Report del Consiglio grande e generale del 20 settembre – Seduta pomeridiana

SAN MARINO – Tre istanze d’Arengo su cinque in favore della depenalizzazione dell’aborto passano l’esame del Consiglio Grande e Generale. Dopo un dibattito fiume, l’Aula approva infatti l’istanza n 7 con 29 voti a favore e un astenuto “perché la pratica dell’aborto sia depenalizzata e resa legale con riferimento ai casi di gravidanza in cui sussistano gravi rischi di salute per la donna”. Con 28 sì e 25 no viene accolta anche l’Istanza n. 8 che chiede la depenalizzazione “con riferimento ai casi di gravidanza riguardanti a donne vittima di violenza sessuale”. Infine, viene promossa anche l’Istanza n. 10 relativa a “casi di gravidanze in cui sussistano rischi di patologie gravi o malformazioni per il feto”: 27 sono i voti favorevoli, 25 i contrari e un astenuto. Viene approvato anche l’Ordine del giorno presentato nel corso del dibattito dal Consigliere del Pdcs, Manuel Ciavatta, che impegna il governo, tra l’altro, “ad aggiornare la normativa per tutelare la vita dal suo inizio” e a “modificare la normativa per dare maggior sostengo alla madre in gravidanza corrispondendo una assegno di mantenimento in assenza di mezzi economici”.

L’Odg ottiene 27 voti a favore e 25 contrari. L’interruzione di gravidanza resta dunque reato penale in tutti gli altri casi, inclusi quelli previsti dalle due istanze respinte, quindi per i minori (la n. 9) e per chi versa in condizioni di emarginazione o disagio sociale (n. 11). Viene infine respinta a maggioranza con voto palese anche l’ultima istanza d’Arengo esaminata, la n. 25, “perché sia interdetta ai membri eletti del Consiglio Grande e Generale la possibilità di cambiare schieramento politico di appartenenza nel corso della legislatura”.

I lavori consiliari si concludono infine con il Messaggio di Saluto dell’Ecc.ma Reggenza in occasione dell’ultima sessione del proprio mandato. Di seguito un estratto del dibattito del pomeriggio.

Comma 5 – Istanze d’Arengo

Perché la pratica dell’aborto sia depenalizzata e resa legale con riferimento ai casi di gravidanza in cui sussistano gravi rischi di salute per la donna (istanza n.7); perché la pratica dell’aborto sia depenalizzata e resa legale con riferimento ai casi di gravidanza riguardanti donne vittime di violenza sessuale (istanza n.8); perché la pratica dell’aborto sia depenalizzata e resa legale con riferimento ai casi di gravidanze riguardanti donne minorenni (istanza n.9); perché la pratica dell’aborto sia depenalizzata e resa legale con riferimento ai casi di gravidanze in cui sussistano rischi di patologie gravi o malformazioni per il feto (istanza n.10); perché la pratica dell’aborto sia depenalizzata e resa legale con riferimento ai casi di gravidanze riguardanti donne che versano in condizioni di emarginazione o disagio sociale (istanza n.11)

Approvate le Istanze:

– n. 7 con 29 favorevoli, 23 contrari, 1 astenuto

– n. 8 con 28 favorevoli, 25 contrari, 0 astenuti

– n. 10 con 27 voti favorevoli, 25 contrari, 1 astenuto.

Accolto anche l’Ordine del giorno presentato dal Consigliere del Pdcs Manuel Ciavatta: 27 i voti favorevoli, 25 i contrari

Franco Santi, C10

L’argomento è complesso. Se non ci si dice che c’è un problema, è inutile ragionare e impostare un confronto. Questa posizione è incomprensibile dal mio punto di vista. Gli istanti, dopo 2 anni, ripropongono questo tema, che non vede l’attenzione di una politica che non è in grado di affrontare questi muri. Difendere la vita vuol dire verificare quando le condizioni portano alcune persone a prendere questo tipo di decisione. La soluzione adottata da San Marino non tiene in conto le esigenze di tutti. Da parte della classe politica ci deve essere un approccio diverso. Il problema è complesso e va analizzato, soprattutto dal punto di vista sociale.

