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Usa, Marzioni (Unicusano): “Protezionismo di Trump non è una buona notizia”

ROMA – “Se queste iniziative dovessero proseguire in questa onda protezionistica, limitando le prospettive di crescita, colpendo il commercio internazionale, saremmo davanti a eventi storici che non potrebbero che nuocere all’economia statunitense e alla loro statura politica“. È quanto sostiene il professor Stefano Marzioni, docente di Economia Politica e Internazionale presso l’Università Niccolo’ Cusano.

Il riferimento è alle prime misure prese da Donald Trump a pochi giorni dal suo insediamento, tra cui la firma sull’ordine esecutivo per ritirare gli Usa dall’accordo commerciale Trans-Pacifico (Ttp, comunque non ancora ratificato), come promesso durante la campagna elettorale, e il congelamento delle assunzioni del Governo federale, con esclusione delle forze armate.

Per il professor Marzioni, le azioni del neo successore di Barack Obama sono “nel solco della campagna elettorale”, sono “iniziative di impatto, come è stata la propria presentazione durante la campagna elettorale”. E, continua, “la vedo molto male come prospettiva. Non è una iniziativa di buon senso smantellare aree economiche più integrate da diversi anni, che hanno consentito la riallocazione efficiente da un punto di vista produttivo delle risorse”.

Gli Stati Uniti, dopo l’uscita dal Ttp, “a lungo termine saranno danneggiati a vantaggio dell’economia asiatica e da una globalizzazione che non vedrà più gli Usa al centro della scena. In nessun caso ridurre il commercio è un buona cosa”. Prospettive forse non positive, ma avallate dagli elettori visto che Trump, con la scelta dell’uscita dal Ttp, ha reso effettivo quanto annunciato in conferenza stampa: “È chiaro che c’è forse una mancata comprensione del fenomeno del commercio internazionale– spiega ancora il docente della Cusano- Forse una grossa sottostima dei costi che questo comporta. Il protezionismo che sembra permeare pensiero di Trump e di chi lo ha votato fa parte di una analisi non razionale, di un ritorno all’età dell’oro del settore manifatturiero che non troverà riscontri”.

In campagna elettorale, infatti, il presidente Usa “aveva fatto riferimento ai vecchi tempi, quando gli operai riempivano le fabbriche della Ford. Questi tempi non possono tornare. Quei livelli di occupazione che venivano riempiti in massa non è possibile riportarli e con le stesse mansioni. Oggi sono diversi tecniche e cicli produttivi. Non basta proteggere un settore per riportare l’intera classe di soggetti lavoratori a quello che si aspettavano vedendo le generazioni precedenti”.

È stato forse un “ricordo di quella fase con nostalgia, hanno votato un sogno che non è raggiungibile. Proteggere un settore non fa bene a nessuno ma solo a chi lavora nel settore. Un mercato con minori volumi e maggiori prezzi, settori protetti hanno output con minore qualità. Non è mai una buona idea impostare un piano di politica economica fondandolo sul protezionismo”.

A proposito del congelamento delle assunzioni “è una azione che si può collocare nel solco del pensiero di stampo repubblicano. Ridurre la presenza statale fa parte del dna del partito repubblicano. Non c’è una completa sintonia tra le prime misure. Dal punto di vista economico siamo nel protezionismo, dal punto vista politico, verso una ala più conservatrice e intransigente del partito repubblicano e non mi sembra una buona notizia. Non ho grandi speranze. Prima dell’insediamento pensavo ‘vedremo, magari gli annunci saranno stemperati’ e invece c’è coerenza. Confidavo si rimangiasse le promesse elettorali. Purtroppo le porta avanti“.

24 gennaio 2017

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