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DIRE - LE OPINIONI

Trump in Medio Oriente, ma non sarà una missione stravagante

di Janiki Cingoli per www.ytali.com

La prossima missione di Trump in Medio Oriente, che inizierà dall’Arabia Saudita, per proseguire in Israele e Palestina, e concludersi a Roma, in Vaticano, subito prima del vertice della Nato a Bruxelles e del G7 di Taormina, vuole sottolineare l’impegno delle tre grandi fedi monoteistiche per la tolleranza, contro la dilagante violenza, il terrorismo e la guerra: l’Arabia Saudita che ospita i primi due luoghi santi dell’Islam, La Mecca e Medina, Gerusalemme centro mondiale delle tre fedi, il Vaticano di Papa Francesco.

Ma la missione segna anche il primo passo della nuova iniziativa di pace Usa per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, annunciata da Trump durante il recente incontro con il presidente palestinese Mahmoud Abbas, lo scorso 3 maggio.

Molti commentatori hanno giudicato l’annuncio come una delle sue consuete stravaganze improvvisate, ma la realtà è che su questo obbiettivo stanno concentrandosi gli sforzi, con un fitto calendario di incontri nella Regione, di alcuni tra i più significativi uomini della sua amministrazione, dal segretario di Stato Rex Tillerson, al segretario alla Difesa, James Mattis, al genero del presidente e suo consigliere, Jared Kushner, e soprattutto Jason Greenblatt, inviato speciale per i negoziati internazionali.

Lo stesso presidente ha incontrato a metà febbraio il premier israeliano Netanyahu, a metà marzo il vice erede al trono saudita, Mohammed bin Salman, agli inizi di aprile il re di Giordania Abdullah II e il presidente egiziano Al Sisi e il 4 maggio il presidente palestinese Abbas, mentre è in preparazione per metà maggio la visita del presidente turco Erdoğan.

Queste personalità forti attirano il suo interesse, purché naturalmente siano disposte a riconoscere la sua premiership, a non mettere in discussione la sua autorità, a prescindere da quegli attestati di democraticità che tanto avevano assillato Obama rispetto a Turchia ed Egitto.

Il suo scopo è quello di riaffermare il ruolo Usa nella Regione, appannatosi fortemente durante l’era Obama, e di costruire un robusto asse di alleanze con gli Stati arabi e con Israele, per contenere quello che egli ritiene, almeno al momento, l’avversario e il pericolo principale, l’Iran sciita. Anche se, malgrado le promesse elettorali, egli non è arrivato a denunciare l’accordo sul nucleare con Teheran, sapendo che sarebbe rimasto totalmente isolato rispetto agli altri firmatari (Europa, Russia, Cina e Germania).

Di fatto, questo inedito asse esiste già sul terreno. Ma per portarlo alla luce del sole, è necessario che venga trovata qualche forma di soluzione del conflitto israelo-palestinese, o almeno una sua stabilizzazione di lungo periodo.

Certo, Netanyahu non ne è felice: la ripartenza di un processo di pace a guida Usa è destinato a creargli gravi problemi nella sua coalizione di governo, con la destra interna e esterna al suo partito, il Likud. Non a caso il premier laburista Herzog ha reiterato la sua offerta di fargli da stampella, se necessario.

Ma Netanyahu sa bene che, mentre ai tempi di Obama era sempre possibile rivolgersi in secondo appello alla sponda repubblicana, in maggioranza nei due rami del Congresso, oggi questa opzione non esiste più: l’interlocutore è Trump, e non ama essere contraddetto.

Lo si è visto bene quando, durante la conferenza stampa comune al termine del loro incontro, Trump lo ha pubblicamente richiamato a rallentare gli insediamenti “a little bit“, un poco, cioè in pratica a circoscriverli ai grandi blocchi a est della Linea Verde, l’antica linea di confine fino al ’67, e intorno a Gerusalemme, bloccando quelli più interni alla Cisgiordania, oltre il muro. Indicazione che il governo israeliano ha recepito in via formale, poco dopo.

D‘altronde, Trump, al contrario di Obama, non è vincolato da alcun legame culturale o ideale con Israele, lo considera una pedina essenziale, ma non per questo lo ama. Molti, nel suo staff più stretto, hanno espresso posizioni antisemite. Le linee su cui pare muoversi l’iniziativa Usa sono due.

Il recupero delle posizioni espresse nella famosa lettera di Bush padre, il presidente George W. Bush, inviata a Sharon nell’aprile 2004, lettera che Obama aveva sempre rifiutato di fare propria e di considerare come posizione ufficiale degli Usa.

In quella missiva, premessa della decisione di Sharon di ritirarsi unilateralmente da Gaza, si affermava:

Alla luce delle nuove realtà sul terreno, inclusi i già esistenti maggiori centri a popolazione ebraica (riferimento ai grandi blocchi ad est della linea verde, ndr), è irrealistico aspettarsi che il risultato dei negoziati sul Final Status sarà un pieno e completo ritorno alle linee del 1949, e tutti i precedenti sforzi per negoziare una soluzione a due stati sono giunti a questa stessa conclusione. È realistico aspettarsi che ogni accordo sul Final Status potrà essere raggiunto solo sulle basi di scambi (territoriali, ndr) mutuamente concordati, che riflettano tali realtà.

L’altro aspetto, è la necessità di costruire un quadro di garanzia regionale, basato sui grandi Stati arabi, come fondamento di ogni possibile accordo, dato che l’interlocutore palestinese, l’Autorità Nazionale Palestinese, guidata da un presidente, Mahmoud Abbas, il cui mandato è scaduto oramai da sette anni, e che secondo il 65 per cento della sua popolazione dovrebbe rassegnare il mandato, è considerato troppo fragile per dare affidamento: si ritorna quindi al Piano di Pace Arabo del 2002, proposto dai sauditi e fatto proprio dalla Lega Araba, che prevede che tutti gli Stati arabi e musulmani riconoscano Israele e stabiliscano normali relazioni con esso, se Israele restituisce i territori occupati nel ’67 (con possibili scambi territoriali) e consente la creazione d uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme Est, e assicura una soluzione “giusta e concordata” del problema dei rifugiati.

Si tratta di un percorso difficile e irto di ostacoli, e Trump non è uomo che ama i cavilli e le complicazioni, vuole soluzioni a breve, da poter proclamare al mondo. La cosa più probabile è che si cerchi di partire da un summit con i principali stati arabi, Israele, i membri del Quartetto (Usa, Russia, Cina, Unione Europea) e altri stati europei e delle potenze emergenti, che lanci il nuovo processo di pace.

Difficilmente Netanyahu potrebbe rifiutarsi di partecipare (d’altronde anche per lui è l’Iran il nemico principale), mentre Abbas ha già dato la sua disponibilità, saltando a piè pari nel canestro di Trump, designato come nuovo protettore della speranza palestinese.

19 maggio 2017

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