Maria Luisa Berti, Ns

Penso che nell’affrontare queste Istanze d’Arengo non si possa prescindere da un punto di partenza: il diritto alla vita è inviolabile o no? Tutti ci vantiamo di aver tolto dal sistema la pena di morte. Quel rispetto della vita andrebbe portato, per onestà intellettuale, anche quando si affrontano le tematiche dell’aborto. Il mio approccio è cattolico. Invito a leggere la relazione del 1974. I giuristi hanno avuto la priorità della tutela al diritto inviolabile alla vita. Non condivido l’abolizione del reato di aborto, né la sua depenalizzazione. Direte che sono conservatrice e bigotta. Rispetto chi lo pensa, come chiedo di essere rispettata per le mie idee.

Francesca Michelotti, Su

Tutti noi aborriamo un atteggiamento superficiale nei confronti di un argomento così doloroso, che ferisce la donna. Gli istanti propongono 5 casi limite in cui l’autodeterminazione della donna è forzata da spinte che non partono da lei: la salute, la violenza sessuale, le minorenni, l’emarginazione e il disagio sociale. Quest’ultimo è il caso più debole, qualcosa si può fare e si sta facendo. La scelta è di coscienza, non la può decidere il codice penale. E’ una scelta etica che presuppone un ragionamento profondissimo. Noi ora stiamo scaricando l’onere etico della nostra responsabilità su un altro Stato.

Enrico Carattoni, Psd

Non sono d’accordo con una considerazione della Dc. Rifiuto il principio secondo il quale chi sostiene queste Istanze d’Arengo sia contro la vita. Non lo accetto. Non possiamo banalizzare questo tema in pre campagna elettorale dicendo che ci sono persone pro e contro la vita. Questa è demagogia. Non è possibile delegare a due articoli del codice penale una disciplina così importante. Chi decide di fare questo tipo di percorso lo fa dopo grandi riflessioni e sofferenza. Non è dignitoso per uno Stato che poi venga fatto all’estero. Lo Stato deve garantire le scelte di tutti i cittadini. Non si può dire: qui non si può fare, ma fuori sì. Perché abbiamo paura delle prima Istanza d’Arengo, che dice che in caso di malattia la donna possa esercitare il proprio diritto? Non si vogliono imporre comportamenti, ma dare possibilità di scelta.

Gerardo Giovagnoli, Psd

Quando è che un conglomerato di cellule può essere considerato persona e vita? Non è attraverso una legge che si è in grado di limitare un fenomeno che tutti vogliono al massimo scongiurare. Dobbiamo imprimere le migliori condizioni per far sì che le condizioni di fare crescere un bambino siano le migliori possibili. L’Istanza che parla di disagio sociale non posso comprenderla, mi lascia perplesso. Altre Istanze, in particolare la prima e la seconda, vanno a incidere su un tema, quello del ricadere nel reato penale, che effettivamente non può essere scaricato sulla madre, che già si ritrova in oggettiva difficoltà. Se ci sono gravi rischi di salute o se la gravidanza è frutto di una violenza sessuale, penso sia il caso di ragionare sul caso di non volere incolpare chi prende una decisione di aborto.

Manuel Ciavatta, Pdcs

Chi parla di ideologia non accetta il dato scientifico: dal momento del concepimento c’è un processo di vita che non ha salti di discontinuità. Affermare il contrario è ideologico. Non è il diritto a dire quando è vita e quando non è vita. Può solo accogliere il dato reale. Omicidio, infanticidio e aborto sono reati contro la persona. Se investi una persona puoi avere conseguenze penali. Perché non deve accadere se uccidi? C’era una profonda intelligenza nei legislatori che hanno fatto il codice penale. Si è detto che non vogliamo affrontare le tematiche. Ho fatto girare una bozza di ordine del giorno che le affronta. La tutela della vita è il primo atto di laicità dello Stato. In caso di stupro è sufficiente mettersi vicino alle persone, questo è quello che dobbiamo fare e forse non riusciamo a fare abbastanza. Leggo l’ordine del giorno. “Il Consiglio Grande e Generale impegna il governo ad aggiornare la normativa per tutelare la vita dal suo inizio, tutelare il diritto alla salute e all’integrità della madre in caso di intervento o terapia che causi la morte del concepito come causa secondaria, valutare l’aggravamento delle sanzioni per chi compie atti di violenza sulle donne, modificare la normativa per dare maggior sostengo alla madre in gravidanza corrispondendo una assegno di mantenimento in assenza di mezzi economici”.

