse (eccolo qui, qui invece quello sul periodo ’51-’79). Dopo i giorni passati a riascoltarli, riguardarli, rileggerli e riviverli, hanno iniziato a manifestarsi fastidiosi sintomi: crescita spontanea di spalline e jeans ascellari, facoltà di ruttare in playback, un’eruzione cutanea a forma di Al Bano, eccetera. Le righe che leggerete di seguito sono state pertanto scritte dal reparto Kermesse della Clinica Martiri di Pippo Franco di Grumello Telgate, struttura specializza in recupero vittime degli anni ’80.

Sono stato più incauto di Pandora quando aprì il vaso di Zeus, quindi poche scuse: chi è causa del suo Mal, pianga i Primitives.

(N.B. la reiterazione compulsiva della parola kermesse è spiegata nei precedenti articoli e motivata dai pagamenti creativi consentiti dal Jobs Act)

Gli anni ’90 della kermesse rappresentarono una sfumatura. Se negli ’80 la kermesse mutò definitivamente in fenomeno mediatico e di costume, nei ’90 si assestò nella morfologia che conosciamo oggi innanzitutto con il definitivo ritorno dell’orchestra e delle esecuzioni da vivo. Ma sfumatura furono anche in ambito discografico: i ’90 partirono ereditando il pascolo delle vacche grasse dei decenni precedenti e terminarono con gli albori della loro moria. Un decennio “breve” cominciato col vinile e terminato con l’mp3, salpato con Maurizio Seymandi e attraccato coi vj di MTV. Ma prima di adeguarsi a nuovi tempi e nuovi mezzi, come accade sempre e ovunque, discografici e artisti passarono praticamente tutti i successivi anni zero a piangersi addosso demonizzando il nuovo invece di capirlo e poi farselo amico.

Ma Baudo alle ciance e torniamo a piè pari nel solco! Kermesse!

POTENTI MOMENTI SALIENTI:

Il 1990 della kermesse potrebbe essere riassunto con tre parole urlate a mo’ di imprecazione lacerante dopo una spigolata sul mignolo del piede: tipo cosìFurono infatti i Pooh a trionfare con la perfetta Uomini soli. Sì, perfetta. Perfetta nel testo che spiazzò pubblico e critica: un viaggio nella solitudine e nelle solitudini che proprio nessuno si sarebbe aspettato dai Pooh e dalla kermesse di allora. Perfetta nel ritornello su cui Roby Facchinetti rischia da ventisette anni l’embolia e per il quale fu querelato dall’ALI (Associazione Logopedisti Italiani) per i seguenti versi: “Dio delle cittuuàààààà“, “Vuediamo se si puàààààà” e soprattutto “Parquet quasta vitua stande / e chi è stoeso darme o muare“. Facchinetti fu condannato a trenta ore di lavori socialmente utili che impiegò girando per le scuole a spiegare compiutamente perché cazzo Stefano D’Orazio abbia da cinquant’anni la doppia grancassa come Bonzo Bonham dei Led Zeppelin se il pezzo più tirato che hanno è Piccola Katy.

La kermesse – condotta dignitosamente da Johnny Dorelli e Gabriella Carlucci – si svolse eccezionalmente al provvisorio Palafiori – una tensostruttura da 5’000 posti situata nel tinello della residenza ligure di Monsignor Bagnasco – e, al fine di dare un senso di continuità col decennio precedente, vide Toto Cutugno piazzarsi secondo con Amori. (Qui la prende bene, ma non benissimo).

Fu l’anno di “trottolino amoroso du du du da da da“, di Marco Masini primo tra le nuove proposte con Disperato e, come detto, del ritorno dell’orchestra incastonata in una scenografia indifendibile. A tal proposito, un attimo prima de La nevicata del ’56 di Mia Martini ci fu un momento storico che segnerà la vita del paese e la nostra esistenza: fu pronunciata per la prima volta questa frase.

