Scrivere di sé? Aiuta a diminuire le sofferenze

scritturaROMA – “La scrittura autobiografica è una sorta di farmaco che lenisce la sofferenza, dà energia vitale rispetto al passato e al presente. Svolge una funzione terapeutica di grande importanza, offrendo a chi la pratica maggiore consapevolezza del proprio stato di difficoltà”. Lo racconta alla DIRE Duccio Demetrio, il direttore scientifico della Libera Università dell’Autobiografia (Lua) di Anghiari, da lui fondata nel 1998 con Saverio Tutino, e dell’Accademia del silenzio’.

La scrittura autobiografica è “molto applicata nelle malattie oncologiche perché lo scrivente ha la possibilità di vivere momenti di distensione e sollievo: non si appiattisce sulla malattia, ma ricorda di avere alle spalle una bella storia di vita. È un incoraggiamento- puntualizza il professore ordinario di Filosofia dell’Educazione e teoria e pratica della narrazione all’Università degli studi Milano-Bicocca- una scrittura che segna una riaffezione alla vita e all’esistenza. Un metodo molto diffuso all’estero  e applicato in Italia solo da 20 anni”.

 

In questi anni sono passati alla Lua  più di 1.000 persone e molte di più nei seminari e convegni scientifici. Esiste anche una comunità di scrittori che offre esperienze di scrittura in tutta Italia. “È una tecnica particolare, il raccontarsi. Non tutti possono farlo se hanno memorie dolorose che li bloccano, allora occorre un affiancamento di carattere clinico nei casi più difficili- spiega Demetrio- un accompagnamento umano e relazionale per sentirsi incoraggiati ad arrivare all’obiettivo finale. Non chiediamo alle autobiografie un valore letterario, ma che attraverso un percorso su di sé la persona si senta meglio“.

Il professore in questi anni di letture di autobiografie ha constatato che “i momenti più interessanti e graditi riguardavano i ricordi di infanzia legati al rapporto con la natura“. Da qui è nato il libro ‘Green autobiography’, che si propone di “individuare quei momenti che nella propria storia di vita sono contrassegnati dal filo verde della nostra esistenza. Ognuno ne ha uno, magari sepolto. Scrivendo la ricerca del nostro filo verde- conclude Demetrio- riemergono gli aspetti terapeutici di cui parlavamo prima. Dobbiamo puntare a scoprire i beni immateriali della vita, non utilizzabili e fungibili: la scrittura, il silenzio, il piacere di camminare per reimparare a disintossicarsi dalle immagini, dai selfie, e a riscoprire i sensi, il rapporto con il gusto e con l’udito“.

di Rachele Bombace

25 Mag 2015
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