Repliche.

Francesco Mussoni, Segretario di Stato alla Sanità

Il dibattito resta aperto, non si può concludere con la votazione.

Roberto Ciavatta, Rete

L’ordine del giorno è inaccettabile, le premesse sono di tipo catechistico. Questo Paese è indietro di 50 anni rispetto agli altri.

Mimma Zavoli, C10

Passa il messaggio che chi si presta a questa pratica non è da tutelare, ma da lasciare nella sua scelta. L’importante è che lo faccia fuori da qui.

Guerrino Zanotti, Psd

In molti interventi ho letto molta ipocrisia. Quella di chi pensa di vivere in un Paese in cui la donna non è lasciata da sola di fronte a scelte drammatiche. La depenalizzazione dell’aborto in alcuni Paesi ha dato risultati positivi, i casi sono diminuiti. L’ordine del giorno dà risposta a domande non fatte. Il Consiglio deve accogliere le Istanze.

Francesca Michelotti, Su

L’Istanza pone problemi che chiedono una soluzione.

Franco Santi, C10

Il diritto deve intervenire sulla realtà, se legiferiamo senza tenere conto della realtà siamo dei folli. La nostra normativa è inapplicata, è ipocrita, permette che il fenomeno avvenga altrove.

Istanza d’Arengo perché sia interdetta ai membri eletti del Consiglio Grande e Generale la possibilità di cambiare schieramento politico di appartenenza nel corso della legislatura (istanza n.25) / Respinta a maggioranza.

Giancarlo Venturini, Segretario di Stato agli Interni
Il tema dovrebbe essere affrontato dal tavolo di confronto sul regolamento consiliare. Si rimanda al Consiglio la decisione in merito.

Augusto Casali, Ps

I partiti sono sempre meno punto di riferimento dei cittadini. C’è da chiedersi in questi casi, chi è che tradisce l’elettorato, chi esce dal partito o il partito che disattende la fiducia degli elettori?

Dal PS del 2002 sono uscito perché noi come elettorato siamo stati traditi dalla dirigenza del partito che difendeva interessi particolari e non del Paese. Il male della politica non è in quei consiglieri che escono dai partiti, sicuramente ci sono atti strumentali e personali, ma chiediamoci fino a che punto le maggioranze rispettano le ragioni sociali e fondanti degli stessi partiti. Sarebbe bene che qualche cittadino facesse qualche istanza per difendere gli interessi dell’elettorato

Ivan Foschi, Su

Trovo eccessivamente limitativo impedire in toto la possibilità di cambiare schieramento, o di creare soggetti nuovi. Non vado sul terreno squisitamente istituzionale, sono valutazioni politiche che devono fare gli elettori su chi poi cambia posizione. La legge può però disincentivare o non consentire vantaggi per esempio di natura economica a chi fa queste scelte. Una scelta di idealità non deve passare attraverso vantaggi economici. L’istanza obiettivamente va al di là e a limitare libertà di scelta del singolo.

Mimma Zavoli, C10

La domanda a va a monte sul perché una persona decide di impegnarsi in politica attiva scegliendo un gruppo. I cittadini hanno scelto quella persona in quel contesto e i cittadini non possono conoscere certe dinamiche e giochi di potere che hanno massacrato la buona politica. Nella dignità di un rappresentante del popolo, quindi, si dovrebbe necessariamente trovare una soluzione e la chiusura del cerchio, se si decide di lasciare il proprio gruppo, è meglio presentare le dimissioni e lasciare l’Aula.