Il famoso momento in cui Red Canzian rivela cosa inserisce e dove a Facchinetti per farlo urlare così nel ritornello di “Uomini soli”. Facchinetti, visibilmente provato, si tiene la parte dolente.

Nel 1991 le redini della kermesse furono affidate a Edwige Fenech e Andrea Occhipinti – che ora è “solo” il signor Lucky Red Distribution – evidentemente scelti dalla direzione artistica della kermesse dopo un estenuante sorteggio tra tutti i residenti su suolo italiano tra i dieci e i novant’anni. Come nell’edizione precedente, rispolverando un format vincente delle kermesse anni ’60, ogni cantante in gara venne affiancato da uno straniero. È grazie a questa trovata che ancora oggi Bonnie Tyler e Gloria Gaynor vengono prese per il culo alle pizzate tra amici per aver cantato le versioni in inglese di, rispettivamente: Nenè di Amedeo Minghi (!) e La fila degli oleandri di Gianni Bella (!!!).

Vinse Riccardo Cocciante con Se stiamo insieme, la più brutta canzone per distacco tra le prime cinque classificate. In ordine dal secondo al quinto posto: Spalle al muro di Renato Zero (con impressionante ovazione finale), Perchè lo fai di Masini (“perché ti sdai“), Gli altri siamo noi di Tozzi (col coro del Cottolengo) e soprattutto Spunta la luna dal monte di Pierangelo Bertoli e i Tazenda (di cui tutti i miei coetanei sanno la parte in sardo. Tutti).

Premio della critica alla pazzesca La fotografia di Enzo Jannacci (un capolavoro assoluto che pochi conoscono. Provate a non piangere).

E ok. Ma diciamoci la verità: LA canzone di quell’edizione è indiscutibilmente Siamo Donne di Sabrina Salerno e Jo Squillo (“c’è chi muore dall’invidia/per chi lavora nei mass media”, Bob Dylan sei un giostraio). Tra i giovani vinse Paolo Vallesi con Le persone inutili, dedicata con sorprendente lungimiranza a haters e tuttologi di Facebook.

Nel 1992 riprese il potere il temibile generale Baudo tornato dall’esilio marciando su Sanremo con le tre amazzoni Milly Carlucci, Brigitte Nielsen e Alba Parietti chiamate a promuovere dal palco della kermesse la raccolta differenziata incarnando tutte e tre – ancora e soprattutto oggi – il suo riutilizzo creativo. Incarnando proprio in senso lato. Appena tornato sul trono, l’incolumità del generale venne subito messa a repentaglio dall’invasione di campo di Mario “Cavallo Pazzo” Appignani (professionista del settore): gustatevi questa pietra angolare della storia della TV, qui il  video.

Della contesa canora nella sezione Big – vinta dall’insignificante Portami a ballare di Luca Barbarossa – restano l’inspiegabilmente solo seconda Gli uomini non cambiano di Mia Martini e La forza della vita di Paolo Vallesi (terza). Ma è nella categoria Novità che fu scritta la laggenda. Sedetevi. A parte la vincitrice Non amarmi di Aleandro Baldi e Francesca Alotta – “…stupido testone, dubbi non ne ho”, ndr – votata al grido “Chi si è estranea dall’Alotta ecc…”, a parte Zitti, zitti (Il silenzio è d’oro) degli Aeroplani Italiani di Alessio Bertallot, a parte Bracco Di Graci con Datemi per favore (siete sobbalzati, lo so), a parte Gatto Panceri (!!!) con L’amore va oltre, a parte gli Statuto con Abbiamo vinto il festival di Sanremo, la kermesse del 1992 entrò nei libri di storia principalmente per Brutta di Alessandro Canino. Boato. E so che la state tutti cantando.

Nel 1993 – con il Caro Leader Kim Baud Un sempre in sella, con la Cuccarini seduta dietro – vinse la non memorabile Mistero di Enrico Ruggeri su Dietro la porta di Cristiano De André per soli 58 voti.

