Lazio

Dal notaio al voto, breve storia dei 13 in corsa a Roma

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ROMA – Sparizioni, ritorni sulla scena, duplici tradimenti politici. Meglio di ‘Dieci piccoli indiani’ di Agatha Christie. Con colpi di scena degni di ‘Psyco’ di Alfred Hitchcock. Sarà ricordata così la campagna elettorale 2016 per la conquista del Campidoglio, una corsa iniziata all’inizio dell’anno, con il lento avvio delle primarie del Pd, e che domani porterà al primo verdetto con la proclamazione dei due sfidanti per lo scontro finale. A contendersi la poltrona di sindaco di Roma, tra 24 ore, saranno tredici candidati: Roberto Giachetti in rappresentanza delle forze del Pd e delle altre forze del centrosinistra, Stefano Fassina, che corre per Sinistra Italiana e Sel, Virginia Raggi del M5S, Giorgia Meloni che guida una coalizione con Fdi e Lega e Alfio Marchini, partito civico e ora sostenuto anche da Forza Italia e dalla Lista Storace. Con loro anche Mario Adinolfi, Simone Di Stefano, Alessandro Mustillo, Alfredo Iorio, Carlo Rienzi, Dario Di Francesco, Fabrizio Verducchi e Michel Emi Maritato.

giachettiTutto inizia il 30 ottobre 2015 con la rovinosa caduta dell’ex sindaco, Ignazio Marino. Quel giorno 26 consiglieri comunali (tra cui tutti quelli del Pd) firmano le proprie dimissioni davanti ad un notaio determinando lo scioglimento dell’Assemblea Capitolina e la fine dell’amministrazione guidata dal chirurgo Dem. Due mesi dopo, all’inizio del 2016, partono le primarie del centrosinistra, combattute a colpi di fioretto tra Roberto Giachetti e Roberto Morassut. Il verdetto delle urne, il 7 marzo 2016, non lascia dubbi: Roberto Giachetti, con il 64,1% dei voti, viene incoronato il candidato del centrosinistra. Morassut si ferma al 28,2%. Gli altri candidati Mascia, Pedica, Rossi e Ferraro raccolgono pochi voti.

meloni_giorgiaCANDIDATI CENTRODESTRA NEL FRULLATORE – Dal canto suo il centrodestra, come un frullatore impazzito, ha lanciato possibili candidati unitari per poi bruciarli nel giro di pochi giorni. Prima ci prova Fabio Rampelli, dei Fratelli d’Italia, ma il suo nome non trova l’appoggio di Silvio Berlusconi. Poi tocca ad Irene Pivetti e Simonetta Matone. Anche loro ‘digerite’ dai mal di pancia forzisti e dai veti incrociati. La stessa sorte tocca a Rita Dalla Chiesa, presentata il 9 febbraio come “la candidata vincente” dall’amica Giorgia Meloni. Durerà 24 ore, al termine delle quali un nome che già circolava da tempo, quello dell’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, diventa quello del candidato ufficiale del centrodestra. E’ il 12 febbraio 2016. I veri colpi di scena inizieranno, però, dopo questa data. Bertolaso, infatti, dopo pochi giorni di navigazione incaglia sugli scogli della Lega a causa di una serie di dichiarazioni imprudenti sui rom e sulla sua vicinanza al Centrosinistra. Matteo Salvini si rimangia la parola data e si sgancia. “Bertolaso non scalda i cuori” dice più volte in pubblico. Ma Giorgia Meloni, la candidata naturale del centrodestra che intanto ha annunciato la sua gravidanza, non esce ancora allo scoperto. Seguiranno giorni di tensione nella coalizione.

Alfio MarchiniLa Lega, il 12 e 13 marzo, organizza a Roma le sue gazebarie che vengono vinte, a sorpresa, da Alfio Marchini. Il nome di Meloni non c’è ma il 16 marzo la leader di Fdi, in un assolato pomeriggio al Pantheon, annuncia la sua candidatura, sostenuta dalla Lega. Il vecchio Centrodestra si ritrova con due candidati. Intanto da tempo ha lanciato la sua corsa proprio Alfio Marchini, l’ex costruttore che già nel 2013 si era candidato con un profilo civico lontano dai partiti. La sua sembra una corsa destinata a rimanere in solitaria ma dopo settimane di scontri tra Salvini e Bertolaso, e sondaggi poco lusinghieri per l’ex capo della Protezione civile, il Cavaliere capitola. Bertolaso, difeso fino al giorno prima a spada tratta da tutto lo stato maggiore del partito, Renato Brunetta in testa, viene messo da parte. In campo c’è la leadership del centrodestra. Impossibile, per il vecchio leader azzurro, accettare l’imposizione della coppia Meloni-Salvini. Così il Cavaliere sceglie proprio Marchini come candidato di Forza Italia. Francesco Storace per rientrare nella partita politica converge anche lui.

Stefano Fassina (2)DA MARINO A BRAY, A SINISTRA ALLA FINE RESTA FASSINA Anche la sinistra, intanto, ha le sue pene da scontare. Stefano Fassina, fuoriuscito da poco dal Pd, a novembre del 2015 aveva annunciato la sua candidatura. All’inizio della primavera il suo nome resta l’unico in campo nonostante Sel, e lo stesso Fassina, si siano dati da fare per alimentare un confronto alla sinistra del Pd con altri candidati in grado di convergere su un nome unitario con la capacità di arrivare al secondo turno. Viene tirato in ballo Massimo Bray, che rifiuta. E si fa un tentativo anche con l’ex sindaco Marino che però, dopo un lungo silenzio, appena pubblicato il suo nuovo libro, annuncia di non volersi candidare. Fassina, volente o nolente, continua la sua corsa ma a metà maggio, prima la commissione elettorale e poi il Tar del Lazio escludono le sue liste per vizi formali nella raccolta delle firme. Sembra la fine. Raggi e Giachetti già annusano la vittoria. Ma un nuovo colpo di scena è alle porte: il 16 maggio il Consiglio di Stato riammette tutte le liste a sostegno di Fassina riaprendo la corsa al secondo turno.

Virginia Raggi (2)M5S DALLA RAGGI A CASALEGGIO Resta il Movimento 5 Stelle, che il 23 febbraio, primo tra tutti, aveva già incoronato candidata a sindaco Virginia Raggi, uscita vincitrice con 1.764 voti dalle comunarie sul blog di Beppe Grillo. Le polemiche intorno ai grillini scoppiano ancora prima di iniziare la corsa quando la deputata Roberta Lombardi parla di “complotti per farci vincere” per poi screditare il Movimento a causa della complessità dei problemi da gestire. La giovane avvocatessa grillina, poi, finisce sotto il fuoco delle critiche per la sua collaborazione, non dichiarata nel curriculum allegato alla candidatura, con lo studio Previti. E le polemiche accompagneranno tutta la sua corsa, toccando la punta massima in occasione di una sua intervista con l’Espresso, durante la quale spiega che, se eletta, tutte le decisioni più importanti saranno esaminate da un non meglio precisato staff, identificato da tutti i suoi rivali come lo studio Casaleggio di Milano. Ora siamo all’ultima pagina di questo lungo giallo. L’unica che non è stata ancora scritta. Potrebbero essere i romani, nel segreto delle urne, a scriverne l’ultimo colpo di scena.

di Emanuele Nuccitelli, giornalista professionista

4 giugno 2016
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