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Nepal, a un anno dal terremoto è ancora emergenza

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Dopo un anno “non abbiamo ancora un tetto sopra la testa. Quanto ci vuole per ricostruire una casa? Per quanto tempo ancora dovremo aspettare?”. La domanda di Om Bahadur Ghale e’ la stessa di migliaia di suoi vicini: tutti nella zona di Barpak, epicentro del sisma che il 25 aprile 2015 ha sconvolto il Nepal. Il terremoto di magnitudo 7,9 ha rappresentato il peggior disastro naturale del Paese dal 1934. I morti furono circa 9mila, con oltre 22.300 feriti. Un anno dopo, cosi’ come osserva il portale di informazione online Asia News, tutto e’ ancora in rovina. Il terremoto ha distrutto case, scuole, templi indu’, carceri. In dicembre, diversi esperti sostenevano che la ricostruzione non sarebbe stata semplice e avrebbe potuto impiegare ancora “diversi mesi”, affliggendo ancora di piu’ la popolazione nella morsa dell’inverno. Si calcola che almeno 8mila persone vivano ancora nelle tende allestite dalle squadre di recupero soltanto nella zona di Barpak. Circa 500mila famiglie, secondo il governo, sono al momento senza una casa; diverse ong stimano il numero in “almeno 4 milioni”. Il ritardo nella ricostruzione e’ da imputare alla flemma con cui il governo ha scelto i membri dell’autorita’ nazionale per la ricostruzione: questi sono incaricati di stabilire i danni e indirizzare i fondi arrivati dalla comunita’ internazionale.

Per adesso, il governo ha fornito circa 250 dollari alle famiglie sfollate per comprare vestiti caldi per l’inverno e ha riconosciuto un indennizzo da 400 dollari per ogni membro della famiglia morto nel sisma. Inoltre, un gruppo di esperti ha stimato i danni e ha stabilito le priorita’ per ridare un volto alle aree distrutte. Secondo l’autorita’ serviranno in totale circa 8 miliardi di dollari per ricominciare. La comunita’ internazionale ne ha gia’ forniti quattro, ma secondo il portavoce Ram Thapaliya i donatori “devono fare di piu’. Stiamo cercando i fondi mancanti”. Eppure i soldi non vengono spesi: il timore di corruzione, appropriazione indebita e sperpero hanno frenato il governo dall’aprire le casse, al punto che molti donatori iniziano a chiedere conto del ritardo. Ian Wishart, di Plan international Australia, ha spiegato che “il rallentamento ha bloccato tutto. I materiali non sono arrivati, il carburante non e’ stato distribuito, persino l’elettricita’ viene razionata. Soltanto da poco le cose sono ripartite. Riteniamo- ha aggiunto- che le enormi somme di denaro orbitate intorno alla ricostruzione hanno attirato troppe persone, e la corruzione qui e’ sempre in agguato. Speriamo di poter partire presto con il nostro progetto, la ricostruzione di scuole primarie”.

24 aprile 2016
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