Opinioni

Prestazioni sanitarie: tra tagli e risparmi il paziente rischia

di Barbara Varchetta (Pubblicista, esperta di Diritto e questioni internazionali)

Il decreto del ministro della Salute sulla cosiddetta appropriatezza delle prestazioni sanitarie suscita molte perplessità, specie in un sistema come quello italiano che ha sempre considerato l’assistenza sanitaria pubblica una prerogativa imprescindibile a tutela della salute dei cittadini, diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività, così come espressamente previsto dalla nostra Carta costituzionale.
Ebbene, il decreto, ispirato ad una ratio di contenimento della spesa sanitaria, impone una serie di allarmanti limitazioni che rischiano di divenire pericolose proprio per la salute dei cittadini stessi che, da qualche mese a questa parte, si sono visti negare la prescrizione di numerosi esami diagnostici e di routine se non al verificarsi di determinate condizioni tassativamente elencate nello stesso decreto.
Accade pertanto che il controllo del colesterolo HDL, ad esempio, o di altri indicatori utili all’individuazione di molte patologie, possa esser posto a carico del sistema sanitario nazionale soltanto se effettuato ogni cinque anni; lo stesso dicasi dello screening dei markers tumorali in un paziente oncologico che, dopo anni di estenuanti cure, sia riuscito a vincere la malattia: gli esami ciclici a cui dovrebbe sottoporsi in via cautelativa e preventiva per contrastare l’insorgenza di una recidiva non possono più essere prescritti dal medico curante se non ricorrono le condizioni imposte dal decreto. Il paziente che senta la necessità di tenere sotto controllo il male oscuro che lo attanaglia potrà farlo a spese proprie, in barba ad ogni principio di equità e di protezione delle fasce economicamente più svantaggiate. Chi potrà permetterselo pagherà gli esami clinici e potrà ancora fare prevenzione, chi invece dovrà scegliere di destinare quei fondi al sostentamento della famiglia sarà costretto a rinunciare ai controlli periodici, mettendo a rischio la propria stessa vita.
Senza contare, poi, che molte malattie rare, per le quali dovrebbe essere prevista l’erogazione di alcune prestazioni atte a diagnosticarle o a tentare di curarle, non sono proprio contemplate dal provvedimento ministeriale!
Non è facile comprendere quale assurdo criterio abbia ispirato il decreto; certamente le modalità sopra descritte non realizzeranno l’obiettivo della razionalizzazione dei costi sanitari: esponendo a pericoli inutili la vita delle persone, impedendo loro di operare in termini di prevenzione (unico sistema salvavita oggi riconosciuto come valido) e rendendole potenzialmente dei futuri malati cronici (epilogo scontato se si diradano i monitoraggi sullo stato di salute), i costi della sanità pubblica non potranno far altro che lievitare fino a generare ingenti perdite di denaro ma ancor prima di vite umane.
Perché non scegliere, invece, di centralizzare gli appalti per servizi e forniture, non consentendo più ai singoli ospedali o a ciascuna azienda sanitaria alcun margine discrezionale? Il risparmio si quantificherebbe in cifre a sei zeri, si limiterebbe il sistema di corruzione che sta dietro alle lobbies di questo settore, e si potrebbero investire le risorse accantonate in tecnologica e strutture adeguate ai tempi, restituendo dignità ai malati e garantendo ai cittadini efficienza e rapidità nell’esecuzione delle prestazioni, che oggi, è bene ricordarlo, richiedono tempi biblici per poter essere espletate: aspettare 500 giorni per una mammografia vuol dire quasi certamente, in caso di diagnosi positiva, morire di cancro qualche anno più tardi se non addirittura non giungere mai a quel tanto anelato appuntamento!

 

 

19 marzo 2016
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