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scientificamente - Gli Speciali di DIRE

Nello Spazio con Nespoli, ecco gli esperimenti di Vita/ CORM

Medicina e tecnologia, biologia e fisica. Sono una dozzina gli esperimenti di matrice italiana di cui si occupa l’astronauta Paolo Nespoli durante la missione Vita sulla Stazione Spaziale Internazionale. I loro risultati contribuiranno alle cure per numerose patologie, aumenteranno la nostra conoscenza dello Spazio e saranno utili a preparare le missioni di lunga durata del futuro, a partire da quella dell’Uomo su Marte.

L’Agenzia DIRE li racconta, uno per uno, con interviste ai responsabili e visite ai laboratori in cui sono nati.

L’esperimento di cui ci occupiamo questa settimana è CORM.


L’obiettivo di Corm è ambizioso: da una parte proteggere gli occhi degli astronauti da microgravità e radiazioni, specie nelle missioni di lunga durata, dall’altra creare un collirio del futuro che possa aiutare i terrestri affetti da malattie come glaucoma o retinopatie. Tutto questo grazie all’azione del Coenzima Q10.

Corm è arrivato a bordo il 16 agosto e pochi giorni dopo le operazioni di volo a cura di Paolo Nespoli sono terminate per questo esperimento che fa parte della cosiddetta Biomission dell’Agenzia spaziale italiana. Ne abbiamo parlato con Matteo Lulli dell’Università di Firenze, responsabile dell’esperimento.

“Paolo Nespoli ha ricevuto l’hardware con le cellule di retina che abbiamo trattato, contenenti o meno il coenzima Q10- spiega Lulli- . Ha direttamente trasferito questo hardware all’interno del kubik, che è l’incubatore presente sulla Stazione Spaziale Internazionale. Lo stesso Nespoli ha attivato l’esperimento, durato tre giorni. Al termine le cellule sono state fissate con un fissativo e subito dopo Nespoli ha trasferito l’hardware in un congelatore in attesa del ritorno a Terra”.

Il progetto Corm serve a valutare il ruolo del coenzima Q10 come potenziale agente in grado di inibire la morte delle cellule di retina. Svolge un ruolo importante in quanto agente antiossidante, ma anche come anti-apoptotico, cioè è in grado di opporsi all’apoptosi, che è una sorta di suicidio cellulare fisiologico per le cellule umane. Se il processo è mal regolato può essere però alla base di molte patologie.

Corm “si interessa proprio di valutare il potenziale ruolo anti apoptotico del Coenzima Q10 nei confronti di cellule di retina”, prosegue Lulli.

Una volta sulla Terra le cellule passeranno nelle mani degli esperti e saranno esaminate in laboratorio.

“Il campione sarà trattato per effettuare tutte le analisi che abbiamo previsto, che possono darci informazioni sia su ciò che hanno subito le cellule in virtù della loro permanenza sulla Stazione- subendo condizione di microgravità reale e di radiazioni- e poi, ancor più importante, quale è il ruolo del Coenzima Q10, se è stato effettivamente in grado, come ci aspettiamo, di prevenire i danni subiti dalle cellule”.

Nell’arco di cinque, sei mesi dovrebbe formarsi già un pannello completo di risultati.

L’esperimento “ha un duplice interesse– precisa Lulli-. In primis per le agenzie spaziali, in quanto la retina è uno dei distretti dell’organismo più sensibili e colpiti dalla permanenza nello Spazio. Serve quindi trovare delle contromisure, degli agenti farmacologici che possano proteggere l’occhio dell’astronauta, perlopiù per le missioni di lunga durata. Poi ovviamente sono importanti le ricadute a Terra. Numerose sono le patologie umane che prevedono nel loro meccanismo di insorgenza la morte di cellule retiniche: pensiamo, per esempio, al glaucoma, o alla degenerazione maculare, alle retinopatie. Da alcuni anni abbiamo dimostrato che è possibile far arrivare il coenzima Q10 con una somministrazione topica, con un collirio”.

Da sinistra Sergio Capaccioli, Monica Monici, Leonardo Vignali, Matteo Lulli e Francesca Cialdai

 

Al progetto Corm, coordinato e finanziato dall’Agenzia Spaziale Italiana, partecipano il professor Sergio Capaccioli, co-responsabile, il dottor Alberto Magi – entrambi dell’Università di Firenze-, il dottor Stefano Cacchione dell’Università Sapienza di Roma, e poi un laboratorio congiunto Asacampus, di cui è responsabile la dottoressa Monica Monici. Ne fanno parte anche alcuni collaboratori diretti, la dottoressa Cialdai e il dottor Vignali, mentre l’apparato è stato realizzato dall’azienda livornese Kayser Italia.

25 settembre 2017

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