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DIRE Emilia-Romagna

Non leggono, non scrivono… in Emilia-Romagna gli alunni con disturbi di apprendimento sono 25.000

BOLOGNA – Sono studenti che scrivono e leggono a fatica, che hanno “rilevanti problemi” a comprendere un testo scritto o a scrivere (anche solo ad appuntare) pensieri e riflessioni, e in Emilia-Romagna sono sempre di più. Alla vigilia del ritorno sui banchi, l’Ufficio scolastico regionale segnala alle scuole come e quanto i disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) siano in consistente crescita e come per questi alunni occorra “individuare modalità di accesso, ad esempio, ad un mondo del lavoro, sempre più competitivo”.

IL TREND E’ IN CRESCITA

I dati dicono che le segnalazioni di Dsa da scuole statali e paritarie sono 25.135 nel 2016-2017; quelle relative alle sole statali (24.028 in ambito regionale) riguardano il 4,9% della popolazione scolastica, “con valori che oltrepassano i sei punti percentuali nelle province di Modena e di Rimini, con indici nettamente al di sopra del 2,5%-3,5% indicato dall’Istituto superiore di sanità come proprio della popolazione italiana in età evolutiva”, scrive il direttore dell’Ufficio scolastico regionale, Stefano Versari, in una circolare che fa il punto della situazione. Ma soprattutto spicca il trend di crescita: mettendo a confronto i dati a partire dall’anno scolastico 2012-2013, le segnalazioni salgono del 37,8% nell’ultimo biennio e del 139% nei quattro anni. E nella scuola scuola secondaria di secondo grado, l’aumento è del 241%. Il trend è comune al resto d’Italia e la legge del 2010 ha aiutato a far emergere casi inquadrando correttamente situazioni che venivano classificate dicendo “è pigro“, “è svogliato“, “non si impegna“, “non sta attento”. Tuttavia, avverte Versari, “sono passati ormai alcuni anni dalla Legge, e l’onda lunga dell’aumento dei casi preesistenti e non diagnosticati dovrebbe essersi ormai esaurita”, ma le segnalazioni “continuano a crescere”.

Secondo Versari occorre sui Dsa “un approfondimento di analisi sia a livello di criteri diagnostici sia a livello didattico e dell’insegnamento, fino agli stili di vita e di crescita dei bambini”. Considerando l’incidenza delle segnalazioni rispetto al genere, si conferma la prevalenza dei maschi (61,8%) con Dsa rispetto alle femmine, mentre per quanto riguarda la distribuzione delle segnalazioni in rapporto alla cittadinanza, il 92% sono riferite a studenti italiani.

Rispetto alla tipologia di studio, c’è una maggiore incidenza di studenti con Dsa negli istituti professionali, rispetto a tecnici e licei. Ma soprattutto: la ‘fatica’ che compare con maggiore frequenza è la difficoltà nella scrittura, nella lettura e nel calcolo. Versari parla di “panorama complesso” e aggiunge che “la sfida presente e futura per le nostre scuole deve necessariamente andare nella direzione della personalizzazione non solo di ciò che questi alunni sanno o non sanno fare, ma anche e soprattutto di metodologie innovative che possano rispondere alle esigenze di gruppi classe con bisogni via via sempre più diversificati”.

LA SFIDA E’ ACCOMPAGNARLI AL MONDO DEL LAVORO

Infatti, “non basta capire come far arrivare al diploma” questi ragazzi ma accompagnarli all’ingresso nel mondo del lavoro. E le nuove tecnologie hanno “una importanza strategica, anche se nella scuola secondaria di secondaria grado spesso si registra un rifiuto all’uso pubblico delle tecnologie (ad esempio il tablet) da parte di ragazzi paralizzati dalla paura dello stigma. Ma soprattutto, per Versari è poco raccomandabile “la via della dispensa da determinati compiti o modalità di lavoro, non tanto e solo in dimensione scolastica, quanto nella prospettiva della vita adulta, nella quale ottenere un qualche tipo di dispensa appare molto complesso”.

E’ invece “ancora gli inizi”, ma per Versari “certamente più proficua, la direttrice dell’individuazione delle potenzialità, delle peculiarità e delle specificità dei bambini e dei ragazzi con Dsa. A fronte delle difficoltà con gli alfabeti, che soltanto in parte possono essere bypassate e compensate, occorre comprendere come il diverso funzionamento neurobiologico possa determinare potenzialità diverse da quelle comuni”. Insomma, “va superata l’ottica deficitaria del non può fare-non sa fare, tramutandola nell’ottica multimensionale del funzionamento della persona, cercando le potenzialità e le possibilità, evitando che le difficoltà con gli alfabeti ne blocchino lo sviluppo. Perché è su queste potenzialità personali che ciascuno potrà saldamente fondare la propria vita futura, non sulle difficoltà, che pure vanno conosciute, accettate e combattute per quanto possibile”.

L’impostazione “basata sullo sviluppo delle potenzialità personali e disancorata dal criterio diagnostico del ‘limite’, è la sola che può restituire un orizzonte di senso all’azione educativa e didattica delle scuole, oggi affannate da una miriade di adempimenti che, per la maggior parte, servono a sottolineare difficoltà anziché a sviluppare talenti e possibilità”, evidenzia dunque Versari. E un’azione “didattica efficace” sarà quella che “si rivolge alle potenzialità presenti nel gruppo classe, insegnando ai ragazzi a ‘funzionare’ insieme, a collaborare, a mettersi in gioco per ciò che sanno fare o possono imparare meglio, ciò che li appassiona e li motiva. Ciò comporta ovviamente una decisa revisione della figura del docente, che non può più essere un travasatore di contenuti disciplinari ma deve diventare un motivatore, capace di collegare ciò che i ragazzi sono con il sapere che hanno bisogno di apprendere”.

di Mattia Cecchini, giornalista professionista

11 settembre 2017

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