Fu una kermesse pregna di significato. Ma la kermessepregna – il significato proprio non voleva tenerlo. E allora il padre del significato disse alla kermesse “Ma come kermesse? Questo significato che si muove in te, nuota in te, respira in te, gioca e chissà… lui sta già ascoltandoci. Questo significato con le mani cucciole, lui non sa che tu vuoi buttarlo via“. Per fortuna il padre trovò LA soluzione: vendere la moto. E’ chiaro – se non l’avete ancora colto – il riferimento a In te di Nek il quale ci narra la storia autobiografica di quando gli serviva un pretesto per vendere la moto (una raccapricciante Aprilia Motò, acquistata sotto ketamina da Enne Erre Moto snc di Russiani Renzo e C. a Sassuolo (MO), ndr) non potendo ammettere di avere acquistato il ciclomotore più brutto di tutti i tempi, e che quindi non trova nulla di meglio che mettere incinta quella poveraccia della fidanzata. Lei non ne vuole sapere perché vorrei vedere voi e allora lui sbrocca e inizia a spargere popcorn in macchina, a darsi il rossetto, a travestirsi da carpa e a risalire i fiumi. (E’ il testo eh). La morale insomma è: Fai come Nek: non abortire, vendi la moto.

Il ’93 fu l’anno della Pausini (La solitudineche precedette Gerardina Trovato (Ma non ho più la mia città) tra le Novità. Ricordo bene fior di critici sentenziare con sicumera che la prima sarebbe stata un fuoco di paglia, mentre la seconda avrebbe avuto una carrierona. Proprio. Sì, sì.

La moto che Nek comprò avventatamente e che innescò tutta una serie di eventi nefasti.

L’autocrazia di Baudo proseguì anche nel 1994, stavolta coadiuvato da Anna Oxa e dalla donna che era attaccata al culo dello spot Morositas (Cannelle). Vinse Aleandro Baldi con Passerà, canzone dedicata con trasporto (!) al regionale di Trenitalia sulla tratta San Pietro in Casale – Bologna. Mentre tra le Novità trionfò l’esordiente Andrea Bocelli con Il mare calmo della sera. Fu decisamente una kermesse all’insegna della fortuna.

Fu l’anno di (minchia) Signor tenente del Giorgio Faletti post Drive In e pre Io uccido – secondo e premio della critica – e di Strani amori di Laura Pausini – terza – che si contese il neo istituito premio Prolasso d’oro con Cinque giorni di Zarrillo, vedendo poi trionfare quest’ultimo di un soffio. Menzione seria per I soliti accordi di Jannacci e Paolo Rossi (“ma non dovevamo suonare a un matrimonio?”) e soprattutto per Maledette Malelingue dell’infinito Ivan Graziani (riascoltatela che è fantastica). Esordio per Giorgia e poi anche di Irene Grandi (Fuori). Fece scalpore l’ospitata di Elton John che si portò sul palco il transessuale RuPaul: “L’ho appena caricato sull’Aurelia e non sapevo dove cazzo lasciarlo”, si giustificò col pubblico sdegnato.

Quando fai una foto con gli amici e c’è sempre uno che deve fare il coglione.

Nel 1995 Augusto Pippochet si avvalse della preziosa quanto inutile collaborazione di Claudia Koll – post Tinto Brass e pre Medjugorje, ex cancelliere tedesco con lo pseudonimo di Helmut – e di Anna Falchi, ex bambina deportata a Bergen-Belsen, autrice del celebre Diario (qui il raggelante rap finlandese che eseguì). Vinse Giorgia con l’estenuante Come saprei davanti a In amore di Morandi e Barbara Cola (quella che la madre di un mio amico pensava dicesse “I supereroi” anziché “Ti supererò”, ndr). Scorrendo la classifica spiccano anche Con te partirò di Bocelli (quarta), Fiorello con Finalmente tu, Senza averti qui di Max Pezzali e la inestirpabile Voglio andare a vivere in campagna di Toto Cutugno (terzultima). Il Prolasso d’oro andò a Gente come noi di Ivana Spagna (lacca-free), mentre tra le nuove proposte (dove esordirono Daniele Silvestri con L’uomo col megafono e Gianluca Grignani ancora sobrio con Destinazione paradiso) trionfò Le ragazze dei Neri per caso: dopo Walter Zenga, Michelangelo e John Holmes, gli unici che verranno ricordati in eterno per la loro cappella. Poi dai, non posso non citare il tentato suicidio dell’uomo col maglione più brutto del mondo sventato da Baudo rigorosamente a favore di telecamera.

