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‘Hikikomori Italia’ conta 1.000 genitori, il problema è la pressione sociale

ROMA – Hikikomoriitalia.it è il blog ideato nel 2013 da Marco Crepaldi, psicologo sociale, presidente e fondatore dell’Associazione Hikikomori Italia, convinto che il fenomeno dei ritirati sociali riguardi tutti e non solo i giapponesi. “Mi hanno contattato i ragazzi, poi la stampa, le Tv e infine centinaia di genitori”, racconta in occasione del seminario ‘Hikikomori. Il ritiro sociale degli adolescenti e la scuola come risorsa oggi al liceo Azzarita di Roma.  Dal blog è nato un gruppo facebook e poi un’associazione di genitori che conta attualmente 1.000 genitori provenienti da tutta Italia, accomunati dal fatto di avere figli volontariamente reclusi in casa. “A Roma l’associazione conta 70 famiglie. Le città con più genitori associati sono Roma, Torino e Milano. Partiamo dai genitori- spiega Crepaldi- aiutiamo loro a cambiare la prospettiva da cui guardare il problema per farli sentire parte attiva e favorire un cambiamento nazionale nel sociale. Vogliamo creare una rete che consenta di generare un ambiente propenso ad aiutare il figlio a tornare nella società”. La cultura incide sulla “base del ritiro e la base comune degli hikikomori è la volonta di scappare da questa competitività- chiarisce Crepaldi- fuggire dalla pressione di dover raggiungere uno standar per riuscire. La pressione di realizzazione sociale è la vera causa che crea gli hikikomori ovunque nel mondo”, sottolinea lo psicologo sociale.

Un hikikomori in Giappone è “il ragazzo isolato almeno da 6 mesi che non studia e non lavora. Sono 1 milione di casi in Giappone, ma il governo sta utilizzando dei criteri molto rigidi per abbattere i numeri e oggi parla di 500 mila casi. In Italia- aggiunge l’esperto- le stime parlano di 100 mila casi e riguardano per lo più adolescenti nel momento del salto dalle scuole Medie alle Superiori. Di solito l’isolamento si concretizza nei primi anni delle Superiori. La maggior parte degli hikikomori in Italia ha tra i 14 e i 25 anni e l’età media e destinata a crescere se non interveniamo. L’isolamento non si risolve da solo e se diventa cronico- avvisa Crepaldi- poi è sempre più difficile convincere il ragazzo ad abbandonare la situazione”. Sono tre le fasi del ritiro: prima i giovani si allontanano dagli ambienti sociali, poi lasciano la scuola e poi si isolano anche dal Web. “Per noi non è una patologia- sottolinea lo psicologo- ma un disagio sociale che, se prolungato, può portare alla patologia”. L’associazione lavora allora sulle buone prassi per evitare di “mettere ulteriore pressione su questi ragazzi. È necessario abbassare le pressioni sociali e quindi lavoriamo molto con i genitori sulla prevenzione, per riuscire a riconoscere i segnali premonitori ed evitare che l’isolamento diventi cronico. Portiamo questo messaggio nelle scuole”, ha concluso. Presente al convegno anche Elena Carolei, la presidente dell’associazione Hikikomori Italia Genitori Onlus e mamma di un ragazzo che oggi sta bene. “Un figlio ritirato spaventa e fa pensare con preoccupazione al futuro. Attraverso una porta chiusa non possiamo vedere lo spiraglio del cambiamento. In Italia abbiamo creato 13 gruppi che in tutte le regioni cercano di dare sostegno. Dobbiamo trovare un modo- conclude- per stimolare nei nostri figli l’autostima”.

A POLICLINICO UMBERTO I ROMA 40 CASI IN 2 ANNI 

Per i ragazzi la scuola rappresenta la societa’ ed e’ li’ che la pressione sociale acquisisce una forma che a volte puo’ essere violenta. Al Policlinico Umberto I arrivano ragazzi per abbandono scolastico oppure perche’ ci sono stati episodi di aggressivita’. “In questi ultimi due anni c’e’ stato un aumento esponenziale con l’arrivo di 40 casi di giovani ritirati sociali presi in carico. Quaranta ragazzi significa 40 scuole, perche’ il fenomeno riguarda circa un ragazzo per scuola”. Lo ha detto Ignazio Ardizzone, neuropsichiatra infantile del Policlinico Umberto I e responsabile del ‘Progetto isole’, intervenendo al convegno sugli Hikikomori oggi a Roma. “È  una condizione umana, che sia una patologia o una scelta esistenziale- continua il medico- di certo molti pazienti non riconoscono di avere un problema e il primo passo e fare con loro un’alleanza terapeutica che parta dalla consapevolezza che c’e’ un problema”. Il tema centrale e’ il rapporto con la mente dell’altro. “Sono ragazzi che hanno paura della mente dei loro compagni e dei loro professori. Escludono il corpo nella relazione”. Ardizzone ricorda  che “il 90% sono maschi ma la presenza femminile sta aumentando. L’esordio di questa patologia e’ alle scuole Medie e sono fermi in un tempo circolare- aggiunge il neuropsichiatra- in un eterno presente. Non vivono un tempo evolutivo”.

Il trattamento e’ “complesso e comprende un intervento terapeutico riabilitativo che deve riguardare la scuola, l’istituzione sanitatia e la famiglia”. Il progetto Isole prevede “una terapia iniziale a casa per colpire la paura della mente in questi ragazzi attraverso terapie di gruppo e individuali”, spiega il medico. Il ritiro sociale e’ “una patologia particolare, e’ un segno dei tempi che segna questi tempi. È una patologia legata alla societa’, alla vergogna, al sentirsi esposti. Dobbiamo curare loro ma anche il posto dove li metteremo. È un lavoro- conclude- a 360 gradi”.

10 maggio 2018
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