L’individualità non aiuta a consolidare la condivisione di un obiettivo, se non facciamo sforzo come rappresentanti del popolo a rimanere in linea con il nostro mandato non credo facciamo un buon servizio al Paese. Il consigliere è parte di un gruppo e da questo deve cercare di rispondere, se ciò non avviene la risposta migliore sarebbe uscire dall’aula.

Massimo Cenci, Ns

L’istanza fa riflettere su episodi sempre più frequenti. Ma il degrado della politica non è a causa dell’uscita di un consigliere da uno schieramento ma da ben altro. Può darsi sia un partito o movimento a non tenere fede al mandato ricevuto. Qualche lustro fa, se qualche consigliere in più avesse avuto il coraggio di uscire da qualche situazione non sarebbe stato un fatto negativo. In definitiva, i consiglieri giurano fedeltà alla propria Repubblica, questo è il faro cui non bisogna mai togliere attenzione.

Denise Bronzetti, Indipendente

Nella nostra legislazione non è previsto il vincolo di mandato. Non è mai facile per chi è uscito all’interno di un partito, rispettandone regole e organizzazione, arrivare alla scelta di abbandonarlo. C’è però da chiedersi quando e perché avvengono queste cose, le motivazioni addotte- parlo per me- sono chiare. Non è che non ci si riconosce più nel partito in cui si è eletti. Le uscite avvengono quando le situazioni non sono più rispettate dalla maggior parte del partito, è lì che viene tradita la volontà dell’elettore, non è il singolo a tradirlo. A Zavoli dico, nel caso che mi riguarda, il partito l’avrebbero dovuto lasciare i vari Stolfi e i vari Podeschi in altri partiti. A loro si sarebbe dovuta togliere la carica da consigliere, non ho nulla da recriminarmi. Quando si parla di dignità allora si deve intendere anche la dignità che è stata schiacciata della persona costretta a fare certe scelte. E’ vero il fenomeno è in crescita. Quando la politica non è più politica con la P maiuscola e si vive lo scollamento con i cittadini, i partiti in primis dovrebbero interrogarsi. Non condivido l’istanza, non solo per la scelta che ho fatto. Non esiste vincolo di mandato e le situazioni sono tante e differenti, non è possibile essere così integerrimi su decisioni che non sono né tutto bianco, né tutto nero.

Elena Tonnini, Rete

Concordiamo come movimento sul principio dell’istanza che pone una riflessione su libero mandato e il vincolo di mandato. In democrazia non esistono soluzioni perfette e credo sia questo il caso. Sia nel libero che nel vincolo di mandato esistono pro e contro. Diventa quindi difficile giudicare la scelta di uscire nel proprio gruppo quando il proprio gruppo non porta avanti quanto è ritenuto il mandato dei propri cittadini. Occorre valutare che l’istanza sia un po’ incompleta, il mandato dovrebbe valutare anche strumenti all’interno del partito per agire. Mettiamo il caso si sia impediti a lasciare il partito per non lasciare il Consiglio: il rischio è quello di un’azione di sabotaggio del proprio gruppo. Servono strumenti interni ai partiti di alta partecipazione della cittadinanza perché vi sia un corretto esercizio del mandato da parte del gruppo e del partito. Come gruppo valuteremo a livello personale come votare l’istanza.

Filippo Tamagnini, Pdcs

Lo Stato è fatto di figure e denti istituzionali per entrare nei quali bisogna prestare giuramento, vi si entra attraverso il sostegno popolare. Si giura il bene del Paese, l’assenza del vincolo di mandato protegge nel caso in cui io, consigliere del Pdcs, se ascolto una proposta di un altro gruppo e la trovo utile al Paese, se la sostengo non devo essere sottoposto a una sanzione del mio gruppo. Questo è il senso dell’assenza del vincolo di mandato.