Nel 1996 vinsero Elio e le storie tese con La terra dei cachi, ma siccome Baudo è un pavido assegnò la vittoria a Ron e Tosca con quello – scusate la parola – schifo – quando ci vuole, ci vuole – di Vorrei incontrarti tra cent’anni. E’ tutto vero e verificabile. Basta, per protesta passo al ’97 e non dico nulla né su Massimo Di Cataldo, né su Syria, né sulla quattordicenne Adriana Ruocco che poi finì a cantare in un disco di Mario Adinolfi (ah, non ci credete? Ingenui, leggete qui e ascoltate qui), né di Al Bano con e vaaaaaaaaaaaa, né sui due Soli al bar e neanche su L’elefante e la farfalla di Zarrillo.

Lui è Attilio, la prova vivente che Zarrillo non scherzava affatto.

Dopo cinque edizioni consecutive della kermesse, nel 1997 il generale Baudo venne finalmente scalzato dall’esercito di Mike Bongiorno – composto da: Mario Bianchi, Ludovico Peregrini, Alvise Borghi, Sabina Ciuffini, Susanna Messaggio, la signora Livoli, il signor Giancarlo e tre prosciutti Rovagnati – il quale non conduceva la kermesse dal 1979 e che oramai era ridotto a un mocassino raggrinzito col toupet. Con lui la come sempre sconcertante Valeria Marini e Piero Chiambretti appeso al soffitto dell’Ariston purtroppo non per lo scroto.

Kermesse ’97 significa …E dimmi che non vuoi morire di Patty Pravo – ancora in grado di articolare frasi comprensibili – significa Confusa e Felice di Carmen Consoli, A casa di Luca della Sinead O’Connor dell’Eurospin Silvia Salemi, di Papa Nero dei Pitura Freska, di Laura non c’è di Nek – dove Laura era quella incinta di In te, e non sarebbe potuta finire diversamente – e ovviamente, 1997 significa Jalisse e Fiumi di parole (plagio palese di Listen to your heart dei Roxette), canzone e duo diventati un’eterna antonomasia, il ché vale molto più del primo premio. Tra le Nuove Proposte la spuntarono Paola e Chiara, due bimbeminkia ex coriste degli 883 (per questo processate e condannate a cantare quell’obbrobrio di Amici come prima), davanti a Niccolò Fabi con Capelli e ad Alex Baroni senza. Ah, e poi ci fu Mikimix con E la notte se ne va, dice Chi?! dico Guarda! Lo riconoscete?

Tumulato il mocassino col toupet, la kermesse 1998 venne affidata a colui che, ci fosse un dio a caso, avrebbe dovuto condurre tutte le edizioni dal ’51 all’infinito o almeno spartirsele con Corrado, incredibilmente mai assoldato. Sto parlando di Raimondo Vianello, l’unico in grado di coniugare conduzione canonica e umorismo, senza mai trascendere in pagliacciate imbarazzanti. Vinse Annalisa Minetti che trionfò sia tra le Nuove proposte che tra i Big – il regolamento ’98 lo consentiva – portandosi a casa anche il prestigioso Prolasso d’oro con la atroce Senza te o con te, come risarcimento per la burattinata con cui l’anno prima le fu scippato il trionfo a Miss Italia. Il pezzone Lasciarsi un giorno a Roma di Niccolò Fabi, Sei tu o lei (Quello che voglio) di Alex Baroni, ma anche Il soffio dei Luciferme che nessuno ricorda, furono, in tre modi differenti, le uniche robe che vale ricordare di una kermesse musicalmente triste come una cena vegana. No, quella mattonata sulle gonadi per manieristi di Dormi e sogna degli Avion Travel, non la linko.

