I diritti delle donne sono diritti umani: ecco la campagna della Ong Differenza Donna

Obiettivo innalzare il livello di sensibilizzazione rispetto al tema delle violazioni subite dalle donne ogni giorno, nel mondo e in Italia

ROMA – ‘I diritti delle donne sono diritti umani’. A ribadirlo è l‘Ong Differenza Donna, che lo scorso 25 novembre nella Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne ha lanciato una campagna nazionale con l’obiettivo di innalzare il livello di sensibilizzazione rispetto al tema delle violazioni subite dalle donne ogni giorno, nel mondo e in Italia, dove la fine del 2018 ha registrato una recrudescenza del fenomeno dei femminicidi. Oltre 100 le foto di donne e uomini di tutte le età che finora hanno prestato volti e sorrisi in una maratona social di adesioni all’iniziativa accompagnata dagli hashtag #dirittidonnedirittiumani e #indomabili, che, dopo l’importante tappa del 70esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani il 10 dicembre 2018, si concluderà con la realizzazione di un poster che sarà presentato da Differenza Donna il prossimo 8 marzo assieme ad un dossier sulle violazioni dei diritti delle donne (curato da un gruppo di avvocate, psicologhe e responsabili di centri antiviolenza dell’Ong).

“Sui diritti umani in generale stiamo vivendo un periodo di oscurantismo, con un chiaro restringimento verso una formalità schiacciata- dichiara all’agenzia di stampa Dire la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli– Siamo convinti che ci sia da fare un grande lavoro per passare a una sostanzialità dei diritti. Con questa campagna vogliamo ricentrare il principio della Zero Tolerance nei confronti della violenza maschile sulle donne, parola chiave emersa dalla Conferenza di Pechino del 1995 ma anche sottolineare e rafforzare un principio che in Italia fa fatica ad affermarsi e cioè che i diritti delle donne sono diritti umani”.

Diritti inviolabili, che, sostiene Ercoli, “hanno a che vedere con la libertà e il diritto alla salute e ad avere una vita dignitosa” e con l’accesso “alla libertà di pensiero”, diritti primari degli esseri umani che vengono meno quando una donna subisce violenza maschile, coinvolgendo, in questa violazione, anche “il nucleo più allargato di cui la donna fa parte e si prende cura”.

Dall’infanzia all’età adulta, i soggetti più a rischio sono le donne vulnerabili: “In Italia sono ancora per la maggior parte sommersi i casi di abuso sessuale sulle bambine, diffusi più di quanto si riesca a vedere e denunciati solo quando le ragazze hanno 16-18 anni- racconta la presidente dell’associazione- Ma c’è anche una violenza maschile diffusa nelle relazioni di coppia, con casi di maltrattamenti e stalking, o nei confronti delle donne anziane, da parte di partner e figli”. E ancora, più esposte sono le migranti, che “hanno meno risorse sociali sul territorio” e le donne con disabilità, che subiscono abusi “da parte di partner e padri, ma anche da chi dovrebbe prendersi cura di loro, come educatori e fisioterapisti”.

Tolleranza zero, quindi, deve venire soprattutto dalle istituzioni, perché “le violazioni- ragiona Ercoli- sono possibili a causa di un contesto di società globali patriarcali in cui non c’è un posizionamento chiaro, forte e determinato di condanna della violenza maschile sulle donne”. Anzi. “I comportamenti istituzionali sono pieni di pregiudizi e stereotipi, perché non riconoscono la gravità delle violazioni subite dalle donne e, sminuendo i loro racconti, le sottopongono a ulteriori violazioni, negando la loro credibilità. Abbiamo una violenza maschile sulle donne sommersa per il 90%- sottolinea- Per questo, se una donna racconta di aver subito un abuso è molto più probabile che stia dicendo la verità che una bugia”.

Sostanziare diritti che si configurano ancora come formali, secondo Ercoli, è l’unica soluzione: “I social e le tecnologie digitali più che nuovi diritti hanno dato a noi donne un nuovo potere: la consapevolezza del nostro essere rete internazionale- conclude Ercoli- Con queste nuove forme di comunicazione possiamo conoscere le neoelette degli Stati Uniti d’America e seguire le nuove figure femminili che lottano in Argentina, Spagna, Polonia. Una potenza incredibile, un fattore di empowerment fortissimo per lo scambio di esperienze, che ci ha fatto fare passi avanti e sarà parte della storia della costruzione del potere delle donne”.
È possibile partecipare alla campagna inviando una foto accompagnata dall’hashtag #idirittidelledonnesonodirittiumani a [email protected] o con un messaggio alla pagina Facebook dell’associazione.

‘CODICE ROSSO’, ERCOLI (ONG DD): NON FARÀ LA DIFFERENZA

Il ‘Codice rosso‘ non farà la differenza, nelle nostre leggi già viene previsto che nelle situazioni di violenza bisogna agire con velocità. Non è importante solo la tempestività, le donne devono essere credute e occorre intervenire prima che inizi l’escalation di violenza”. Così all’agenzia di stampa Dire la presidente dell’Ong Differenza Donna, Elisa Ercoli, sul ‘Codice rosso’ presentato dal ministro per la Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno e della Giustizia Alfonso Bonafede e approvato a fine novembre 2018 che accelera lo svolgimento delle indagini e le procedure di giustizia sui reati di maltrattamento, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni a carico di vittime di violenza domestica e di genere. 

“Le donne devono denunciare quando sono già in un sistema di protezione, andare dalle istituzioni sapendo che saranno credute- aggiunge Ercoli- Ma le istituzioni sono pronte a credere alle donne?”. A mancare, secondo la presidente di Differenza Donna, è un impegno maggiore del governo centrale sul piano antiviolenza e sul fondo per la sua applicazione.

“Sono due i piani nazionali antiviolenza- spiega Ercoli- Uno straordinario che risale al 2013, l’altro approvato dal governo precedente, che ha pianificato uno stanziamento progressivo nel tempo da votare ogni anno in finanziaria. Il nuovo governo ha approvato la finanziaria senza prevedere l’aumento progressivo del costo di finanziamento del piano nazionale antiviolenza”.

Un segnale d’arresto che, secondo la presidente dell’Ong, l’Italia non può permettersi. “Non abbiamo bisogno di progetti singoli- avverte Ercoli- ma di politiche sistemiche che prevedano azioni di lungo periodo”, come “corsi di formazione per le istituzioni o nelle scuole. Sappiamo che sono stati dedicati molti fondi al Miur, ai centri antiviolenza, alla sanità, ma queste attività si sono bloccate perché non ci sono i decreti attuativi”.

Occorre fare in fretta, secondo Ercoli, perché il fenomeno della violenza maschile sulle donne, in particolare dei femminicidi, “ha costi sociali altissimi” e crea “un danno allargato ai figli e a chi subentra nella loro tutela” come i nonni. “Una forte condanna sociale e istituzionale potrebbe fermare gli uomini- continua la presidente dell’Ong- perché l’unico dato che ricorre sempre nelle storie delle vittime è che si tratta di donne che avevano deciso di uscire da situazioni di violenza e di uomini a cui era stato permesso di pensare di poter essere violenti, che hanno attuato un’escalation”. “Non esistono i raptus– insiste Ercoli- non si tratta di uomini che impazziscono, ma di uomini che hanno potuto maltrattare le proprie vittime e perseguitarle per moltissimo tempo. Se noi evitassimo lo stalking potremmo evitare il femminicidio, e questo è possibile solo se diamo credibilità alle donne. Come è possibile- conclude- che ancora oggi si parli di racconti strumentali?”.

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9 Gennaio 2019
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