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Libia, Prelati (Intersos): “A Tripoli bambini traumatizzati”

Capo missione Ong: "Gente teme che la violenza del conflitto aumenti"
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ROMA – “I bambini sono traumatizzati dai combattimenti, che non hanno certo conosciuto in queste settimane: il conflitto in Libia prosegue da otto anni ormai, e la sensazione generale è che non terminerà nel breve periodo. La gente ora ha paura che le parti possano mettere mano all’artiglieria pesante, come missili o raid aerei sulla città”. La testimonianza giunge alla ‘Dire’ da Federico Prelati, capo missione in Libia per l’ong Intersos.

Prelati parla da Tunisi, dove “tutto il personale internazionale è stato trasferito” da quando l’uomo forte della Cirenaica, Khalifa Haftar, ha lanciato le sue truppe alla conquista di Tripoli e delle zone limitrofe sotto il controllo del governo del premier Fayez Al-Serraj, sostenuto dall’Onu. Sul campo, dice Prelati, “restano 40 nostri operatori locali”. A Tripoli, prima dello scoppio dell’ultima crisi, Intersos gestiva un centro per minori finanziato da Unicef, dove quotidianamente si offrivano attività ludico-ricreative in media a 600 bambini. Dopo il 4 aprile “i bambini non sono più venuti, era troppo pericoloso” riferisce Prelati, spiegando che l’organizzazione ha dovuto “rivedere le proprie attività. Ora assistiamo i minori nei centri per sfollati”. Qui, i libici sono circa 42mila, “8.385 famiglie, senza contare i migranti – sicuramente meno della popolazione locale – ma su cui non abbiamo stime” dice il responsabile.

Le varie ong presenti nell’area di Tripoli si dividono i compiti: c’è chi si occupa dei pasti, chi dell’assistenza medico-sanitaria e chi, come Intersos, segue i più piccoli. “L’obiettivo è distrarli da ciò che accade intorno con giochi e altre attività, anche educative” dice Prelati. “Le scuole sono chiuse, molti edifici sono stati occupati dai profughi e allora questi bambini e adolescenti stanno perdendo le lezioni”. “Forniamo anche assistenza psicologica, ma non è facile” dice ancora il capo missione di Intersos. “Gli scontri ci costringono a chiudere i centri da un momento all’altro, per trasferirci in zone più sicure. Ma così capita di perdere i contatti con i bambini da seguire, con buona pace della continuità, un elemento fondamentale quando si è inseriti in un percorso di sostegno psicologico”.

E la pace non sembra una prospettiva vicina. “La gente teme che il conflitto possa aumentare di intensità” dice Prelati. “Ora si concentra in periferia, ma potrebbe estendersi alla capitale. C’è molta delusione: le persone si chiedono come mai l’Onu e i Paesi che sostengono Serraj non stiano facendo nulla per porre fine alla guerra”.

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