Foto messa solo per il mio amico Petrelli.

Nel 1999 il giovane caporale Fabio Fazio piombò sull’Ariston con una ventata di novità forse eccessiva: una delle due vallette fu il premio Nobel Renato Dulbecco (!?!!) e uno degli ospiti Gorbaciov. Per dire. Con Idris, Takeide, Carlo Sassi, Massimo Alfredo Giuseppe Maria e Suor Paola appostati sui tetti adiacenti all’Ariston a vegliare sulla kermesse, vinse con Senza Pietà una Anna Oxa con perizoma a vista (il mio amico Petrelli su quella esibizione immolò parecchie diottrie, ndr) e unta come una catena. Nei giovani stravinse Alex Britti con Oggi sono io che anni dopo sarà coverata da Mina. Solo. Premio della critica alla sensazionale Aria di Silvestri, mentre il prestigioso Prolasso d’oro fu appannaggio di Come sei bella di Massimo Di Cataldo. Da segnalare Una musica può fare di Max Gazzè, Rospo dei Quintorigo, i mitologici Soerba che ricordiamo in tre e Daniele Groff, ovvero il terzo fratello Gallagher. Quello buttato nell’umido subito dopo il parto.

CURIOSITÀ:

– La canzone Uomini soli dei Pooh era originariamente due toni sopra. Fu deciso di abbassare la tonalità in quanto il ritornello poteva essere udito soltanto dai cani.

– Pochi sanno che Riccardo Cocciante, nato a Saigon, sopravvisse alla sanguinosa guerra in Vietnam soltanto perché i soldati americani sparavano ad altezza uomo.

– Il ritornello della celebre Non amarmi del duo Baldi-Alotta si ispirò all’aforisma di Oscar Wilde risalente al 1879 “Non amarmi perché vivo a Londra“.

– Durante le prove pomeridiane dei Take That alla kermesse ’94, Howard si ruppe tibia e perone e nella performance serale fu sostituito da Mario Luzzatto Fegiz. Nessuno se ne accorse.

– All’Anna Oxa unta del ’99 e al suo untore, lo scrittore Stieg Larsson dedicherà sei anni dopo il celebre romanzo Uomini che oLiano le donne.

– Un sondaggio della Doxa ha rivelato che negli anni ’90 otto italiani su dieci hanno visto più spesso Peppe Vessicchio della loro madre. I restanti due erano orfani.

RECORDMAN CONDUZIONI:

Pippo Baudo ( cinque edizioni della kermesse tra il ’90 e il ’99)

LE TRE CANZONI CHE INSPIEGABILMENTE NESSUNO RICORDA:

Tu con la mia amica (Maria Grazia Impero, kermesse 1993. L’imbarazzo che si taglia con la motosega)

Caramella (Leo Leandro, kermesse 1993. Immaginate i pensieri dei coristi durante i cori)

Little darling (Boris, kermesse 1999. In totale! In totale! Un po’ la risposta italiana alla domanda Chi cazzo è?)

Menzione speciale per Donne del 2000 delle Compilations (’91).

IL VERSO DEFINITIVO 1990-1999:

(Sono stato obbligato a un ex equo inevitabile)

– “TU, TU, TU, TU, TU, cuore occupato / resterò nel tuo pigiama, bottone innamorato e niente più” (Tu, tu, tu, tu, Alessandro Canino, kermesse 1993) e

– “Guardare te quando mangi uno yogurt e dici adesso sì che sto meglio / poi con il dito pulisci anche il fondo e in quel momento domini il mondo” (Attimi, Alessandro Mara, kermesse 1997)

Appuntamento al prossimo numero con piccioni, modi, luoghi, laghi, emanueli filiberti e tenorini malefici: dal 2000 al 2016!

Kermesse!!!11!!!11!!UNO111!!!!

27 gennaio 2017

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