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Giordania, un profugo siriano racconta la sua vita nel campo di Zaatari

campo profughi zaatariLe immagini del campo profughi di Zaatari, in Giordania, sono impressionanti: una distesa ininterrotta di alloggi disposti a formare tanti riquadri regolari su un terreno brullo e polveroso, dove non c’e’ neanche l’ombra di un albero o un prato. Zaatari fu allestito nel 2012 per ospitare i siriani in fuga dalla guerra civile, e il flusso da allora non si e’ mai arrestato: ad oggi gli abitanti sono 90mila, e il campo sta assumendo dimensioni tanto vaste da assomigliare ad una citta’.

Il Guardian ha realizzato un’intervista ad un residente di Zaatari, Abu Amar, che ha raccontato come e’ arrivato e cosa significa abitare in un luogo simile: “Prima della guerra ero un fabbro in un paesino a sud di Dara’a- citta’ in cui nel marzo del 2011 scoppia la scintilla che innesca la ribellione al regime di Bashar Al-Asad, ndr-. Conducevo una vita semplice ma felice”. Con la guerra pero’, Abu Amar comincia a non avere piu’ clienti: “la gente non voleva piu’ spendere soldi in quel genere di cose, e tutto divenne difficile”.

Abu ha nove figli dai 2 ai 16 anni di eta’. Uno di loro, che nel 2011 aveva solo due anni e mezzo, e’ rimasto profondamente segnato dallo scoppio delle bombe: “appena sentiva un’esplosione si spaventava moltissimo e si nascondeva sotto le coperte. Lo fa anche qui, nel campo, quando sente il rumore degli aerei: pensa che vogliano bombardarci”. Ma i figli di Abu Amar hanno visto anche tanti morti: la famiglia del cugino un giorno viene letteralmente spazzata via da un bombardamento: due figli, la madre, la sorella e il fratello, “ecco perche’ sono partito- ha dichiarato- dovevo salvare la vita della mia famiglia”.

Zaatari
A Zaatari la numerosa famiglia di Abu arriva nel febbraio del 2013. E’ inverno e fa molto freddo, tuttavia l’unico alloggio possibile e’ una tenda, che li protegge poco sia dal freddo che dalla pioggia: “Non avevamo scelta. O restare li’, o riportare i nostri figli verso la morte”. Ma in quel momento la moglie di Abu deve dare alla luce due gemelli, quindi la ricerca di un posto piu’ caldo e confortevole si fa necessaria: Abu riesce ad ottenere un prestito da un suo amico per comprare due roulotte: “immaginate cosa significa vivere nella propria casa, e poi passare a stare in due roulotte, dove non c’e’ mai spazio per tutti, neanche per dormire, e non arriva neanche la corrente elettrica”.

“Ma non mi importa di come sara’ il mio futuro, perche’ mi preoccupo solo di quello dei miei figli“, aggiunge Abu, che spiega di aver preso in considerazione anche l’idea di emigrare altrove, come hanno fatto tanti suoi connazionali, ma la paura di morire durante il viaggio e’ piu’ forte: “non voglio andare in Turchia. Vorrei raggiungere un altro paese straniero, ma in modo sicuro. Ho presentato richiesta di asilo all’ambasciata francese, ma e’ stata respinta. Come facciamo a sperare in una vita migliore, se ci impediscono di lasciare questo posto?” si chiede angosciato. Tuttavia, la forza della dignita’ ha la meglio: se nessun paese lo accetta- e tornare indietro non si puo’- restera’ li’ dov’e’, con la sua famiglia: “incoraggero’ i miei figli a studiare, per avere una vita migliore di quella che ho avuto io“.

2 gennaio 2016
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