Marco Podeschi, Upr

Faccio un po’ fatica a capire l’Aula, quando si parla di finanziamenti ai partiti si fanno certi discorsi, quando si parla di consiglieri indipendenti si è tutti più flessibili. Dal 2013 ad oggi 14 consiglieri non sono più nel gruppo consiliare in cui sono stati eletti, il 25% del Consiglio. Invito ad ampliare la sala dell’uffico di presidenza perché non si entra più. Oltretutto con i soldi del contributo ai partiti, uscendo dal gruppo, si fa campagna elettorale da soli. Ora c’è il fenomeno anche degli Indipendenti nelle liste. Se iniziamo a ragionare tutti come singoli, presenteremo istanze ed emendamenti a non finire come indipendenti, liste e sotto liste.

Gerardo Giovagnoli, Psd

In senso generale non mi sento di avvallare posizioni per quanto il mio partito abbia subito defezioni. Se un consigliere venisse espulso dal partito non gli si può forzatamente chiedere di uscire dal Consiglio, lo vedo impraticabile. Almeno si può non favorire, in modo che uscendo da un gruppo non si abbiano benefici economici e visibilità. Abbiamo fatto leggi per impedire la frammentazione e non ce l’abbiamo fatta, chi esce da un gruppo è in qualche modo favorito, non deve rispondere a nessuno e riesce ad avere in qualche modo uno stipendio in più. Sarebbe già un deterrente almeno non favorire questa deriva.. Se un problema c’è rispetto l’eccessiva moltiplicazione del fenomeno, forse bisogna guardare anche altrove, alla capacità della politica di essere più coesa e rappresentantiva, la risposta giusta non è mettere un impedimento che poi tale non sarebbe.

Luigi Mazza, Pdcs
Anche per me con questo intervento termina il mio impegno politico. Sono istanze che offrono molti elementi di valutazione che non si concludono con l’approvazione o non. Chi giura in Aula giura in proprio di portare avanti certe posizioni. Qualche tempo fa abbiamo approvato una legge elettorale nuova che ci dice che se non rispettiamo i patti di coalizione si torna di fronte elettorato Allora non è facile dire quando mi conviene ‘stop’, ‘cambio la mia motivazione’. Si va oltre l’impegno personale, non è facile gestire un partito o un movimento ampio, su ogni decisione c’è sempre chi non condivide, trovare unanimità è impossibile, ma se ogni volta non c’è condivisione sulle scelte, c’è motivo di uscire e rompere. In Aula questa mattina Roberto Ciavatta ha detto la Dc stava parlando al suo elettorato, certo, noi abbiamo preso un impegno nei suoi confronti. Negli anni abbiamo visto forze politiche spezzarsi e uscire, mi pongo il problema cosa è venuto meno alla politica. Deve nascere prima la forza per stare insieme e rappresentare qualcosa, nel rispetto regole e della base. Dalla Dc sono uscite persone che sono state segretari di Stato e di partito, ma il rapporto è con la base con cui ci confrontiamo da sempre. Ci sarà un motivo per cui la Dc è sempre qui, e si presenterà alle elezioni unita. Nel 1998 ho lasciato l’impegno elettorale perché non condividevo l’azione del mio partito di allora, ma ha lottato dentro il partito per cambiarlo, la Dc ha avviato il rinnovamento molto molto prima. Nessuno può non essere messo in discussione e non può essere chiamato a fare un passo indietro o di lato. Se si riscopre il ruolo dei partiti e movimenti ci saranno sempre meno rotture. Se infatti le rotture avvengono per motivi politici è perché dentro i partiti c’è stato un deficit di coordinamento e confronto. Al di là dell’istanza, se uno assume un impegno e non si sente più di portarlo avanti nella formazione in cui è stato eletto, dovrebbe dimettersi dal Consiglio per continuare a fare la sua battaglia dentro il partito. In politica non prevale chi ha ragione sulle singole scelte ma chi ha la maggioranza. Troppo facile alla prima non condivisione dire ‘faccio per conto mio’. Non credo che la preferenza unica migliori ril apporto tra persona ed elettorato. Si rischia i avere 60 consiglieri ognuno che risponderà a chi l’ha votato.

20 settembre 2016
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